Clarice Tartufari.
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IL VOLO DICARO.
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1908. Societ Tipigrafica Editrice, TORINO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Il romanzo segue la carriera nascente di un giovane poeta, Luca, giunto a Roma come insegnante di liceo, ma con un sogno nel cassetto, scrivere. Luca vive con la famiglia della moglie, Cleo, in un ambiente piccolo-borghese che disprezza e deride le sue aspirazioni letterarie.
Cleo adora il marito ed  sommamente fiduciosa che il mondo ne apprezzer le capacit poetiche. Cerca quindi, allinsaputa del marito, di conoscere il grande critico letterario Baldei, che attratto intensamente dallingenuit della giovane, le promette di leggere le opere di Luca e di scriverne, nel bene o nel male. Baldei mantiene la promessa, e allo stesso tempo si innamora della giovane sposa.
Un volume di poesie ed un romanzo fanno di Luca un autore di successo tra il pubblico e la critica. La prova letteraria successiva  una tragedia in versi, messa in scena dalla compagnia di un celebre attore. La messa in scena teatrale e il confronto immediato con il pubblico pagante scatenano tutti i timori di Luca sul proprio successo. Nel frattempo Baldei si innamora sempre pi profondamente di Cloe, diventando geloso del profondo rapporto che la lega al marito.
La tragedia rappresentata in teatro segna il punto di rottura per unaltra tragedia che va preparandosi nella vita reale, coinvolgendo Cloe e i due uomini che la adorano. LAutrice lascia comunque aperta una porta alla speranza, che lasci alla vera arte il modo ed il tempo di aprirsi la strada e venire riconosciuta dal mondo.
Tre personaggi principali e numerosi comprimari, i docenti colleghi di Luca, i familiari di Cloe, il mondo del teatro e quello della critica letteraria, compongono il quadro di una Roma borghese di inizio 900, dove laristocrazia delle idee sta sostituendo laristocrazia di nascita; ma i temi di amore e morte assumono aperture universali, che coinvolgono i lettori ancora un secolo dopo.
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L'AUTRICE.
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Clarice Gouzy, sposata Tartufari (Roma, 14 febbraio 1868. Bagnore, 3 settembre 1933),  stata una scrittrice italiana.
Dopo il matrimonio si trasferisce a Bagnore sul Monte Amiata, in provincia di Grosseto, dove trascorrer quasi tutto il resto della sua vita.
Inizia la carriera di scrittrice con bozzetti, poesie e racconti pubblicati in piccoli opuscoli tirati in poche copie o su riviste. L'esordio in campo letterario avviene con la pubblicazione del volume Versi nuovi (1894), che non gode di particolare successo.
In seguito scrive, per una quindicina d'anni, opere teatrali, ma 
decisamente pi importante  la sua produzione narrativa, dove la Tartufari riesce a dare il meglio di s, al punto che Benedetto Croce arriva a reputarla superiore a Grazia Deledda. 
Mor il 3 settembre 1933 a Bagnore.
Una via di Roma, nel nono Municipio, zona Castel di Decima,  intitolata al suo nome.	
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IL VOLO DICARO.
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PARTE PRIMA.
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Capitolo 1.
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Suonavano appunto le undici al grande orologio di Santa Maria Maggiore, quando la via Manin, in quel tratto che corre da via Farini a piazza dellEsquilino, si affoll con impeto di giovani irrompenti a torme dal liceo Umberto I. Cera tanta festa nellaria ancora frizzante, ma gi attraversata da lievi aliti odorosi, che unebbrezza smodata di vivere ferveva sui volti degli studenti e ne accendeva gli sguardi.
Fu per alcuni minuti un chiamarsi, un rincorrersi, uno scambio di frizzi, un turbino di braccia che agitavano in alto libri e quaderni, un viluppo di gambe che si sgranchivano, un brulicare di teste, che si muovevano sotto le fogge varie dei cappelli e dei berretti, finch a poco a poco la folla giovanile si disperse per le vie adiacenti.
Alcuni si allontanarono soli, pensosi, a capo chino, seguendo sul marciapiede la striscia aurata del sole; altri, spavaldi ed a gruppi, vociavano, ostentando disprezzo verso lasinit dei professori; altri, a coppie, si comunicavano a bassa voce qualche ameno secreto o sostavano per ammirar meglio qualche graziosa signorina, che affrettava il passo ad evitar lo scoppietto di ardite esclamazioni ammirative.
Un giovanetto mingherlino, dalle mani morbide e i baffi nascenti, raggiunse di corsa un ciociarello venditore di viole e ne comper due mazzolini, che fece scomparire con sorriso di beatitudine nelle tasche della giacca, mentre i compagni lo schernivano di lontano con motti e fischi.
Gli ultimi studenti usciti, una ventina circa, dallaspetto pi maturo e gli abiti pi accurati, fecero capannello davanti al portone della scuola per ascoltare un giovane scarno e giallastro, il quale perorava, scrutando intorno coi mobili occhi indagatori. Langolo sinistro della bocca gli si alzava spesso rapidissimamente, in quella che la palpebra dellocchio sinistro gli si chiudeva quasi ammiccando, e tale grottesca mimica faciale esilarava i compagni per lantitesi tra la maschera umoristica delloratore e la seriet di quanto egli andava dicendo. Si trattava di un comizio da combinare fra gli studenti secondari, di una nota da redigere e portare ai giornali, forse di uno sciopero da organizzare per rendersi solidali con uno studente siciliano, vittima di soprusi accademici. Il precoce tribuno si agitava, sinfervorava, rivolgeva ai compagni suppliche e minacce, lanciava frasi da comizio, parlava di proletariato intellettuale, accennava, con frasi arruffate, allassoluta uguaglianza che dovrebbe esistere fra il banco dello studente e la cattedra del professore.
 Io faccio il comodo mio e me ne strarido della cattedra!  sentenzi in pretto accento romanesco uno studente grassottello.
 Ma sicuro; noi ce ne infischiamo della cattedra e anche dei banchi, se  necessario  esclam in coro la maggioranza degli ascoltatori.
 E anche dello studente siciliano, nonch dei ciarlatani umanitari  concluse un altro dal viso lungo e pallido che, evidentemente, era tormentato dallinvidia per le facolt oratorie del compagno, con cui rivaleggiava, daltronde, anche in classe per il primato nella traduzione di latino.
Due o tre giovani peraltro rimanevano gravi. La idea di atteggiarsi a rivendicatori lusingava il loro amor proprio, mentre il pensiero di una eventuale settimana di sciopero accarezzava la loro pigrizia.
 Allerta!  disse il giovane grassottello  ecco Sette Per.
Tutti girarono simultaneamente il capo verso lingresso della scuola, di dove in quel momento appariva infatti il preside del liceo, cavaliere, professore Otto Per, soprannominato dagli studenti cavaliere Sette Per.
Il preside  un personaggio assai decorativo, di figura aitante e complessa, elegantissimo nelle vesti, con una barbetta brizzolata e morbida biforcata sul mento quadrato, coi guanti nuovi, color bulgaro, stretti nella mano sinistra e una busta gialla amorosamente tenuta nella mano destra  dopo avere lanciato un severo sguardo sullassembramento dei giovani, varc la soglia, fiancheggiato dal professore Tandi, insegnante di filosofia, e dal professore Arnelli, insegnante di latino.
A lui piaceva uscire cos, da suoi dominii, accompagnato da una specie di stato maggiore, e nel passare davanti ai giovani si tolse ostentatamente il cappello per il primo, soddisfatto di largire ad essi una gratuita lezione di galateo.
Tutte le teste si scopersero e il gruppo dei giovani scomparve dalla parte di via Principe Amedeo, avendo osservato che il cavaliere Sette Per si dirigeva verso Piazza dellEsquilino.
I due professori volsero una melanconica occhiata sulla busta gialla del preside e si scambiarono un fugacissimo sorriso ironico di reciproca commiserazione.
Quando il preside usciva dalla scuola con una busta gialla in mano voleva dire chegli aveva scritto un articolo di pedagogia, e quando il preside aveva scritto un articolo di pedagogia voleva dire chegli sentiva limperiosa necessit di farlo gustare ai colleghi subalterni.
La busta gialla del preside era proverbiale tra glinsegnanti del liceo Umberto I.
La intuivano, se ne domandavano conto, ne calcolavano in modo approssimativo il peso del contenuto ed avevano finito, di comune accordo, col sacrificarsi a vicenda, due per due, alle manie letterarie del cavalier Otto Per, il quale, pur essendo di carattere accorto e dindole sospettosissima, diventava virginale di candore innanzi alla forzata ammirazione dei suoi dipendenti.
Quella mattina dunque, arrivato allangolo della via Esquilino, si ferm peritoso, e, con una sfumatura di timidezza in pieno contrasto con i suoi modi abitualmente imperativi, disse, accarezzando collocchio la busta gialla:
 Ho buttato gi un articoletto intorno allimportanza dellinsegnamento classico sulla formazione del carattere. Sarei contento di sentire il loro parere.
Il professore di latino, un povero diavolo carico di acciacchi e di famiglia, annu con aria ossequiosa. Egli, che aveva molte negligenze da farsi perdonare, si mostrava sempre di una docilit supina.
 Si figuri! Per me sar un piacere grandissimo. La questione minteressa direttamente!  esclam egli.
Il professore di filosofia, Ferruccio Tandi, che aveva avuto laccortezza di farsi proclamare uomo di testa balzana, ma ricco dingegno e di originalit, disse ostentando franchezza:
 Non nascondo che, in questo momento, il pasto cotidiano mi alletta assai pi dellinsegnamento classico; ma, se larticolo non  troppo lungo, lo ascolter volentieri. Lei, scrivendo, ha il privilegio di rendere divertenti anche le questioni noiose.
Un guizzo di piacere brill negli occhi grigi del preside e, tratti dalla busta alcuni fogli coperti di scrittura tonda e minuta, cominci a leggere con lentezza, calcando sulle parole che gli sembravano pi scelte, pesando ogni virgola, rigirando in bocca ogni sillaba, quasi per gustarne il sapore e accompagnandosi col gesto della mano, ora spianata per servire di appoggio al peso delle argomentazioni, ora stretta come per raccogliere in pugno le sparse fila del ragionamento, ora collindice proteso per meglio precisare il corso dellidea.
Il volto gli appariva soffuso di volutt contenuta, un riso di godimento gli serpeggiava sulle labbra increspate ed egli sollevava la fronte di continuo come per iscrutare il viso degli ascoltatori ed assicurarsi della loro intensit ammirativa.
Il professore di latino, con le mani dietro il dorso e il pensiero perduto dietro la cifra paurosa di una cambialetta, che non avrebbe potuto pagare il giorno dopo, protendeva la faccia con espressione assorta ed approvava a caso con cenni automatici di assentimento.
 Sicuro! Sicurissimo! Ecco! La cosa  chiara  ripeteva con calore ad ogni voltare di pagina e intanto pensava atterrito che quellanimale di usuraio non avrebbe, di certo, voluto ascoltar ragione e che egli avrebbe dovuto trottare da sinistra a destra per contrarre un debito nuovo, con cui estinguere il debito vecchio.
Il latino? Ma se ne rideva allegramente lui del latino e avrebbe dato tutte le storie di Tito Livio e tutte le egloghe di Virgilio per uno straccio di ciabattino che gli facesse gratis cinque paia di scarpe per i suoi cinque diavoloni!
Frattanto il professore di filosofia, dondolandosi un poco sulla persona e tenendosi in bocca il pomo dargento della canna elegantissima, aggrottava le ciglia sotto gli sguardi interrogatori del preside e rimaneva nellatteggiamento sibillino di chi preferisca non pronunciarsi apertamente; ma, a un certo punto, quasich la poderosit delle argomentazioni debellasse in lui la forza dei preconcetti ostili, ammir con gesto incondizionato e quasi iroso di tutta la persona.
Il preside, gongolante di gioia, avvolse il giovane collega nel sorriso di unappassionata riconoscenza.
 Falla finita, cretino!  diceva il Tandi fra s.  E pensare che se qualcuno de miei alunni mi presentasse un simile pasticcio di luoghi comuni, gli appiccicherei uno zero! Che idiota mastodontico!  esclam mentalmente nellascoltare il suono roboante di una vuota frase sonora declamata con enfasi trionfale dal leggitore.
 Un momento! Un momentino! Scusi tanto, ma non capisco bene  egli disse, interrompendo la lettura con atto autorevole di chi non ammette celie sopra un ragionamento dimportanza capitale.
Il preside sinterruppe quasi ansioso:
 Dica pure sinceramente. Nel mondo dellintelletto non deve esistere gerarchia.
 Gi, gi, nessuna gerarchia nel regno dellidea  conferm brusco il Tandi  e appunto per questo io la prego di rileggermi tutto il periodo.  E il cavaliere Otto Per lesse di nuovo con remissivit, solleticato deliziosamente dalla ruvida schiettezza del collega, il quale andava intanto meditando di farsi accordare, da quel tipo dimbecille, due o tre giorni di permesso straordinario per andare a caccia.
 Ebbene? Cosa trova da ridire?  chiese il preside con amichevole docilit, dopo finita la seconda lettura del lungo periodo.
 No! No! Ha ragione lei. Mi era sfuggito il nesso logico e non avevo afferrato il senso della parentesi.  E, cedendo allimpulso dellindole sua burlesca, il Tandi si rivolse al collega di latino e gli chiese a bruciapelo con seriet imperturbata:
 E lei che cosa ne pensa?
 Io?  esclam esterrefatto linterpellato, che si trovava con la mente mille miglia lontano.  Io?
Ma, riprendendosi subito, disse con dignit circospetta:
 Non sono questioni da risolversi a orecchio. Rilegger larticolo, quando sar stampato, e allora ne discuteremo!  Andate al diavolo tutti e due insieme al latino e alla filosofia  prosegu poi nel pensiero.  Se questo cretino non mi avesse sequestrato, avrei potuto passare per piazza degli Zingari a verificare il prezzo della verdura. Evidentemente la domestica mi deruba e lavrei gi cacciata, se non le dovessi il salario di tre mesi!  Ma il corso di tale mesto soliloquio venne interrotto dalla espressione chiusa ed arcigna, che assunse allimprovviso la faccia del preside, fino allora tanto esuberantemente aperta ed espansiva.
Il Tandi, colpito anche lui da una cos rapida metamorfosi, volse il capo per indagarne lorigine e scorse, sul marciapiede opposto della via, il professore ditaliano Luca Faltri, che si avanzava a passo tardo, tenendo in mano, con aspetto indeciso, il fascicolo ancora intonso di una rivista.
 Gli studenti lo hanno soprannominato Bue Api  disse il cavaliere Otto Per, abbassando la voce, dove tremava il brivido di una rivalit astiosa, fatta di orgoglio umiliato e dinferiorit riconosciuta, quantunque non confessata.  Ho colto a volo il soprannome ieri, attraversando il corridoio e, naturalmente, ho detto al giovane maleducato due paroline come si deve; ma, in pectore, ho dovuto convenire che il soprannome di Bue Api, dato al professore Faltri,  indizio di grande genialit nellinventore.
Il professore Luca Faltri, che si avanzava sempre pi meditabondo, era un giovane sui trentanni, di media statura, ampio di torace, quadrato di spalle, con una testa biondissima e poderosa, con una faccia pallida dalle solide mascelle ornate di folta barba color oro, dal sorriso vago, come remoto, e dagli azzurri occhi infossati, piccoli, miti infantilmente quando la bocca rideva, aguzzi e freddi come di acciaio, quando la fronte si corrugava.
Egli aveva in s qualche cosa dellanimale cresciuto al contatto della madre terra, che sui misteri delle zolle smosse abbia lungamente meditato trascinando laratro e che alla terra si senta avvinto per le radici stesse del proprio essere.
 Ha ingegno peraltro, molto ingegno  disse il professore di latino, in uno scatto di sincerit inconsiderata, di cui si pent subito, osservando la smorfia sarcasticamente sdegnosa, onderano contratte le labbra del preside.
 Ingegno? Moltissimo ingegno? Quanto corre lei, caro professore. Intanto, come insegnante ditaliano, vale ben poco!  troppo personale! Fa troppo lesteta! Insomma un insegnante mediocrissimo!
Luca, non sospettando di quale esame fosse loggetto, si era fermato, aveva con moto deciso tagliati alcuni fogli della rivista e si era talmente assorto nella lettura da non osservare nemmeno una bellissima giovanetta, che, sottile e diritta, gli pass vicino con passo ritmico, seguita da un soldato portante il pacco dei libri, e dardeggiandogli uno sguardo pieno di raggi, velato in fretta dallombra lieve delle curve ciglia. Unonda viva di rossore accese le gote della giovanetta, la quale pieg rapida il viso sopra un mazzo di fiori che teneva in mano.
 Se domattina la Nori si presenter di nuovo a scuola con tutti quei fiori, glieli far buttare dalla finestra  disse il preside, dimenticando labituale misuratezza delle sue espressioni e lasciando intravvedere il fondo volgare del suo temperamento, tanto lo irritava la vista di Luca Faltri. Era un sentimento pi forte di lui, pi forte del dominio che, per solito, egli sapeva esercitare sopra di s; era una di quelle antipatie organiche, le quali provocano uno spasimo fisico, in cos vivo modo feriscono le parti pi essenzialmente individuali del nostro spirito.
 Quando la signorina Ludovica Nori voglia sdilinquirsi col professore ditaliano, induca il suo buon pap a chiamarglielo in casa. La scuola non  fatta per questo.
 Ma il professore Faltri non  responsabile della precocit sentimentale di quella ragazzina!  esclam il professore Arnelli, vinto di nuovo dallimpulso dellanima sua bonaria e schietta.
Il preside ebbe un fatuo sorriso di bel maschio conquistatore, ma, comprendendo di essersi lasciato trascinare troppo oltre, disse con accento pacato:
 Certo, certo, io non muovo su ci nessuna accusa al nostro collega; se non che, quando un uomo ammogliato vuole mettere a posto una signorina di sedici anni, sa bene qual  il contegno da tenere  e, senza esprimersi, lasci capire che a lui era toccata spesso la noia di simili avventure.
Ferruccio Tandi, che aveva taciuto fino allora, seguendo collocchio tutti i movimenti di Luca Faltri, mentre questi si allontanava, sostando a ogni due o tre passi dal lato di via Merulana, disse allo scopo di punzecchiare il preside:
 Volere o volare la Grande Rivista pubblica in prima pagina, sul fascicolo di oggi, una poesia di Luca Faltri.  quasi il bastone di maresciallo.
Il cavaliere Otto Per fu colpito in pieno petto dalla notizia, molto pi che egli si era frequentemente e inutilmente adoperato per onorare la Grande Rivista della sua prosa educativa.
 E sta bene  disse, rimettendo i fogli dellarticolo dentro la busta gialla e dimenticando perfino di completarne la lettura,  E sta benissimo! Io non credo che nessuno mi abbia mai potuto tacciare di astio o dinvidia verso un mio subalterno, ma, francamente, trovo che non valga la pena di vivere fino alla mia et nella capitale del regno per vedersi scavalcare da un Carneade arrivato ieri della provincia.  Poi, gi pentito per la vivacit delle sue parole, irritato contro di s per essersi famigliarizzato troppo con due suoi dipendenti, irritato contro di loro perch erano stati spettatori della sua debolezza, torn immediatamente padrone di s, ascese con disinvolta dignit i gradini del suo piedestallo, si scopr il capo con esagerata deferenza, salut cerimoniosamente luno dopo laltro i due professori e, con la sua elastica andatura di uomo abituato ai ritrovi eleganti, si perdette sotto gli alberi che fiancheggiano piazza dellEsquilino.
 Per essere un imbecille ha almeno il privilegio di essere divertente  comment Ferruccio Tandi, appena il preside fu scomparso.
 S, ma  anche pericoloso  osserv il professore di latino, e i due si separarono col viso cosparso di noia al pensiero di doversi rivedere poche ore dopo.
Il Tandi, abitando nel centro di Roma, doveva prendere la tramvia di piazza Venezia e, nellattraversare la piazza di Santa Maria Maggiore, vide Luca Faltri immobile allombra dellobelisco, con la Rivista aperta e lo sguardo perduto lontano, quasi nella ricerca o nella rievocazione di un fantasma inafferrabile
 Mi raccomando, Faltri, non perdere la corsa quando si tratter di ridiscendere in questo basso mondo!  il Tandi esclam, ridendo e senza fermarsi.
Luca si scosse, chiuse in fretta la Rivista con la timidezza impacciata di una fanciulla sorpresa a leggere il primo messaggio segreto, e raggiunse lamico col quale si un.
 Ancora qui?  domand Luca.
 Caro mio, sono vivo per miracolo. Mi  crollato addosso un articolo pedagogico di Sette Per!
Luca ruppe in una schietta, lunga risata tanto la pedagogia del preside gli appariva amena; poi, ridiventando serio ad un tratto, sollev forte le spalle con la mossa del villano quando si libera da un fascio troppo schiacciante, e disse:
 Dovresti fare come ho fatto io. Confessargli che la pedagogia ti secca.
 Gi, per crearmi un nemico implacabile e vedermelo continuamente tra i piedi durante le ore delle lezioni. Preferisco ingoiare una pillola a quando a quando, e vivere in pace.
 Ma come trovi la pazienza di ascoltarlo?  chiese Luca distratto, evidentemente preoccupato da una idea estranea al soggetto della conversazione.
 Mentre egli legge io penso ad altro  disse Ferruccio Tandi.
 Io non potrei far questo  esclam Luca con aspra sincerit  mi sembrerebbe di abbassarmi.
Ferruccio Tandi si freg le mani con aria soddisfattissima, ridendo allegramente.
 Sicuro! Sicuro! Tu sei un granduomo, sei anche poeta; ma poeta oltre il verosimile  e continuava a ridere, fregandosi le mani sempre pi forte.
 Perch ridi tanto?  chiese Luca, non del tutto abituato ancora alle strane maniere dellamico.
 Rido perch tu mi diverti. Parola donore sei divertente. La tua ingenuit e la tua barba formano, accozzate insieme, qualche cosa di ameno che mi eccita il buon umore.
  vero, sono ingenuo e anche pi di quanto credi  conferm Luca con accento di ferma convinzione.
 Oh! certo! certo! tu sei un magnifico bersaglio da servire da punto di mira alle esercitazioni deglimbecilli.
 Sono cos, mi piace di esser cos e non vorrei cambiarmi.
 Quale difficolt?  affar tuo. E poi, quando c la salute  disse Ferruccio Tandi, ridendo ancora e parlando a scatti con quel suo fare di beffe sibillina che lo rendeva a tutti tanto gradito e temuto.
 Gi, gi, quando c la salute  conferm Luca tra il serio e il faceto.
 Ho letto il tuo breve poema  e Ferruccio accennava al fascicolo della Grande Rivista.
 Ebbene?  domand Luca, quasi con paura, arrossendo un poco.
 Va benone, non c niente da opporre. Una volta lanciato nel mondo delle nuvole, sei padrone del campo e bisogna farti di cappello. Superba la rievocazione epica degli eroi omerici. Sei poeta, questo  innegabile ed  un bel vanto; ma, per me, preferisco la filosofia  e, poich in quella passava la carrozza elettrica, il Tandi vi salt sopra dun salto, agilmente, e dalla piattaforma rivolse al collega un ultimo sorriso ambiguo, di ammirazione per le sue doti poetiche, di commiserazione per la sua ingenuit.
Luca fu lieto di trovarsi finalmente solo per gustare la sua gioia. Vedere il proprio nome al posto donore della pi importante Rivista italiana gli gonfiava il cuore di orgoglio ed esultava per la sicurezza che altri avrebbe letto, forse ammirato, lopera del suo pensiero.
Provava in s un empito di vita e una centuplicazione di energia; gli pareva di misurarsi e di conoscersi, di scoprire nel suo petto una sorgente di forza chegli aveva fino allora ignorato di possedere e che gli largiva adesso, sotto lurto magico dellaltrui consentimento, londa fresca e rigeneratrice dellinspirazione.
Aveva bisogno di camminare e di appartarsi; landirivieni affannoso della gente lo infastidiva e lo distraeva. Imbocc via delle Sette Sale e, percorsi appena pochi metri, sost per respirare laria a pieni polmoni e per gustare con tutto agio lintima e tranquilla poesia del luogo tanto silenzioso e deserto, come se egli, invece di trovarsi nel cuore di Roma, si fosse trovato in una delle viuzze tortuose della sua piccola San Marino.
A sinistra gli alberi della villa Brancaccio si dondolavano al di sopra del muro, spandendo odore di campagna aperta; a destra il cortile della chiesa di San Martino ai Monti si distendeva al sole con aspetto di melanconica dolcezza, e le pietre larghe del selciato, la sagoma acuta della facciata, viste cos, quasi mobili nei giuochi della luce, assumevano quel particolare aspetto pieno di fascino che assumono i luoghi vetusti, allorch un raggio si piaccia lambirli col tocco lieve ed aurato della sua carezza.
Per Luca era come se quei vecchi muri gli sorridessero, e quel tacito sorriso benigno di cose inerti gli scendeva al cuore, gli ridestava tante umili memorie sopite, gli rievocava il viso triste e rugoso della trisavola nonagenaria da lui religiosamente amata nei giorni della infanzia e di cui la faccia immota silluminava di bagliori pel riflesso dei riccioli biondi che egli, nellabbracciarla, le faceva piovere sopra le gote.
Le sue ambizioni letterarie, le noie della sua professione, esercitata a malincuore, le piccole miserie cotidiane, tutto rimase allora sommerso sotto il flutto azzurro dei ricordi giovanili spumeggianti a sommo della memoria per la strana somiglianza che quellappartato angolo di Roma aveva con la sua minuscola e gloriosa citt nativa. A un certo punto, dove la via delle Sette Sale si allarga a semicerchio, fiancheggiata per un lato di case a un solo piano e limitata per laltro da una rozza muraglia, Luca ebbe lillusione assoluta di ritrovarsi a San Marino, non riveduta pi da parecchi anni.
Dalla muraglia pendevano lenzuola candide e gocciolanti sciorinate al sole; nellaria vagava il buono, umido odore dei panni di fresco risciacquati; dal cancello socchiuso di un villino si udivano cinguettar voci di bimbi; un vecchio frate apparve e scomparve rapido, agitando nel passo i lembi della tonaca e sollevando cogli zoccoli piccole nubi di polvere dal terreno non selciato.
Era assai tempo che Luca, preso nellingranaggio della vita cittadina e sopraffatto dal tedio delle occupazioni abituali, non si trovava cos assolutamente libero e non sentiva il suo spirito districarsi cos dai lacci delle esigenze materiali per rimanere sospeso nella regione vasta del sogno.
Camminava adagio pel timore che fosse breve quella strada solitaria dallaspetto campestre e si abbandonava con volutt intensa, resa pi acuta e gi quasi nostalgica dalla coscienza che lattimo era fuggente ed effimero, al godimento onde lanima  presa, quando pu rivivere la propria vita, riassaporandone ogni minima e pi remota sensazione.
Alcuni punti del passato emergevano dalla memoria pi fioriti e pi nitidi. Luca si rivedeva a quattordici anni, allorch nelle mattine invernali, mentre la neve copriva lirta vetta del suo monte e il vento urlava furioso intorno alla torre del Verrucchio come se il mastino tiranno vi latrasse ancor dentro, si rotolava di corsa per il viottolo sassoso, che unisce la cittaduzza al borgo sottostante. Le raffiche sollevavano a nembi il pulviscolo della neve gelata, le falde del bruno mantello gli svolazzavano dietro le spalle a guisa di ali, le scarpe ferrate facevano scricchiolare il velo cristallino del ghiaccio, nessuna voce saliva dal basso, nessuna eco scendeva dallalto e lo spazio era invaso dalla voce poderosa del vento, che empiva di s ogni recesso della montagna.
Il sangue si agitava pi fervido nelle vene delladolescente, a cui pareva che il mondo fosse un deserto e che egli di quel deserto fosse il sovrano. Poi si rivedeva, a diciotto anni, con le braccia conserte appoggiate sul parapetto della rocca Sammarinese nei pomeriggi autunnali durante il periodo delle grandi vacanze. Oh! i tristi mesi scolastici impiegati a frequentare il liceo di Fano, di quella citt marittima oscura, muta, fosca, accidiosa nella stagione fredda, ove si ha la impressione che il tempo stesso rimanga immoto, con le ali pendenti e flosce, rese inabili al volo!
Il giovanetto tornava a San Marino come si torna dalla morte alla vita e passava intieri pomeriggi a inebbriarsi di luce in cima alla rocca.
Che tumulto di sensazioni, quale turbinosa simultaneit di pensieri. Egli era gi meditativo, gi dolorosamente esperto nellanalisi di s, gi assillato dal dissidio esistente fra la esteriorit dei sentimenti quali voleva che agli altri apparissero per non turbare lequilibrio degli affetti e delle consuetudini, e quali invece sentiva imperversarsi dentro, ribelli, bizzarri, indomabili, cos profondi e contraddittori, cos in urto fra loro, che egli talvolta si spauriva nel subirne il conflitto.
Lo studio accanito, le affannose, appassionate letture gli avevano precocemente maturato lingegno e intanto lanima, rimasta in continua, selvaggia solitudine, serbava le scontrosit ringhiose di una bestia forastica; e mentre il senso estetico della bellezza ideale si era andato acuendo in lui sino alla intolleranza della menoma imperfezione, egli rimaneva rozzo nei modi, impacciato nella parola. Un vago presentimento lo avvertiva fin dallora che quel dissidio si sarebbe agitato in lui perenne, che mai gli sarebbe riuscito possibile il livello tra il fluttuare irrequieto del proprio pensiero e la integra manifestazione di esso, e che egli avrebbe dovuto sempre in parte alterarsi, in parte costringersi, sempre dare o meno o pi di quanto avrebbe voluto concedere. E appunto per la coscienza nebbiosa di quello che sarebbe stato in avvenire sua debolezza e suo tormento, il giovanetto gustava vertigini di gioia nel rimanere aggrappato, quasi librato, al muro della rocca, col busto curvo in avanti, sentendo labisso sotto di s, abbracciando collocchio spazi incommensurati di cielo, lasciando che i suoi strani pensieri roteassero audaci e famelici di preda, come i falchetti che segnavano di mobili geroglifici bruni la chiarit opalina dellorizzonte, empiendo laria di strida e di clamore. Ma sopratutto un episodio della giovinezza si staccava dagli altri con pi preciso rilievo; episodio che aveva esercitato ed esercitava influenza decisiva sul corso della sua vita.
Il settembre moriva e i tralci dei vigneti cedevano al peso dei grappoli occhieggianti tra il verde rossastro dei pampini.
La strada lunga e bianca, svolgentesi a spira da Rimini a San Marino, appariva rabescata a ricami pel brulicho dei veicoli e dei pedoni, lopposta sommit di San Leo, incoronata di bagliori, sembrava augurar gloria e fortuna alla repubblica sorella che inaugurava il nuovo palazzo della libert, custode delle sue tradizioni, monumento della sua storia. E in quella sala augusta, dove pareva che gli spiriti austeri dei padri si fossero dati convegno per assistere tacitamente alla solennit del rito e perch le genti sentissero che il passato vigilava attento sullavvenire, la voce di un altissimo poeta si era diffusa. A Luca era sembrato che quelle parole duttili e luminose fossero concrete, che loratore le afferrasse, nel pronunziarle, le sovrapponesse, le cementasse, ne formasse una mole di architettura meravigliosa e, che poi, con la virt del suo genio creatore, vi trasfondesse una vigile anima, lanima della tradizione, che fa aleggiare il soffio degli scomparsi pensieri sui pensieri ancora immersi nelle tenebre del futuro, che mesce invisibilmente lolio alimentatore di luce nella preziosa lampada trasmessa dalluna allaltra generazione.
Luca era uscito da quella sala col proposito incrollabile di consacrarsi al culto della parola, di studiarne ogni virt e ogni bellezza, di foggiarsene unarma con cui combattere e vincere le battaglie dellideale. Aveva sino allora serbato scrupolosamente fede al patto assunto nel cospetto di s; era diventato a Bologna discepolo del poeta; aveva studiato senza vilt, n stanchezza; aveva mantenuta in s viva la fiamma delle nobili ambizioni; aveva atteso, per lanciarsi nella mischia, di sentirsi agguerrito e agguerrito gli pareva di essere contro le insidie della vanit e contro le molli blandizie della notoriet troppo facilmente conquistata.
Per lasciarsi con pi dolce mollezza cullare dallonda delle reminiscenze, Luca si era seduto sul muricciuolo della via deserta e restava immobile, col cappello e il fascicolo della Rivista dimenticati sulle ginocchia, con la fantasia un poco stanca e natante incerta, oramai senza mta, simile a barca che pigramente si dondoli presso la riva di un fiume, dopo averne faticosamente seguito il corso.
Quella specie di dormiveglia intellettuale gli trasfondeva per le vene un senso gradito di benessere e Luca non avrebbe pensato a muoversi di l, qualora il suono di alcune voci non avesse spezzato il fascino delle sue fantasticherie.
Svolt primo dallangolo della strada un bimbo dai capelli spioventi, occupato a far girare di corsa il cerchio con la bacchetta, e dietro di lui una elegante signora vestita di chiaro accompagnata da un giovanotto bruno, che sospingeva pian piano la bicicletta con la mano sinistra e col braccio destro cingeva amorosamente il busto della signora.
Linaspettata presenza di Luca port lo scompiglio nella galante intimit della coppia. Il giovanotto trasse il braccio a s con moto irriflessivamente rapido; la signora chiam per nome il bimbo e se lo trattenne al fianco, assumendo il contegno ragionevole e amorevole di una mammina piena di senno e di premure.
I tre disparvero subito, ma lincanto era spezzato.
Luca si alz, guard lorologio, vide che il mezzogiorno era suonato da mezzora e pens che la suocera, ottima donna insopportabile, gli avrebbe inflitto una delle sue prediche per non essersi presentato con puntualit al pasto di famiglia.
Lidea di una ramanzina di sua suocera lo annoiava e lo intimidiva, perch egli, di una indipendenza assoluta e gelosa per quanto si riferiva alla vita del suo intelletto, era un buon diavolo passivo e docile per quanto si riferiva alle contingenze della vita materiale. Le discussioni lo annoiavano mortalmente e cercava il pi possibile di evitarle, onde si alz per incamminarsi verso via Venti Settembre, dovegli abitava con sua moglie e i genitori di lei.
Procedeva in fretta col cappello calato sulla fronte, la testa bassa, il fascicolo della rivista accartocciato nella mano destra, chegli alzava e abbassava con moto ritmico per segnare il suono delle strofe che si andava ripetendo sottovoce. Era cos infatuato nella sua mentale declamazione che pass davanti al Colosseo senza fermarsi e che, allangolo di via dei Serpenti, fu sul punto di rimanere investito da una motocicletta senza che egli pensasse nemmeno a scartarsi.
La sua lirica, recitata per s a fior di labbra, gli pareva superba, profonda nel concetto, smagliante nelle immagini, nitida nella voluta delle strofe, percorsa, dal primo allultimo verso, da solchi nascosti di luce che ne rendevano trasparente ogni parola, vivificata da intimo, contenuto fervore, che ne animava la struttura, facendo sentire il brivido dellidea sotto il paludamento magnifico della veste. Le rime, intrecciandosi, gli suscitavano attorno la eco canora, che suscitano le corde di antico strumento musicale percorse dalle dita sagaci di esperto citaredo.
Il poemetto si riattaccava allunico episodio della sua vita sentimentale.
A Bologna aveva amato una studentessa di lettere, una creatura perfida e artificiosa, che aveva avvinto il giovane nelle spire sapienti della sua mala, facendolo terribilmente godere e soffrire, scherzando con la rude ingenuit di lui, come un bambino ignaro scherza con unarma pericolosa. Poi, quando un giorno Luca, sotto limpeto pazzo della gelosia, abilmente, pazientemente coltivata dalla ragazza malvagia, si era gettato sopra di lei e laveva furiosamente scossa, fissandola con occhi sprizzanti il rancore del desiderio non soddisfatto, balbettandole in volto parole tremende di minaccia, rivelandole quali intatte forze di selvaggia violenza fermentassero entro linvolucro goffo della sua timidezza, ella aveva preso ad amarlo con delirio e per alcuni mesi Luca si era lasciato travolgere dallonda torbida della passione.
Desideri insaziabili, riaccesi non appena smorzati, impeti di amore brutali e dolorosi come impeti di rabbia, una vertigine perenne, una sete inestinguibile, unarsura di tutto il sangue, un tormento di tutte le ore, unossessione di tutti i pensieri, un bisogno affannoso di liberarsi, spezzando i ceppi della crudele tirannia, e in pari tempo un terrore folle che i ceppi si allentassero, che la tirannia si rendesse meno assoluta. La presenza dellamata non bastava a placarlo; il pensiero che, anche stringendola nelle braccia, ella rimaneva isolata da lui, libera, forse mendace nei sentimenti e nelle idee, che tra i loro cuori esisteva pur sempre una barriera non superabile e che nel cervello di lei, sotto la massa odorante e lucente dei capelli scuri, potevano annidarsi reminiscenze di altri amori, che la bocca di lei, cos fresca e tentatrice nella mobile sinuosit del sorriso, poteva serbare la traccia di altri baci e che quella piccola, fragile creatura aveva potenza di torturarlo, quasi di annientarlo, gli sconvolgeva lo spirito fino a lanciarlo verso il limite estremo della pazzia.
Le rovesciava allora il viso pallido, dai lineamenti minuti, le teneva stretto il capo nelle mani, la scrutava dolorosamente, interminabilmente nei grandi occhi, iridati di pagliuzze doro:
 Dimmi, dimmi, che io sappia! Voglio sapere tutto di te!  egli ripeteva smarrito.
Ma le pupille cangianti sfuggivano allindagine di lui, il viso pallido acquistava lespressione implacabilmente sibillina delle statue poste a guardia di arcaiche tombe, e la fronte levigata di lei appariva minacciosa a guisa di suggello apposto per salvaguardare un terribile segreto.
Egli la respingeva lontano da s, con orrore e fuggiva disperato, per tornare subito dopo, attratto verso la sfinge dal fascino del mistero.
La cosa era invece finita in maniera grottesca. Ella gli aveva presentato una mattina, pacatamente, nel corridoio dellUniversit, un bel giovane insipido, dicendogli che era suo fidanzato da tre anni e che si sarebbero sposati fra pochi mesi.
Luca, stordito, era rimasto senza parola, incapace di fare un gesto o concepire una idea; e quando, tornato in s, aveva voluto raggiungere la coppia, schiaffeggiare lintruso, afferrare la ragazza per i capelli e trascinarsela via come una preda, si era trovato accanto il suo pi fido compagno, un riminese leale e gioviale, che lo aveva tenuto fermo, e gli aveva detto, ridendo, con parole crude:
 Non vale la pena di compromettersi per una delle tante.
Luca aveva creduto dimpazzire, aveva perfino meditato il suicidio; poi, allimprovviso, un bel giorno leggendo lautobiografia dellAlfieri, si era sentito libero e quel tremendo amore gli era caduto dallanima come un frutto bacato cade tra le foglie morte per imputridirsi presso le radici dellalbero che lo portava.
Era guarito, ma sentimentalmente deturpato, perocch egli aveva capito subito che mai pi, mai pi avrebbe potuto amare di amore nessuna donna. Un anno avanti, poco dopo il suo arrivo a Roma, aveva incontrato al Pincio lantica tormentatrice, gi madre di due bambini. Laveva fermata, aveva parlato con lei placidamente, le aveva mandato, alcuni versi, scritti nellepoca tragica del distacco e ne aveva ricevuta un cartoncino azzurro con questi due endecasillabi, tracciati in svelta calligrafia corsiva:
 Nella custodia, appena tocca, in polve
La farfalletta antica si dissolve.
E tali due versi gli avevano fatto balenare il concetto del suo breve poema: Il tesoro degli Atridi.
 S  diceva il poemetto  quanto era stato gi vivo adesso  morto; il tempo ha ridotto in polvere i corpi poderosi degli eroi, gi balzanti con furore sulle alte bighe, gi squassanti, con parole dira, le aste di frassino, gi accorrenti in tumulto a difesa delle navi incendiate e gi roridi per lumor delloliva, sotto la intatta tunica, allorch, nei pranzi solenni, si offrivano a Giove le viscere delle vittime pingui e sulla bracia fumavano le carni infisse negli spiedi odoranti e nel cratre spumeggiava il vino fervido cosparso di bianca farina. S, la polvere degli eroi si disperse fra la bruna terra. Agamennone, pari ad un nume, quando incedeva a lunghi passi sulle rive del sonante Egeo, coperto le spalle ampie di fulva pelle leonina scendente fino ai talloni; s, Menelao dallodorosa chioma prolissa, trascinante la turba de suoi guerrieri dietro la rossa vela frigia, che recava alla reggia priamea la bellezza divina della figliuola di Leda; s, Ulisse scaltrito, dalle sapienti frodi e Achille piede veloce, cruccioso, implacato, e Paride, cinto i lombi di forza nei secreti del talamo, e il domatore di cavalli, Ettorre, di cui il cimiero ondeggiante di equina chioma, era palladio per le mura di Troia; s, costoro, e le loro donne e le loro schiave e i loro domin e le mandre innumeri dei loro buoi e le arche colme di pepli e le sale ampie dove si tenevano appesi gli scudi dal settemplice giro, gli elmetti irsuti, le loriche istoriate nella fucina stessa di Vulcano; s, le ampie sale, dove laedo cantava di regi battaglianti e dellOlimpo nevoso da cui gioghi il gran figlio di Saturno mandava auspic ai mortali; s, tutto ci  scomparso per sempre e la polvere, nella quale i corpi si sono dissolti, fluttua sulla storia e lavvolge entro la nebbia variopinta del mito! Eppure la maschera doro dAgamennone ci resta tuttavia e il metallo, tratto al sole dalle antiche rovine, ci aiuta e rievocare la forza, la bellezza, la potenza di una razza quasi divina. Cos io, rivedendo la curva pura della tua bocca, la nobile forma della tua persona, ho ripensato allamore gi in me trionfante, oggi morto e giacente nel recesso pi oscuro del mio pensiero.
Questo Luca Faltri aveva scritto nel suo breve poema: Il tesoro degli Atridi e nel rimuovere le ceneri del passato si era di nuovo convinto che ogni favilla dellantico incendio era spenta e che la commozione da lui provata nel cesellare le venti strofe del piccolo poema, era una commozione dindole puramente cerebrale.
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Capitolo 2.
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 E fino a quando abuserai della mia pazienza?
Luca Faltri, che saliva con passo meccanico i molti gradini conducenti al suo appartamento di via Venti Settembre, riconobbe la voce della suocera, la quale stava affacciata alla ringhiera del quinto pianerottolo, e suppose che lapostrofe ciceroniana fosse rivolta a lui. Egli era sul punto di rispondere, seccatissimo, quando si accorse che le parole di rimprovero, cos dignitosamente lasciate piovere dallalto, non erano destinate a piombare sopra il suo capo, perch dal fondo della scala unaltra voce rispose con aperta pronunzia toscana, ma con accento iroso e vocaboli di assai dubbia riverenza.
Luca comprese immediatamente di che si trattava.
La signora Mantucci, per la quale aprire il portamonete costituiva unoperazione altrettanto dolorosa quanto farsi estirpare un dente, aspettava sempre di essere seduta a tavola per incaricare la domestica delle ultime provviste, tantoch al momento decisivo mancava per abitudine il necessario.
La signora accusava la domestica dimprevidenza; la domestica rispondeva arrogante con arguzia senese; il pasto rimaneva interrotto; Caterina scendeva le scale a precipizio; la signora si collocava di fazione sul pianerottolo per ispiarne il ritorno, mentre gli altri rimanevano seduti davanti alla tavola a ridere o borbottare secondo lumore del momento.
Quella mattina, sul pi bello della colazione, era mancato il pane, e Luca, entrando nel salottino da pranzo, tenuto daltronde con propriet meticolosa, aveva trovato Arrigo Bolivan, cugino di sua moglie e professore di statistica allUniversit, abbandonato sopra la spalliera della seggiola a leggere il giornale con aspetto annoiato, e il suocero, Salvatore Mantucci, seduto immobile, coi pugni chiusi appoggiati sulle ginocchia, le labbra increspate sotto i rari baffi canuti e gli occhi neri e vividi fissi cupamente davanti a s. Egli aveva laria di rivolgere una serie di punti interrogativi allo spettro del suo destino, domandandogli, forse, la ragione per cui trentanni prima aveva incontrata colei che doveva essere sua moglie; perch nellincontrarla non si era dato a fuga precipitosa; perch, in trentanni di vita comune non aveva mai trovato il coraggio di opporre i diritti della propria personalit alla personalit dominatrice della signora.
Luca nutriva per il bravuomo la simpatia che gli esseri scontrosi e timidi nutrono per chi  pi timido di loro. Gli chiese dunque subito, con premura sincera, notizie della sua salute.
 Sto male  rispose laconicamente Salvatore, battendosi pian piano con le nocche delle dita su vari punti del petto, e poich il pane era finalmente arrivato, se ne tagli con rabbia una grossa fetta e ricominci a mangiare voracemente.
Arrigo Bolivan pieg il giornale, lo ripose nella tasca della elegante giacca scura e solo il gesto con cui simpadron della forchetta lasci comprendere alla signora Mantucci che, quando si vuol tenere a pensione un nepote professore di Universit, bisogna comportarsi in altro modo.
E la signora Mantucci, la quale, intimidendo gli altri, si lasciava a sua volta intimidire dalla dignit accademica di suo nepote, tent opporre qualche scusa alla severit del rimprovero non formulato.
Dopo tutto, una dimenticanza non  un delitto!
Il guaio  che le donne di servizio, toccato appena lasfalto del marciapiede, vi rimangono invischiate a sparlare dei padroni!
Di solito Luca non interloquiva mai, tenendosi completamente estraneo alle discussioni iniziate in famiglia durante i pasti; ma quel giorno, sentendosi di assai buon umore, assunse le difese di Caterina.
 Perch, in questepoca di rivendicazioni, negare alle domestiche il diritto alla maldicenza?  egli disse, piegato in due verso la tavola e masticando il cibo con lentezza.
Unocchiata sprezzante della suocera lo colp senza scomporlo e Maddalena simpett pi che mai sulla propria seggiola, per mostrare al genero come devono star sedute a desco le persone bene educate.
Ella si era fitta in mente che ogni parola di Luca racchiudesse un sarcasmo al suo indirizzo, onde gli rispose con amarezza concentrata:
 Caterina  curiosa, oltre che maldicente. I fatti degli altri la interessano pi dei fatti propri.
 Tutti siamo curiosi!  disse Luca, convinto, sgualcendo nelle grosse mani il tovagliolo di bucato, dopo avere coscienziosamente unto di salsa la tovaglia, suscitando grande ira nellanimo esacerbato di Maddalena.
 Tutti siamo curiosi! Lo studio della storia  una curiosit; lamore dei viaggi  una curiosit! Io, cercando un documento negli archivi di una biblioteca, lei leggendo la cronaca del giornale...
Maddalena lo interruppe indignatissima:
 Io leggo anche il resoconto parlamentare. Spero bene che non mi si voglia abbassare al livello di una donnicciuola  e sospinse il piatto comune verso il piatto di Salvatore, che conficc la forchetta in una sottile fetta di carne, collatto disperatamente deciso di chi simmerga nel cuore la punta di un pugnale.
Arrigo Bolivan, dopo essersi assicurato con lindice della sinistra che lo spillo in brillanti della cravatta fosse tuttora a suo posto, disse, in via generica, senza rivolgere particolarmente la parola a nessuno, da persona abituata a un uditorio collettivo:
 Mi pare che la questione si sia andata spostando. Nessuno potr confondere in buona fede la curiosit pettegola dei fatti specifici con lelevata curiosit scientifica, che spinge me, per esempio, a cercare nei dati statistici della emigrazione lentit di alcuni fenomeni sociali.
Tutta la faccia ossuta e accesa di Maddalena fu inondata di beatitudine.
Le pareva che la statistica di suo nepote costituisse un blasone per tutta la casata.
 Asserire il contrario  proseguiva Arrigo Bolivan, mescendosi vino da una bottiglia speciale  significa fare sfoggio di paradossi e di paradossi non discutibili.
La vena oratoria del professore fu interrotta dal campanello della porta dingresso, che squill con gaia petulanza, seguito dalla voce allegra di Cloe, la quale esclamava giocondamente:
  vero!  verissimo! Sono molto in ritardo.  orribile far questo! La puntualit  un sacro dovere verso la propria famiglia! E adesso, che mi sono strapazzata da me, tu non dirmi nulla, mamma  e Cloe, gettato ridendo sopra una seggiola il cappellino, sedette accanto a suo marito e si strinse a lui con la mossetta voluttuosa di una gattina che implori di essere accarezzata.
Luca sorrise, gir gli occhi verso il fascicolo della Grande Rivista, deposto sopra una mensola, e Cloe, comprendendo a volo, ebbe negli occhi un baleno giulivo. Luca non aveva mai bisogno di parlare per farsi intendere da lei. Si sarebbe detto chella gli stesse annidata nel cervello tanto ne percepiva con rapidit fulminea ogni sfumatura del pensiero.
Tir con la mano piccola come quella di una bambina la barba bionda delladorato, fissandolo di sotto in su con umile malizia, poi, con mossa rapida del busto, si rivolse dalla parte di Salvatore, domandandogli;
 Come stai oggi, pap?
 Male  rispose Salvatore con la bocca piena di cibo.
Cloe chin il capo, rimest il brodo con la punta del cucchiaio, quasi per vedere se le fosse possibile di trovare una dose di seriet nel fondo della tazza e, finalmente, dopo avere dominato due o tre volte il convulso dellilarit, proruppe in una risata schietta, mostrando la doppia fila compatta dei denti uguali e bianchissimi.
 Scusami, pap, non rido per mancare di rispetto alla tua malattia; ma sono di buon umore allidea chessa non ti ha mai dato pi fastidio di cos  e, gentilmente, amorosamente pos per un attimo la mano sopra la spalla di Salvatore, che si lasci andare anche lui a ridere alquanto, ridiventando subito cupo e che, dopo aver lanciato di tra i rovi delle irsute ciglia uno sguardo scrutatore verso la moglie, pred con atto furtivo lultima porzione di carne rimasta nel piatto di mezzo.
La signora Mantucci volse altrove il capo, disgustata profondamente per la voracit del marito, mentre Arrigo Bolivan si alzava in piedi, poco soddisfatto della colazione, ma come sempre soddisfattissimo di s medesimo.
Sarebbe stata infatti una vera ingratitudine contro il destino non mostrarsi contento di essere, a trentacinque anni, uomo ragguardevole, cavaliere della Corona dItalia, professore alla Universit e autore di uno studio di statistica comparata sulla emigrazione delle varie provincie italiane. E ben vero che il ponderoso lavoro correva rischio di rimanere assai lungamente inedito, ma ci non menomava affatto la superiorit del professore Bolivan di fronte al giudizio di s stesso.
Egli si avvicin dunque alla mensola, prese il fascicolo della Rivista, gett gli occhi sopra il sommario e, scorto il nome di Luca Faltri scritto per il primo a grossi caratteri, depose in fretta il fascicolo e, non riuscendo a dominare una leggera contrazione di dispetto, che gli turb il viso tondo e lucido, accese una sigaretta e si dette a passeggiare su e gi per la stanza. Lo scricchiolo delle scarpe nuove, di forma americana, testimoniava della modernit de suoi concetti e della sua solida agiatezza.
 Hai visto, pap?  disse Cloe.  La Grande Rivista pubblica oggi la poesia di Luca.
 In prima pagina  aggiunse Luca, puerilmente, ma si pent del suo infantile scatto di orgoglio, perch vide le sottili, pallide labbra di Arrigo Bolivan dischiudersi a un compassionevole sorriso canzonatore.
Il Mantucci invece simpadron del fascicolo, e, quantunque incapace di comprendere il poema, nonch di misurarne il valore, stette rapito a contemplare i fogli, quasich fossero miniati in luogo di essere stampati. La crescente notoriet letteraria del genero era lunico orgoglio, lunica distrazione della sua vuota esistenza di funzionario pensionato. Allorch si trattava della fama incipiente del giovane, Salvatore possedeva il fiuto di un buon segugio. Bastava che prendesse in mano un pezzo qualunque di carta stampata per riconoscere distinto se il nome di Luca vi si trovasse; e se il nome cera, egli lo snidava a colpo docchio e sindugiava lungamente a meditare il senso di quello che Luca aveva scritto o di quello che su Luca gli altri scrivevano.
 Il tesoro degli Atridi  ripetette due o tre volte a bassa voce, con accento di profonda soddisfazione, e dal modo pieno di compiacimento con cui rimise nelle mani di Cloe il fascicolo della Rivista, si comprendeva che oramai Salvatore Mantucci considerava il tesoro degli Atridi, personaggi a lui sconosciuti, quale un patrimonio di famiglia.
Avvolta dimpenetrabilit, maestosamente immobile e muta rimaneva la signora Mantucci, a cui piaceva bens che il nome di Luca circolasse pei giornali, procacciandole in tal guisa una certa considerazione da parte dei coinquilini, ma a cui era grave il pensiero di vedere in qualche modo pregiudicato lascendente chella esercitava in famiglia.
Appoggi quindi con sorriso di approvazione il discorso di Arrigo Bolivan contro i poeti e la poesia. Ecco, Arrigo Bolivan non sapeva immaginarsi il poeta che come un essere lungo, allampanato, di faccia scarna, scapigliata criniera e abiti dincerta foggia. Un poeta ben pasciuto, che percepisse regolarmente il suo stipendio alla fine di ogni mese, gli produceva leffetto di una stonatura. La poesia  dolore, il dolore  miseria, la miseria  miseria e la poesia sta tutta qui. Il resto  posa, esercitazione rettorica, abilit stilistica, acrobatismo del sentimento, tutto quello che si vuole, ma poesia non !
Luca, col dorso appoggiato alla finestra, ascoltava indifferente. Che valeva discutere?
Egli, dotato di acutissima facolt analitica, avrebbe potuto dimostrare ad Arrigo Bolivan che conosceva fin nelle pi piccole e nascoste molle il meccanismo de suoi pensieri e che ogni parola ascoltata era per lui, non gi il prisma adoperato dal parlatore per alterare il fondo dellidea, sibbene una specie di microscopio attraverso cui egli di tale idea scrutava lessenza e lorigine.
Ma perch sottoporsi alla fatica di confondere laltrui boria con lostentazione della sua perspicacia? Preferiva concedersi il divertimento di meditare, tacendo, come chi preferisca osservare il battere dei martelletti dentro la cassa armonica di un pianoforte, anzich guardare il correre delle dita sullavorio della tastiera. E giacch il discorso minacciava di andare per le lunghe, visto che il professore di statistica si preparava ad esporre con metodo lintiero sistema delle sue teorie e che Salvatore cominciava ad esaltarsi nelle sue colleriche confutazioni, Luca si ritir nella propria stanza insieme a Cloe, la quale si era limitata a ridere sul muso delloratore, ergendosi sulla punta dei piedi, quasi per mettersi meglio a livello della sua sapiente stupidaggine.
Appena Luca si trov solo con la moglie, si sdrai sopra il divano e accese una sigaretta.
Nei giorni in cui non doveva tornare a scuola, egli godeva di procurarsi con Cloe unora dintimit. Erano quelli i momenti migliori della sua giornata. Parlava poco e, con le palpebre socchiuse, il pensiero vagabondo, ascoltava il cicaleggio di Cloe, che gli saltellava intorno con la petulanza garrula di un uccellino.
Ella era cos minuta e graziosa, sguisciava con tanta agilit fra i mobili, emanava da lei tale arma di tenerezza che Luca gustava il pi assoluto riposo dellanima nel sentirsela accanto.
Quel giorno ella stava diritta nel vano della finestra, incrociati i minuscoli piedi, di cui la forma snella si delineava sotto il contorno degli scarponcini lucenti e di cui la pelle candida biancheggiava dai trafori della calza di filo.
Una breve gonna di panno grigio le scendeva a pieghe dallanca sinuosa, mentre dalla vita sottilissima il busto emergeva squisito di fragile eleganza.
Pareva che, oltre linvolucro fluttuante della camicina color avorio, il seno e le spalle non ci fossero tanto la linea sembrava fuggente e tanto ella appariva immateriale nel palpito delle ampie maniche leggere, che si gonfiavano allaria simili ad ali di farfalla; ma il gesto vivacissimo chella fece, volgendosi e curvandosi verso la strada per vedere un reggimento di soldati, che sfilava in quel punto al suono di una marcia guerresca, sarebbe bastato a rivelare quanta forza di vita e quanta agilit di muscoli si celassero sotto quellapparente gracilit.
Allorch il suono echeggi illanguidito dalla parte del Quirinale, Cloe si gir di nuovo verso linterno della stanza e ricominci a leggere i versi di Luca con attenzione talmente concentrata da apparire perfino dolorosa.
Il casco dei capelli color viola densi, lisci, massicci, attorcigliati a sommo del capo e ricadenti in grevi ciocche sulla tenue fronte, avevano al sole riflessi di acciaio brunito e il giro sottile delle sopracciglia sembrava anche maggiormente inarcarsi sotto lo sforzo del pensiero in tensione; le pinne del naso ardito si agitavano impercettibilmente e la bocca, dal labbro superiore alquanto rialzato, rimaneva dischiusa come se trarre il respiro fosse per Cloe una fatica.
Quando ebbe terminato di leggere, ella si avvicin al marito, gli sedette accanto sullorlo del divano e, dopo avere stretto forte nelle mani il fascicolo della Rivista ed essere rimasta un poco a fissare la punta del suo piede, che si contraeva dentro la guaina della scarpa, alz il capo risoluta e, assumendo il leggiadro atteggiamento di sfida abituale in lei, allorch voleva prendere una qualche decisione fastidiosa, domand a Luca:
 Per chi hai scritta questa poesia?
Luca ebbe un attimo di esitazione, poi le disse tutto in poche parole.
 Lhai dunque amata molto quella donna?  ella chiese.
 Moltissimo  rispose Luca con laconica sincerit.
 Pi di me?
 Diversamente.
 Meglio o peggio?
 Peggio. Ella era il mio tormento e tu sei il mio conforto.
Queste parole dette da Luca senza enfasi, nella placida constatazione di un fatto indiscutibile, spazzarono via ogni nube dallarguto viso della piccola Musm, come in famiglia Cloe veniva chiamata talvolta.
Ella cinse con le braccia il collo del marito e gli abbandon il capo sul petto con mossa di confidente, soavit poi, risollevando il busto, esclam con accento di trionfo:
 Vedi? Appena ti conobbi, io compresi subito che tu avevi bisogno di essere amato senza egoismi sentimentali, esclusivamente per te stesso. E volli conquistarti. Perch  aggiunse con un oscillare bizzoso del capo  sono stata io, proprio io a conquistarti. Confessa. Avresti pensato ad amarmi se io non ti avessi fatto nascere in testa questa idea?
 No, davvero non ci avrei pensato  disse Luca.
 Ma ti piacevo, non  vero? Ti piacevo?  domand Cloe, stretta da una infantile ansia retrospettiva.
 Immensamente. Mi piacesti dal primo giorno che ti vidi a Rimini davanti al mare. Somigliavi a un galletto.
Cloe rise giocondamente.
 Figurati se non ricordo! Ero vestita di bianco e portavo un cappello rosso, che pareva una cresta.
 Gi, un cappello assai brutto  asser egli convinto.
Cloe si scus, mortificata:
 Lo aveva scelto la mamma.
 Si capiva  disse Luca serio.
Cloe lo baci sulla punta del naso, entusiasmata pel buon umore di lui.
 Ma non importa  riprese Luca, dando saggio dinsolita loquacit  eri carina ugualmente e io mi dissi: Ecco una minuscola personcina che deve avere indosso molto pepe.
 Ed io invece, quando mi fosti presentato a San Marino, allalbergo del Titano, mi dissi: Ecco un maiuscolo personaggio, che deve avere indosso molto sale e che mi accompagner, nonostante, al Municipio. Ma non fu una impresa facile! Se non ti avessi adorato, mi sarei scoraggita!
 Tu sai che i montagnoli sono duri di cervice. Io non capivo!  disse Luca, con la bonariet rusticana e un po massiccia che egli portava nello scherzo.
 Una sera mi facesti piangere di rabbia  rievoc Cloe, che aveva sciolto il nodo alla cravatta di suo marito e che si divertiva a raggiustarla.  Rammento che era di sabato e camminavamo per il viale dei villini, a Rimini. Io parlavo, parlavo e tu stavi zitto, senza mai rispondermi. Ti trovavo assai maleducato e per questo, anzi, ti amavo di pi.
Luca ascoltava, avvinto non gi dalla rievocazione dei ricordi, bens dallindagine di quella appassionata anima femminile, di cui seguiva i meandri con trepida curiosit di artista. Gli accadeva sempre cos. Ogni fatto della vita pratica diventava per lui punto di appoggio allanalisi e, dopo le prime battute di qualsiasi dialogo, egli cessava di essere interlocutore per diventare spettatore vigile e ribelle ad ogni commozione, che non fosse la commozione egoisticamente soggettiva del collezionista di documenti umani. Quellindividuo, allapparenza bonaccione e timido, che procedeva nella vita col dosso alquanto curvo e il passo intricato e tardo di bue poderoso, ma pigro, aveva al cospetto di s balzi e capricci impetuosi di lioncello, nellafferrare laltrui pensiero e dilaniarlo per farsene pascolo.
 Eri maleducato e per questo ti amavo di pi. Non ti pare assai strano?
Cloe diceva questo, sollevando appena le spalle con moto di rassegnata ignoranza di fronte alle anomalie della sua passione.
 Lamore si chiama amore, appunto perch  una cosa assurda  sentenzi Luca filosoficamente.
Cloe rise, annuendo. Lidea che lamore fosse una cosa assurda la deliziava.
 Pi io parlavo e meno pareva che tu ascoltassi. A un tratto io vidi tremare una frase sulle tue labbra. Tacqui e il cuore mi cess di battere; credevo di svenire per lansia. Finalmente tu rompesti il silenzio e mi dicesti: Guardi, signorina, in mezzo ai rami di quellalbero pare che ci siano tanti occhi gialli di tigre per gli scherzi del sole che tramonta. Ti avrei schiaffeggiato, cattivo, cattivo! Quanto mi facesti piangere a casa quella sera! Soffrivo da morire, eppure ti ero grata per quel dolore che mi veniva da te. Tu non sai, no, non sai quanto io ti amo! Di tutto sarei capace per te! Sarei capace di mendicare, di lasciarmi uccidere, di qualunque eroismo e qualunque bassezza. Io non sono pi io dal giorno che ti conobbi. Io sono te e, se tu fossi ammalato, sento che morirei del tuo stesso male.  Cloe mormorava cos col timbro tremulo che ha la voce, quando la voce salisce calda e avvolgente dallanima come spira di aroma da un incensiere.
Luca si era alzato in piedi ed ella gli si era allacciata al collo, rimanendogli sospesa sul petto.
Egli la guardava curiosamente coi limpidi occhi azzurri, mentre le solleticava, senza volerlo, con la barba la faccia riversa, tutta rosea sotto il vellicho della lieve carezza e tutta velata di languore.
 Dammi un bacio, Luca  ella supplic dischiudendo le labbra come per sete.
Ed egli le scocc un grosso bacio sopra la gota.
 Non cos! Pi adagio! Pi adagio!  ella balbettava col viso estatico di un bimbo ghiotto.  Baciami dentro lorecchio, come quando rimanemmo soli, per la prima volta, in quellalbergo di Bologna. Baciami come quel primo giorno  susurr a bassissima voce, nascondendo nel petto di lui le gote fiammanti per rossore.
Si ud picchiare alla porta col tono imperioso di chi, per educazione, domanda il permesso di entrare, pure avendo diritto ovunque di libero accesso.
Luca sciolse le braccia che teneva unite intorno alla persona di Cloe, la quale gli scivol dal petto e aperse luscio con espressione molto irritata.
 Cosa vuoi, mamma?  e teneva socchiuso battente per lasciar comprendere alla madre che quella stanza era il suo dominio e che non tollerava invasioni.
Maddalena peraltro non le bad, sospinse la porta e si rivolse a Luca direttamente.
 C linquilina dellultimo piano, ch moglie di un usciere capo. Vuole per suo figlio alcune ripetizioni di latino  e, senza preoccuparsi della risposta, chiam ad alta voce:
 Si accomodi, favorisca pure. Mio genero  nella sua stanza e con lei non facciamo complimenti.
Linquilina dellultimo piano si avanz, spingendosi avanti un aborto di ragazzetto sui dodici anni, dalle membra di marmocchio nello sbiadito zinalone di cotonina azzurra, e dal viso ebete sotto la frangia scarmigliata dei capelli rossastri. Una larga cicatrice, ancor fresca, gli deturpava la fronte dal ciglio alla tempia.
 Ecco, vede, signor professore  spiegava la donna, mostrando a Luca una grammatica latina chiazzata dinchiostro  il ragazzo ha talento, ma il latino gli confonde le idee. Non  vero, Gigetto, che il latino  osso troppo duro per i tuoi denti?
Gigetto rimaneva completamente estraneo al colloquio, limitandosi a gonfiar con la lingua prima una gota poi laltra.
La donna, comprendendo senza dubbio il significato di quella mimica, continu:
 Allora mio marito mi ha lasciato capire che ci voleva un maestro particolare e la signora Maddalena mi ha detto che lei sa il latino meglio di un prete. Dunque sar per tre volte alla settimana, di dopopranzo, e lei potr anche spiegargli i problemi dellaritmetica che Gigetto sbaglia sempre le operazioni. Per il resto, voglio dire il compenso  aggiunse con un certo risolino furbesco  io e la signora Maddalena ci siamo gi messe daccordo.
Cloe, nervosissima, andava e veniva per la stanza; Luca ascoltava placidissimamente senzapprovare, n disapprovare, mentre la signora Mantucci prendeva i definitivi accordi con autorit disinvolta.
Il ragazzo poteva scendere il marted, il gioved e il sabato a qualunque ora, perch, a ogni modo, suo genero quando non tornava a scuola rimaneva sempre in casa per comporre un libro. E la signora pronunzi le ultime parole con tale soddisfatta benignit, come se il libro lo componesse lei.
 Sicch ci siamo capiti  riepilog la moglie dellusciere capo, avviandosi per uscire.
 Ci siamo intesi benissimo  rispose Luca garbatamente.  Lei mandi gi il ragazzo tre volte alla settimana e mia suocera gli terr compagnia. Quanto a me ho altro da fare  e, sedutosi davanti al suo tavolo di lavoro, prese un libro e cominci a leggere.
La moglie del capo usciere si allontan in fretta, senza aver ben compreso le parole del professore, ma decisa a farsele spiegare dal marito per chiederne poi conto alla signora Mantucci, che si era offerta da s, insistendo anche pi del bisogno.
Cloe, sicurissima che la madre sarebbe tornata subito per tentare un bisticcio, si colloc presso la seggiola dove Luca stava seduto.
Maddalena rientr difatti immediatamente, chiuse con impeto la porta dietro di s e, stravolta di collera, domand, stringendo le labbra, quasi per fare argine al fiotto irrompente dellira.
 Chi  il padrone di casa qua dentro?
Luca seguitava a leggere; Cloe si limit ad appoggiare la palma della mano sopra la spalliera della seggiola.
 Se la padrona sono io; se questa  casa mia, voglio che non mi sinsulti, almeno alla presenza degli estranei!
Luca alz il capo e, con la gelida inflessibilit di espressione che lo sguardo gli assumeva le rare volte in cui egli usciva dal suo chiuso riserbo per difendere lindipendenza del suo tempo e del suo pensiero, disse semplicemente:
 Della casa  padrona lei; di me stesso sono padrone io! Mi lasci dunque tranquillo  e torn a leggere con attenzione.
La signora Mantucci rimase per un attimo interdetta, ma si riebbe subito e riprese con maggior foga, agitando le corte braccia e spingendo in avanti le faccia congestionata:
 Fare il principe non giova. Ci siamo trasportati da Rimini a Roma per le vostre fisime  e accenn complessivamente Luca e la figlia. Pareva che a Roma Luca avrebbe guadagnato tesori e, invece, quando loccasione si presenta, respinge le offerte con la superbia di un milionario.
 Luca ti cede tutto il suo stipendio. Cosa dovrebbe fare di pi?  disse Cloe dolcemente, tentando evitare che la discussione sinasprisse.
 Non basta! Non basta!  grid concitata la signora Mantucci.  Roma  un mare. Inghiotte ogni cosa!
 Ed ecco perch lavoro anchio  aggiunse Cloe, sempre pi conciliante.
Ma le parole della figlia portarono viceversa al colmo lesasperazione di Maddalena.
Veder Cloe trottare sotto la pioggia ed il sole per impartire, a destra e sinistra, lezioni dinglese, inaspriva le ferite del suo orgoglio di provinciale vanitosa e urtava in lei tutte le suscettibilit di brava donna ottusa.
 Tu lavori!  ella esclam indignatissima.  Tu lavori ed  questo appunto che mi fa ribollire il sangue. Ti ho obbligata forse io a dare lezioni quando eri ragazza? Ti ho fatto studiare linglese, sissignore, ma per un lusso, per un capriccio, mai perch tu dovessi specularci sopra!  e la vergogna la soffocava allidea di una speculazione cos obbrobriosa.
 Quando mi domandano dove tu vai la mattina e il dopopranzo, sono obbligata a dir bugie, a inventare cugine, zie, parenti, amiche per salvare il mio amor proprio. Mai  ella disse con energia appassionata  mai confesser che mia figlia d lezioni a pagamento.
Maddalena attese per sentire che cosa quei due avrebbero saputo addurre a loro discolpa; ma Luca pareva non ascoltasse e Cloe rimaneva ostinatamente zitta, nel mutismo tranquillo di una inglesina vera, che non sappia litaliano.
 Se almeno tuo marito te ne fosse riconoscente  riprese Maddalena, la quale delle mosche possedeva la petulanza implacabile e linstancabile ronzo  se almeno ti usasse qualche gentilezza. Ma no; non si accorge nemmeno che ti sacrifichi per lui, per tenerlo fra lovatta, farlo oziare e mandarlo a teatro ogni sera.
Cloe ebbe un grido inconsapevolmente sublime:
 E perch Luca dovrebbe essermi grato? E la mia gioia sacrificarmi per lui.
Luca fiss ammirato la moglie, come si fissa con trepido stupore uno spettacolo di bellezza. No, larte non avrebbe mai saputo trovare un simile scatto superbo di sincerit passionale.
 Daltronde  Cloe soggiunse con accento ridiventato persuasivo  Luca fra poco, guadagner molto con quello che scrive e allora...
Sua madre linterruppe con disprezzo iroso:
 Chi? Lui?  e accennava Luca beffardamente.  Lui guadagner? Eh! ci vuol altro, cara mia! Arrigo mi ha spiegato bene e Arrigo, che  professore di Universit, pu giudicare, mi sembra, quanto vale un professore di liceo!
Cloe divent pallida, gli occhi le dardeggiarono e disse recisa:
 Allora, andr a starmene sola con mio marito!
Questa frase, pronunziata per la prima volta in due anni di matrimonio, calm dincanto le furie della signora Mantucci, che se ne and, senza aggiungere sillaba, con rancore centuplicato verso lintruso, ammaliatore della figliuola, turbatore della sua pace.
Cloe, vedendo che Luca aveva disposto sul tavolo un pacchetto di fogli bianchi, si aggiust il cappello, e, avvicinatasi a lui sulla punta dei piedi, gli pos un bacio lieve sopra la spalla e usc dalla stanza silenziosamente, col pavido rispetto che la donna amante ha per il lavoro intellettuale delluomo amato.
Luca, rimasto solo, chiuse la porta a doppio giro e torn a sedersi davanti al tavolo.
Provava in s uno di quei fenomeni dantitesi, comunissimi nellanima dellartista. Egli disprezzava la suocera, disprezzava Arrigo Bolivan, misurava la completa insipienza delluna, la boriosa insufficienza dellaltro, eppure lidea che quei due non avessero fede nellopera del suo pensiero lo infastidiva, come giunge a infastidirci la puntura dun insetto.
E, per tale fastidio, egli rimaneva distratto, irritato, umiliato. Si diceva che lopinione deglimbecilli non altera lintrinseco valore dun uomo dingegno, che loro rimane oro anche sepolto tra il fango e che Dante rimane Dante anche di fronte a un idiota.
Non importa! Era stupido! Era assurdo! Ma la ostinata incredulit della suocera, lostentata indifferenza di Arrigo Bolivan lo ferivano in qualche secreta ripiegatura della sua vanit, sebbene egli asserisse  e credeva in buona fede asserire il vero  di essere immune dal microbo della vanit letteraria.
Prese il fascicolo della Grande Rivista, volendo rileggere i suoi versi; ma lo gett via subito con ira.
Quelle strofe, che recitate a memoria, gli erano parse cos indistruttibilmente forbite e compatte, gli sembravano adesso, leggendole, meschine e flosce, al pari di uccelli morti dimenticati dentro una gabbia.
Che amarezza, sempre, per lui quando gli occhi si posavano sopra le pagine in cui stava graficamente costretta la sua idea!
Egli misurava allora con lucida precisione labisso esistente tra ledificio altero, intravvisto nellimpeto dellestro e il castelletto di sabbia che si trovava davanti informe e caduco.
Era questo il suo tormento; da ci proveniva la sua irrequietezza.
Lautocritica era in lui inesorabile e lo disperava agghiacciandolo.
Guard lorologio. Erano le sedici e bisognava mettersi al lavoro, perch dal giorno in cui aveva letto in Cartesio che lordine meticoloso delle abitudini rappresenta lindipendenza completa del pensiero, egli si era tracciato un piano di vita a cui si atteneva con ostinazione.
Immerse dunque la penna nel calamaio e rimase col dorso abbandonato sopra la seggiola e lo sguardo vagante lungo le pareti della stanza. Il pensiero recalcitrava indocile, ma egli giunse a domarlo sotto la sferza della volont; ed allorch, dopo tre ore di tensione intellettuale, si affacci alla finestra e vide la strada punteggiata dai fanali accesi, egli gust in s una stanchezza dolce e molle, come se fosse rimasto lungo tempo a fantasticar damore dentro lacqua troppo calda e troppo odorosa duna vasca marmorea.
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Capitolo 3.
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Luca era nella quarta fila delle poltrone.
Alla sua destra, una giovane signora abbigliata in merletto nero e con grossi brillanti alle orecchie interrogava curiosamente il proprio vicino, forse il marito, intorno allautore del nuovo dramma Egeria che si stava per rappresentare.
Lautore aveva gi dato alle scene altri cinque lavori, tutti caduti; ma egli era senza dubbio uomo di forte ingegno, destinato a vincere o prima o poi.
Davanti a Luca un gruppo rumoroso di spettatori, che avevano laria di trovarsi nella platea del teatro Nazionale come pesci nellacqua, facevano dello spirito ad alta voce, usandosi la reciproca cortesia, di ridere in coro dei motti lanciati a turno da ciascuno di essi.
A sinistra, Luca aveva un uomo competente e di grave aspetto, di cui il cranio lucente e giallo, tagliato a pera e alquanto bitorzoluto, faceva pensare al dente di un elefante.
Doveva trattarsi di un personaggio ragguardevole in fatto darte drammatica, perch quando la tela si alz, egli volse intorno il capo e, con fronte accigliata, impose e ottenne il silenzio.
La scena figurava un abbigliatoio lussuoso, dove la cameriera e la pettinatrice si raccontavano con molta animazione i fatti della protagonista, offrendo cos al pubblico le pi esaurienti spiegazioni sullet, stato civile, condizione economica, abitudini, debolezze, virt e difetti dei principali personaggi.
Si ud nella sala il rumore secco di una chiave girante nella toppa; fra i giovani del gruppo spiritoso qualcuno alz gli occhi verso il palco di primo ordine, test aperto, poi disse a mezza voce:
 Nin Stardi  questa sera accompagnata dal marito. Che bel caso!
 Si capisce;  rispose un tipo biondastro dalla faccia sbarbata  il protettore, prima di partire per Vienna, si  fatto giurare dal marito di sorvegliargli Nin.
Ci fu uno scoppio soffocato dilarit, ma il signore ragguardevole fece un gesto dindignazione e il silenzio si ristabil, molto pi che la prima attrice entrava dal fondo, bionda e rosea dentro una nube di trine.
Ella, mostrandosi assai nervosa, domand con accento di falsa indifferenza se il proprio marito fosse rincasato. A tale interrogazione, su cui lattrice aveva calcato singolarmente, la pettinatrice e la cameriera si scambiarono unocchiata eloquente di sottintesi, poi questultima rispose che il signor Friberg aveva trascorso la notte fuori di casa.
La protagonista si morse le labbra rosseggianti di carminio, batt sul tappeto la punta della pianella di raso e abbandon poscia il capo, pieno di pensieri spinosi, nelle abili mani della pettinatrice, la quale con mimica assai elegante immerse il pettine nella sciolta chioma della signora.
 Quei capelli cos lunghi sono proprio suoi?  domand al vicino la spettatrice abbigliata di nero.
 Ma no. Lattrice  bruna e quei capelli sono biondi.
 Allora  una parrucca?
 Gi,  una parrucca.
La spettatrice ebbe un sorriso di orgoglio e si port fugacemente le mani, guantate di bianco, alla massa ondulata dei capelli, tra cui brillava un ricco pettine di tartaruga tempestato di diamanti.
Sulla scena la cameriera era uscita e la pettinatrice andava spiando nel cristallo dello specchio il momento opportuno per lanciare un dardo avvelenato nel sensibile cuore della protagonista, la quale si dava un gran da fare, con sospiri e volger docchi, perch il pubblico entrasse nei misteri delle sue pene, ancora non precisate.
 La signora deve perdonarmi se io mi affretto questa mattina  disse la pettinatrice, maneggiando il pettine con mille vezzi  debbo trovarmi alle dieci nello studio di una pittrice polacca.
A queste parole insidiose la signora gettava un piccolo grido; la pettinatrice domandava con affanno se, per caso, avesse ferito la signora con una forcella e, dopo tale esordio, cominciava una interminabile schermaglia di parole fra la protagonista, che aveva una voglia matta di sapere e la pettinatrice, che aveva una voglia ancor pi matta di raccontare, pur facendo entrambe le viste di occuparsi daltro.
Unamica intimissima della signora sopraggiungeva incaricata dallautore di tenere ancora in sospeso la situazione, quantunque il pubblico avesse gi indovinato come la protagonista amasse di furente amore il marito, che invece estingueva i giovanili ardori oltre lorbita coniugale.
Luca si annoiava prodigiosamente e si domandava, sbadigliando fra la barba, per quale aberrazione la gente va a chiudersi tre ore in una sala, allunico fine di ascoltare discorsi che non la riguarda e seguire il filo di avvenimenti, di cui si conosce in precedenza la finzione.
Fuori, la serata di febbraio aveva sorrisi e palpiti, lasciando fluttuare tra cielo e terra i lembi del suo velo, aulente per laroma dei fiori, iridescente per il luciccho degli astri, e Luca pensava alle fuggite serate primaverili quando egli, immobile nella deserta piazzetta di San Marino, figurava di vedersi intorno il lampo di tutti gli occhi lacrimosi, che dal principio del mondo si erano fissati supplici a interrogare le stelle e di ascoltare il gemito di tutti i cuori affranti, cui la campagna aveva largito, col silenzio placante, il conforto della sua carezza.
Tra gli archi del portico piatto e angusto qualche cosa di sinistro frusciava nelle tenebre e il singhiozzo di un uccello notturno portava come la eco di morti dolori.
Mentre Luca fantasticava, sulle tavole del palcoscenico le cose si erano andate maledettamente complicando, e adesso il primo attore si presentava da sinistra col passo un po vacillante e la maschera plumbea di chi esca allora dallorgia.
La prima attrice, dopo avere abbracciato con affetto di martire lamica intima e dopo che questa se ne era andata, prendendo cura che il pubblico notasse quale parte ella prendeva alle sofferenze morali dellamica, si abbandonava sopra la poltrona preparata alluopo vicino alla batteria della ribalta e chiedeva al primo attore con voce fremente:
 Giorgio, potreste dirmi che ora abbiamo?
 Le dieci del mattino  rispondeva con esagerata freddezza il pittore Friberg, appoggiandosi col gomito allorlo di un mobile.
Egli doveva, fra poco, lanciare una invettiva contro linerme petto di sua moglie e cercava una posa esteticamente comoda per superare con grazia virile la pateticit scabrosa della situazione.
 Sono le dieci  egli conferm in atto di sfida.
Qualcuno disse, in galleria, con voce abbastanza alta:
 Lei si sbaglia! Il suo orologio va male.
Un clamore dilarit ondeggi per un attimo dal loggione allorchestra.
 Silenzio!  si url da pi parti, e il silenzio torn subito, quel silenzio irrequieto, turbato dai molteplici bisbigli delle sale di teatro eccessivamente affollate.
Il pittore Friberg, sul palcoscenico, accusava la moglie di averlo rapito alla miseria, di dove si sarebbe lanciato verso le cime dellarte, e di avergli tarpato lestro con la ricchezza.
 Perch mi hai sposato?  egli le gridava, senza quasi muovere la bocca nel timore che i doviziosi baffi neri, malamente ingommati, gli dovessero cadere ai piedi  perch abusare della mia miseria per vincolare la mia libert? Eccoci entrambi infelici!
Lattrice, riversa sulla poltrona, cercava di mettere in evidenza le sue pianelle, a ricami doro, portate dallEgitto.
Ella doveva avere, per lesigenza della parte, sedici anni pi di suo marito, ma poich il primo attore era quasi vecchio ed ella era tuttavia molto giovane, non aveva voluto capovolgere lordine logico delle cose e pareva la figlia di colui, che avrebbe dovuto parere di lei pi giovane allincirca di tre lustri. Ci la pose nella necessit di esclamare con molta enfasi:
 Taci! Taci! So che potrei esserti madre! Non mortificarmi di pi!
I due parlarono a lungo, senza mettersi daccordo. La moglie implorava, lacrimando, un po damore; il marito offriva, con parsimonia, una misurata dose di amicizia e su tali estremi inconciliabili il telone cadeva, mentre il primo attore usciva da una parte, tenendo sollevata la destra acciocch lampeggiasse il brillante incastonato nellanello del dito mignolo, e la prima attrice usciva dallaltra, agitando lo strascico della vestaglia acciocch il pubblico udisse bene il frusco della seta.
Taluni applaudirono, taluni zittirono ma, in fondo, la cosa non interessava nessuno, quantunque  dato il nome accanitamente discusso dellautore  il teatro avesse laspetto delle grandi occasioni.
Il gruppo degli spettatori spiritosi irruppe con furore duragano verso luscita; nei palchi tutti si muovevano e un bruso gaio di voci femminili circolava per laria satura di profumi.
Dentro un palco di proscenio una straniera vestita di rosso, esile e mobile a guisa di fiamma, agitava un ventaglio immenso di piume bianche, e Luca, guardandola durante le ultime scene dellatto, aveva immaginato di veder riflessa nei melanconici occhi di lei la pallida tinta opalina onde si colorano le acque dei fiordi.
Egli si mosse per ultimo e and negli ambulacri, dove gi le discussioni sintrecciavano vivaci.
Era quello per lui lo spettacolo pi interessante.
Quasi sempre rimaneva estraneo ai lavori teatrali, perch egli aveva sullarte drammatica speciali teorie, che si riprometteva di applicare in una grandiosa tragedia intorno a cui meditava da tempo; lo attraeva invece straordinariamente quanto avveniva negli ambulacri, dove si aggirava solo, ascoltando commenti e critiche, ma osservando sopratutto il giuoco strano dei volti e le rivelazioni involontarie dei gesti.
Quei tre che camminavano circospetti, biasimando con mistero, nascondendo sotto un velo di compunzione la volutt dellastio soddisfatto, erano certamente tre autori inediti, i quali fiutavano un insuccesso e ne tripudiavano fra loro, senza volersi compromettere.
Quellassembramento di giovanotti, che ridevano di risate sonore, erano amici dellautore, venuti a teatro con la parola dordine di applaudire comunque e che si risarcivano adesso degli applausi dati col prendere in burla i personaggi del dramma.
I critici di professione erano riconoscibili dal riserbo diplomatico degli atti e delle parole. Ciascuno di essi camminava adagio, circondato e seguto da una coorte giovanile, che si studiava di indovinare lopinione del maestro per affrettarsi a dividerla e propagarla.
Luca assaporava un vero trionfo di amor proprio nel constatare lesattezza delle sue osservazioni e tendeva lorecchio per afferrare i monosillabi lasciati cadere da Ugo Baldei, lautorevolissimo critico dellIdea, allorch si sent apostrofare dal colonnello Mori con soldatesca disinvoltura:
 Oh bravo lei, professore! Mi parli qui della mia pupattola  e indicava la figliuola Ludovica, deliziosa in una veste di batista azzurra, dalla cui apertura quadrata il collo bianco si slanciava lungo e immacolato, simile a una colonnina dalabastro.
 In iscuola come si va?  domandava il colonnello, che doveva essere unottima pasta duomo, non ostante il brusco delle sue maniere.
 Bene! Bene!  rispose Luca, volgendo di sfuggita uno sguardo distratto verso Ludovica, la quale vibr tutta e indietreggi istintivamente dun passo per nascondere al padre la sua confusione.
 Quanto lei dice mi fa piacere  esclam il colonnello.  Io non voglio che la mia ragazza diventi una letterata, Dio scampi; quando voglio che a scuola non mi faccia la figura di cretina  e, data al professore una vigorosa stretta di mano, offerse il braccio alla figliuola e si allontan.
Luca stava per abbandonarsi di nuovo al godimento delle sue personali riflessioni, ma sent augurarsi la buona sera dalla voce pastosa del cavaliere Otto Per.
Seccatura maggiore non gli poteva capitare, perocch il preside era la persona che, fra tutte, gli riusciva pi insopportabile.
 Cosa ne pensa lei di questo primo atto?  domand il cavaliere, con lespressione gioconda di un uomo ben pensante, il quale prenda notizie di un sovversivo tenuto in gattabuia.
Luca rispose con un monosillabo, interpretabile in mille modi.
 Ecco; proprio quello che penso io!  disse il cavaliere, amando mostrarsi in pubblico col collega per dare prova della superiorit sua. Nelle aule del liceo il professore Luca Faltri doveva essere dominato e tenuto a distanza debita, ma, negli ambulacri di un teatro lo si poteva anche trattare con una tal quale indulgente benignit. Lantipatia  una cosa, lamor proprio  unaltra, e lamor proprio del cavaliere professore Otto Per trovava pascolo nellostentata famigliarit con uno scrittore noto sufficientemente, quantunque abusivamente.
 E inutile!  il preside asser  E inutile! Il teatro dovrebbe essere una palestra di educazione. Che cosa impara, dico io, la giovent dallo sfoggio di questi eterni adulteri, perch  inevitabile che il marito tradisca la moglie al secondo atto con la pittrice polacca. Non  vero? Non  chiaro anche per lei che ci si ammanir la salsa, oramai scipita, di un adulterio?
 Pu darsi!  rispose Luca seccatissimo e deciso a liberarsi del preside, anche a costo di sembrare villano.
Ma il preside, che aveva addocchiato a pochi passi il sottosegretario di Stato allistruzione, cominci a declamare contro i costumi inquinati della nostra epoca ed a suggerire gli scopi educativi che il teatro dovrebbe proporsi.
 Noi soli, caro professore, conosciamo il cuore dei nostri giovani e noi soli dovremmo avere il diritto di scelta nei lavori da rappresentare. Si tratta di vita o di morte per il paese, giacch lavvenire del paese sta nelle mani dei giovani e i giovani stanno nelle nostre mani!
Parlava arrotondando le parole, distendendosi tutto nella blandizia ovattata dei luoghi comuni pedagogici, allargando le braccia, inarcando le ciglia, quasich lidea gli fiorisse genuina dal terreno ubertoso del suo cervello. Poi, colto a volo il momento in cui gli parve che il Sottosegretario di Stato avesse rivolto gli occhi sopra di lui, gli si precipit incontro con faccia radiosa, a capo scoperto e con la bocca gi piena del magniloquente appellativo di eccellenza.
Luca ne approfitt per mischiarsi impaurito tra la folla, che, udito squillare il campanello di avviso, tornava in massa dentro la sala.
Ferruccio Tandi gli pass accanto e gli disse con imperativa giovialit:
 Durante questaltro intervallo, ti voglio presentare alla prima attrice. Vedrai da vicino! Una pesca al giulebbe, mio caro!  e, ridendo, largendo intorno munifico lesuberanza del suo temperamento felice e burlesco, spar pei meandri di un piccolo corridoio.
Quando Luca fu seduto di nuovo nella sua poltrona dov subire le lamentele dello spettatore ragguardevole, il quale biasimava con parole acerbe leterna durata deglintervalli.
La signora vestita di merletto annuiva del capo, ridendo spesso, acciocch i vicini potessero lenir la noia dellattesa collammirare intanto la sua meravigliosa dentatura.
Come Dio volle il sipario si alz sulla scena, figurando uno studio di pittura.
Vanda, la pittrice polacca, stava in piedi sopra una scala, intenta nella composizione di un quadro gigantesco e il pittore Friberg, seduto in uno sgabello di stile antico, la contemplava estatico cogli sguardi in aria.
Lattenzione del pubblico si dest subito, perch il ruolo di Vanda era sostenuto dallattrice pi bella della compagnia e, in quel momento, arrampicata cos in cima a una scala doppia, con la persona avvolta nel rozzo camiciotto di lavoro, col berretto di velluto pendente verso lorecchio, le punte dei piedi snelli frementi sopra i piuoli e la tavolozza sostenuta dalla sinistra mano gemmata ella costituiva un insieme ammirevole e lintiera parte maschile del pubblico divideva lopinione del primo attore, il quale andava ripetendo su diversi toni:
 Come siete bella, Vanda! Come siete bella!
Qui la situazione psicologica era invertita. Luomo supplicava, spasimando di amore, e la donna si divertiva ad attizzare in lui il fuoco della passione per mero dilettantismo.
 E vostra moglie? Parlatemi di vostra moglie!  lattrice diceva con soavit perversa, gettando il busto allindietro per meglio contemplare sulla tela leffetto dei colori.
Friberg, con accento dapprima disinvolto, poi stentato, poi soffocato dallambascia, poi con la violenza del fiume che straripi, narrava la tragedia sentimentale della sua misera esistenza.
Di poverissima famiglia si era lasciato attrarre dalle seduzioni dellarte. Allarte aveva consacrato il fervore della sua vigorosa giovinezza. Dio! Quanti sogni e che superbi ideali! Ma sua madre languiva, la miseria incalzava e bisognava morire o vincere. Aveva concorso ad un premio artistico, era rimasto sopraffatto da altri, aveva voluto uccidersi e allora Egeria, cugina di sua madre e vedova di un milionario inglese, era accorsa in suo aiuto, lo aveva amato, sposato, arricchito; gli aveva offerto agi, tranquillit, serenit di lavoro; gli aveva spianato la via della gloria, e invece quel bagno doro in cui si era tuffato aveva ucciso in lui ogni facolt dinspirazione. Egli languiva e poltriva; lamore solo avrebbe potuto redimerlo.
 Oh! Vanda! Oh! Vanda!  lattore esclamava con leggero sibilo, mancandogli un dente sul davanti.  Salvatemi voi che potete. Tutta la mia giovinezza, tutti sogni della gloria per un vostro sorriso.
 Volete una tazza di th?  Vanda gli chiedeva con ironia angelica  Il th, mio caro,  un ottimo calmante per i nervi.
Lattore, col petto ansante, il viso nascosto nelle mani, la persona agitata da un tremito convulso, rest lungamente a torturarsi dopo il pistolotto in attesa dellapplauso, ma lapplauso non venne, ed egli fu costretto ad alzarsi e ricomporsi. Un sorriso dineffabile amaritudine gli aveva contratto le labbra alla schernitrice offerta del th; se non che Vanda si era liberata del camiciotto ed era apparsa in una veste di velluto color viola, ondegli fu travolto ancora da un delirio di passione; ma le apostrofi dinamitarde di lui si frangevano innocue contro lusbergo di scherzosa civetteria che Vanda opponeva, movendosi per la scena con landatura ondulata e felina di una pantera.
Seguirono due o tre episodi dimbottitura che tennero il pubblico di buon umore, provocando continue e schiette risate.
Veniva primo un mercante di antichit per proporre a Vanda di rendergli vecchio un quadro nuovo; poi si presentava un americano, offrendo alla pittrice di acquistarle una marina e pagargliela cara, a patto che lartista aggiungesse uno yacht nel centro della tela e sulla tolda dello yacht dipingesse il ritratto di lui in costume da corsaro, un autentico costume chegli si sarebbe fatto spedire da Filadelfia.
La macchietta dellamericano apparve schizzata con umorismo, ed allorch la prima attrice entr inaspettata, sollevando il panneggiamento della porta di fondo, il pubblico era maturo per la scena madre.
Il dramma assumeva ad un tratto sapore di originalit per latteggiamento di Vanda, la quale si rivelava una bizzarra creatura onesta e fiera, sdegnosa di menzogne.
Alle parole di scusa, balbettate dalla prima attrice, Vanda metteva in chiaro con frase netta e breve la situazione.
 Voi credete che vostro marito sia il mio amante e venite a reclamarlo. Siete nel vostro diritto e vi approvo, ma dovete avere il coraggio della vostra gelosia. Al vostro posto avrei gi fatto altrettanto e vi giuro che, amando, saprei difendere il mio amore con la ferocia di una leonessa.
La moglie negletta, sul punto di svenire, aveva il volto rigato di lagrime silenziose.
Vanda, rivoltasi al Friberg con gesto di comando, glimponeva:
 Asserite a vostra moglie sulla vostra parola, che io non sono la vostra amante  e lattrice ebbe tre diverse, indovinate inflessioni nel ripetere la parola vostra.
Il Friberg, livido di collera, diceva con voce rauca:
 S, lo asserisco; ma d anche la mia parola di non perdonare mai, mai alla signora Friberg il ridicolo, di cui oggi mi copre davanti a voi.
In questa battuta lattore aveva saputo trasfondere tale fremito di sorda ira, che un mormoro di assenso corse per tutto luditorio.
La prima attrice, a mani giunte e protese, piangeva sommessamente per modo che quel gemito prolungato e flebile si ripercuotesse nei cuori e intanto Vanda, rivolta alla creatura dolorosa, continuava:
 Giacche siete qui lasciate che io vi dica, con fraterna simpatia, tutto il mio pensiero. Vostro marito in me non ha cercato lamante; ha cercato lamore, che voi non potete inspirargli. Abbiate leroismo di essere per lui amica devota e vigile ed egli torner sempre a voi nei momenti dello sconforto e voi avrete lorgoglio di essere lunica sua amica prediletta.
Il viso della prima attrice silluminava per la interior luce del martirio accettato, ed ella, appoggiate le mani sopra le spalle di Vanda, le mormorava a pi riprese con voce appena percettibile:
 Grazie, amica mia! Amica mia!
Sotto lo sguardo intenso, dominante di Vanda, Friberg offriva il braccio alla moglie ed usciva lentamente con lei, dopo aver fatto alla pittrice un inchino profondo.
Gli attori, sollevati al di sopra degli artifici dei mestiere dal soffio di poesia umana, onde tutta la scena appariva animata, erano stati corretti, caldi, semplici e convincenti.
Lentusiasmo del pubblico si manifest con grida e furiosi battimani, ma, disgraziatamente, lautore volendo evitare la volgarit di un finale ad effetto, faceva comparire una modella vestita da ciociara, di cui la parte era sostenuta da unattrice infima della compagnia, bellissima e celebre per le sue clamorose avventure galanti, onde allorch ella disse, con amena convinzione:
 Io, per tre franchi allora, faccio da vergine con tutti pittori di Via Margutta  uno schiamazzo di risa imped perfino di udire il seguito della scena.
Anche la modella rideva ed ogni sua battuta si prestava oramai a salaci sottintesi, tantoch il sipario cadde fra una gazzarra generale.
Si applaud a ogni modo; anzi si applaud con ostinazione, ma il successo autentico e indiscusso veniva anche questa volta a mancare per la stramba caparbiet dellautore il quale non aveva voluto accettar consigli da nessuno, dicendosi pronto a subire una caduta, anzich menomare lintegrit del suo pensiero.
Ferruccio Tandi venne a cercare il collega ed entrambi salirono sul palcoscenico, dove Luca si trovava per la prima volta e subito la mente di lui, abituata a raffronti e alle deduzioni, stabil un parallelo tra le menzogne della vita e le menzogne dellarte: il pubblico sa la baraonda, gli armeggi, le brutture del macchinario a telone calato, eppure non pensa a ci durante linganno scenico, vinto dallillusione; cos, nella vita, ciascuno misura quanta instabilit e, spesso, quante cupide bassezze si celino sotto le proteste dellamore e dellamicizia, eppure ciascuno rinnega i dettami amari dellesperienza, quando pu attingere qualche sorso di filtro alla coppa della speranza.
 Si scansi, perdio! Vuol farsi accoppare dal praticabile?  gli grid il macchinista, urtandolo.
Luca si trasse indietro e ascolt, senza volerlo, le confidenze che il brillante, gi truccato per la farsa, faceva allamorosina, esponendole con discorso prolisso le fasi di unoperazione ginegetica subta da sua moglie la mattina stessa.
 Dove ti sei cacciato?  esclam il Tandi, pescando Luca al di l di una scena.
 Andiamo, tintrodurr nel Sancta Sanctorum  e, sicurissimo del fatto suo, evitava con piede esperto le molteplici insidie del luogo.
Come e perch Ferruccio Tandi fosse amico di tutti gli artisti e avesse accesso libero in tutti teatri, non si capiva bene; ma, certo, egli entr con franchezza assoluta nellaffollato camerino di Saide Ghezzi, la prima attrice, alla quale pubblici del vecchio e del nuovo mondo avevano decretato il trionfo.
 Vi presento il mio amico Luca Faltri, poeta e vostro fervente ammiratore  disse il Tandi.
Lattrice, avvolta nellaccappatoio di seta malva, stava seduta di fronte allo specchio, spalmandosi con cura di crema fredda il collo scoperto. Leffetto prodotto dalla seconda donna la metteva fuori di s e la convinceva sempre di pi che gli autori sono cretini, perch se essi fossero intelligenti capirebbero che alla sola prima attrice vanno destinate le parole belle e che ogni battuta frodata alla prima attrice,  una probabilit di successo che sfuma. Ella dunque rimaneva in corruccio tra i cortigiani che le formavano circolo attorno con atteggiamenti di supinit beata.
Ma, quantunque incollerita, Saide Ghezzi, che si piccava di fare la gran dama, offerse a Luca la punta della mano sinistra al di sopra della spala nuda.
 Scusate  ella disse.  Come vedete mi sto truccando. Nel terzo atto devo comparire invecchiata, e la cosa non mi riesce facile.
I visitatori risero simultaneamente, perch Saide Ghezzi godeva fama di essere spiritosissima e il gustare latticit delle sue malizie sembrava a tutti il mezzo migliore di blandirla.
Luca rimase serio; a lui bastava la coercizione dellilarit, perch la voglia di ridere gli morisse in bocca e poi sentiva nausea nellosservare lespressione didiotaggine pecorile che ogni viso assumeva sotto la cruda bianchezza della luce elettrica.
Quegli uomini vestiti da sera, dai capelli ben pettinati, le barbe olezzanti, gli sparati a ricami, i solini di ultima foggia, avevano presso a Saide Ghezzi la fisonomia tonta del villano, quando un giocoliere lo turlopina con la sua prestezza.
Un adolescente mingherlino stava seduto in disparte col cappello tra le ginocchia e la fronte contratta da un pensiero angoscioso. Egli teneva dentro la tasca interna della voluminosa redingote il manoscritto di un bozzetto simbolico I nascituri e anelava di rimanere solo un minuto collartista per trovare il coraggio di presentarglielo.
Era pervenuto con mille astuzie ad essere introdotto nel Santuario e adesso capiva che l, a due passi dallattrice, si trovava a lei tanto lontana quanto un orante genuflesso  lontano dalla sede empirea del nume.
Un bellimbusto lungo e maturo, con una chiazza lucida nel centro del cranio impomatato, sedeva dietro la seggiola di Saide Ghezzi e, susurrandole madrigali, si scrutava nel cristallo per vedere se il ciuffo superstite della chioma che fu, si rialzasse tuttavia al posto donore in cui il parrucchiere lo aveva pazientemente collocato.
Un altro, un autore novellino, che si vantava spavaldamente di aver gi ottenuto il battesimo dei fischi, stava in piedi, addossato alla porta, nascondendo sotto la baldanza delle frasi audaci, lansia onde aveva il petto rosicchiato per le sorti infelici di un suo copione restituitogli pochi momenti prima dal capocomico.
E lautore del dramma? Luca ne chiese al Tandi e questi glielo indic, che passeggiava nel fondo del palcoscenico, circondato da un gruppo di confortatori, coi quali discorreva animatamente.
Luca usc inosservato dal camerino dellattrice e si mischi agli amici dellautore, il quale non pose mente a lui credendo gi di conoscerlo.
Era un omiciattolo sui quarantanni, nervoso e magro, vestito alla diavola, non volendo egli accordare al pubblico nemmeno la soddisfazione di vedergli indosso un abito nuovo, con una barbetta nera a due punte, come quella di una capra, che faceva sembrar pi livido il colore cenerognolo delle gote infossate.
Uno spasimo atroce gli dilaniava le viscere ed egli lo confessava con parole irose:
 Dovevo far cadere il sipario sulla fine della grande scena, non  vero? No, no, la vita non  cos, la vita  varia e io non voglio calpestare la verit per il gusto di darvela vinta! Idioti! Idioti!  e stendeva contro la platea il pugno chiuso collodio appassionato e geloso di un amante tradito dalla donna che adora.
Poi, cambiando tono, si rivolse a Luca in preda a un orgasmo puerile.
 E tu cosa ne pensi? Dimmelo francamente. Che io possa almeno contare sugli amici.
Luca, interpellato cos a bruciapelo da una persona con cui parlava per la prima volta, rimase interdetto, quantunque tutte le sue simpatie fossero per quellometto ardito e ardente, che si dibatteva nellangoscia, mentre grosse stille di sudore gli scendevano dalla fronte convessa. Ma non ebbe tempo di rispondergli, poich un signore panciuto e canuto domandava dellautore e questi gli corse incontro, rivolgendogli impetuosamente la stessa domanda con le stesse parole:
 E tu cosa ne pensi? Dimmelo francamente!
Gli amici, cui lautore adesso volgeva il dorso, crollavano il capo e alzavano le spalle.
 Niente! Niente!  disse, masticando le sillabe, uno di essi  Anche questa volta un buco nellacqua.
 La scena del secondo atto  grandiosa  osserv un altro.
 C la scena, non c il lavoro  sentenzi un terzo.  E poi questo disprezzo ostinato verso il pubblico,  assurdo. Chi ci d fama e quattrini? Il pubblico. Dunque rispettiamolo e lavoriamo a suo modo.
Lindividuo che parlava cos era un autore a tanto il metro, che faceva riduzioni di romanzi celebri per teatri popolari e difendeva sempre il pubblico a spada tratta.
Il Tandi venne in quella nuovamente a cercare di Luca.
 Tu mi scappi come un ragazzo indisciplinato. Va a salutare la signora e scendiamo; sta per cominciare il terzo atto. Si prevede un disastro  e, scorgendo lautore, and a stringergli la mano con tutta lespansione di una simpatia sviscerata.
La prima attrice, quasi pronta per entrare in iscena, stava diritta in attesa che la cameriera inginocchiata finisse di accomodar le pieghe della gonna a strascico sovraccarica di merletti.
Vedendo Luca, al quale prima aveva appena gettato uno sguardo, lo fiss bene in faccia e gli sorrise, aprendo sopra il fulgido nitore dei denti, il rosso acceso delle labbra. Quel giovanottone impacciato e biondo le piacque, e cedendo insieme al capriccio della improvvisa simpatia e al desiderio di punzecchiare glimbecilli che la seccavano, disse a Luca:
 Giacch lei  poeta, mi scriva un lavoro in versi. Io li declamo benissimo i versi!
Luca sinchin e unonda di rossore gli si diffuse per la fronte ampia e luminosa.
 In scena! in scena!  si ud gridare concitatamente e la prima attrice si allontan, spandendo intorno nugoli di profumi.
Il terzo atto cominci fra la disattenzione generale. Le signore sbadigliavano allombra del ventaglio; il personaggio ragguardevole, seduto vicino a Luca, dormiva dignitosamente, col doppio mento abbandonato sulla cravatta di seta nera; la spettatrice elegante, vestita di merletto, si moveva con irrequietezza; la straniera sottile e mobile a guisa di fiamma, era scomparsa dal palco di proscenio e i giovanotti spiritosi tacevano come sopraffatti dal tedio.
Luca pensava allautore, che in quel momento decisivo della serata doveva soffrire pene dinferno, dimenticato e solo oltre la parete di carta dipinta.
Sul palcoscenico un servitore in livrea portava alla signora i giornali sopra un vassoio di argento. Il servitore usciva subito col passo austero di un diplomatico in missione e la signora aperti i giornali, mandava una esclamazione di stupore desolato e cadeva semi-svenuta sopra il divano.
La cameriera accorreva, chiamata forse da un segreto presentimento, giacch la prima attrice si era dimenticata di premere il bottone del campanello elettrico. La cameriera si aggirava premurosa intorno alla signora e ne riceveva ordine di chiamare il protagonista.
Un movimento di curiosit si dest nella sala ma lapatia predomin di nuovo, quando si venne a sapere che tra il secondo e il terzo atto erano trascorsi due anni. Dio mio, in due anni accadono tante cose, specie tra marito e moglie, che sarebbe davvero troppo lungo ascoltarne il racconto! Viceversa era accaduto ben poco. La moglie per due anni aveva sofferto in silenzio e il pittore Friberg aveva mandato un quadro allultima esposizione internazionale, se lera veduto respingere e allora ne aveva fatte di ogni colore: aveva viaggiato, aveva giuocato, aveva perduto, era corso in Polonia alla ricerca di Vanda, non laveva trovata ed era tornato da sei mesi ammalato di nevrastenia.
Egeria gli mostr il giornale spiegazzato, domandandogli con voce di strazio:
 E vero che tu devi batterti? E vero?
S, il duello doveva aver luogo per un futile puntiglio sorto il giorno avanti, al circolo artistico, con un pittore belga. Il motivo era futile, ma le condizioni del duello erano gravi. Tanto meglio! La vita non aveva pi nessuna attrattiva per il protagonista, che si esaltava adesso nella nostalgica rievocazione della miseria sofferta e della gloria vagheggiata.
 La ricchezza ha tutto ucciso in me.
 Faccia testamento in mio favore!  si grid da un palco di quarta fila.
Tutti risero, mentre Friberg proseguiva:
 La gloria non mi arride pi, lamore non ha pi per me nessun fascino e io vado incontro alla morte come a una liberazione.
Nel declamare questa tirata lattore sentiva circolarsi intorno lostile indifferenza del pubblico e parlava senza convinzione, gesticolando troppo, maledicendo il suggeritore che non aveva laccortezza di saltare una parte della battuta inverosimilmente lunga e vuota.
La prima attrice, ripetendo fra i singhiozzi:
 Mio Dio! Mio Dio! Quanto soffro!  faticava a trattener le risa, osservando la faccia congestionata del suggeritore, che doveva aver bevuto pi del necessario.
Lora dello scontro cavalleresco si avvicinava e il pittore Friberg si divincol dalle braccia di sua moglie, fiaccato anche lui da invincibile commozione.
Ci fu un tentativo di applauso, sopraffatto da proteste indignate. Eppure nella scena fra i due protagonisti erano colte finezze psicologiche con abilit squisita di provetto analizzatore e il dialogo, meno qualche esuberanza, si snodava con signorile disinvoltura; ma la situazione era falsa e il pittore antipatico.
Doveva passare circa mezzora prima che la catastrofe accadesse, e la prima attrice impiegava tale intervallo, narrando allamica intima del primo atto, opportunamente sopraggiunta, quanto ella avesse sofferto.
 Che colpa ho io!  ella esclamava torcendosi le mani  se il mio cuore ha ventanni! Che colpa ho io se, mentre il volto mi si deturpa di rughe, il cuore serba tutte le illusioni e tutte le aspirazioni della giovinezza?
Questo grido che, secondo lautore, avrebbe dovuto echeggiare nellanima collettiva del pubblico, pass inosservato.
E anche vero che lattrice oramai arruffava tutto per la furia di scapparsene a casa dovera aspettata. Non  permesso incatenare gli artisti sulla scena fin quasi luna dopo la mezzanotte. Ogni creatura umana ha diritto allesistenza e, se fosse stato per lei, avrebbe senza scrupoli lasciato tutto in asso. A ogni modo anche il pubblico ne aveva fin sopra i capelli.
Finalmente arrivava uno dei padrini ad annunziare che Friberg era ferito in modo grave.
 A morte? Ferito a morte?  gridava la prima attrice, correndogli incontro e aggrappandoglisi alle braccia.
 No  rispondeva il padrino  la ferita non  mortale, ma Friberg ne avr per alcuni mesi di assoluta immobilit.
 Ah! per alcuni mesi egli sar dunque mio, esclusivamente mio  esclamava lattrice con gioia crudele.  Corro a prendere il mio posto vicino al letto del suo dolore.
E mentre il telone cadeva fra un silenzio di tomba, Saide Ghezzi si precipitava fuori della scena e correva allegramente a spogliarsi in camerino.
Non ci furono fischi solo in omaggio al rispetto che il nome dellautore imponeva; ma il lavoro era caduto e caduto male.
Ciascuno si mostrava imbronciato uscendo e ciascuno si trovava daccordo nellasserire che gli spettacoli teatrali non dovrebbero prolungarsi oltre la mezzanotte.
Luca in pochi minuti fu a casa e, coricatosi pian piano per non destare Cloe che dormiva, rimase immobile, supino nel vasto letto coniugale dove la gracile persona di sua moglie occupava cos poco spazio.
Appena spento il lume, prov la sensazione di sgomento che provava ogni sera avanti di prender sonno. Nel sentirsi al buio, non distratto da alcuna sensazione esteriore, egli misurava paurosamente la vacuit dellesistenza e la inesorabilit della morte. Gli sforzi di volont e di lavoro compiuti durante la giornata gli apparivano vani; la serie delle ore vissute gli si confondeva con la serie delle ore ancora da vivere e tutte unite formavano una cosa tenue e fugace, simile a bolla di sapone che si gonfia, si riveste per un attimo di colori svariati e poi scompare nelloceano senza fondo delle cose che non sono pi. Ma per non essere pi bisogna essere stato una volta e Luca non era nemmeno sicuro di questo.
 Sono io? E che cosa sono io? E dove sono io?  si domandava, sbarrando con terrore gli occhi nella massa informe delle tenebre.
 Tu sei un professore e sei nel tuo letto, vicino a tua moglie  rispondeva beffarda la parte meccanica e pratica del suo pensiero.
 No, tu sei larva fra larve e il vuoto ti circonda  rispondeva la parte speculativa della sua mente; e la vita col gioco delle passioni e degli interessi, larte col gioco delle finzioni, tutto gli parve fumo e vanit; ma, pur subendo tale fenomeno di amaro sconforto, a cui spesso andava soggetto, pensava che era tardi e che bisognava dormire se voleva essere in piedi per le otto lindomani mattina.
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Capitolo 4.
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E infatti la mattina dopo alle otto balzava dal letto con la giocondit rumorosa di un ragazzo pieno di vita e di salute. Appena desto era sempre di buon umore! Quella giornata nuova che siniziava, gli trasfondeva un senso di gioia, suscitandogli in cuore mille confuse speranze. Una nuova giornata rappresentava un breve lembo di mistero ed egli si affacciava verso quel mistero avidamente nellattesa di scoprirvi qualche cosa dimpreveduto.
Cloe, lunica persona vicino a cui egli non provasse nessuna soggezione spirituale, rimaneva ancora per un poco sotto le coltri ad ascoltare sorridendo e cogli occhi socchiusi, il rumore gaio dellacqua che nello stanzino attiguo pioveva a rivoli dentro la tinozza, dopo avere inondato il corpo di Luca. Egli adorava lacqua, considerandola come un elemento essenziale di forza e di bont, e rientrava nella stanza, stropicciandosi rudemente il collo e le spalle con lasciugamano spungoso, mentre Cloe aveva finito di svegliarsi e aveva ritrovato il mazzo di viole che ogni sera deponeva sotto il guanciale, asserendo che quellodore di mammolette le procurava sogni meravigliosi. Sognava di praterie fiorite, percorse da fiumi risplendenti come se in essi londa fosse di luce; sognava giardini chiusi da cancelli doro attraverso cui ella spingeva la piccola mano per afferrare giganteschi gigli che le si sfogliavano tra le dita, formandole intorno un tappeto candido e olezzante. Luca occupava sempre il posto donore in tali fatate localit. O solcava diritto dentro una barca di madreperla, il fiume luminoso, o passeggiava, drappeggiato di vesti porpuree, dentro il giardino chiuso, tantoch egli durante la mezzora che dedicava alla cura della propria persona, si divertiva molto a farsi narrare dalla moglie le visioni della notte.
Quella mattina Cloe, appoggiata di fianco sui guanciali, con la superba chioma nera sciolta sul petto e le mammolette appassite sparse sopra le coltri, rideva fra s, pensando alle inverosimili peripezie dellultimo sogno.
 Dunque cosa ti  successo questa notte? domand Luca, passando lo spazzolino umettato sulla pasta dentifricia.
Cloe croll il capo, in atto di commiserarsi profondamente per la comicit dei propri sogni.
 Figurati che mi pareva di camminare dentro un bosco. Gli alberi toccavano il cielo e in terra lerba era fresca e lucente come di smeraldo.
 Beata te!  esclam Luca, in piedi davanti allo specchio.
 Io mi trovavo sola dentro il bosco e correvo per attraversarlo e raggiungere la collina che vedevo in fondo; una collina dal declivio dolcissimo ricoperto di cespugli di ginestra.
 E io?  domand Luca, interessato.  Dove stavo io?
 Tu passeggiavi per la collina e davi il braccio a una signora vestita di bianco. Immagina la mia rabbia!
Luca, smettendo di agitarsi furiosamente lo spazzolino dentro la bocca, dette in una risata, perch Cloe, quantunque non volesse confessarlo, era gelosa; gelosa come una gattina inferocita.
 Io ti chiamavo e tu non mi rispondevi. Allora facevo uno sforzo, uscivo dal bosco, mi aggrappavo ai cespugli della ginestra e ti raggiungevo. La signora vestita di bianco, alla quale tu davi il braccio, era mia madre. Ma senza occhiali  aggiunse subito per consolarlo.
Luca si volse indignato sinceramente:
 Tua madre vestita di bianco e al mio braccio su per una collina?
Cloe ebbe un grazioso gesto di sconforto. Ahim il fatto stava proprio cos:
 Tu sogni cose assurde!  Luca esclam, dopo essersi risciacquata la bocca a pi riprese.
Cloe si scus umilmente, osservando che i sogni non si fanno apposta, e poich Luca faceva atto burlescamente di volerle gettare addosso un cuscino, ella si lasci scivolare dalla sponda opposta del letto e, serpentina nel candido camice di tela, strisciando sul pavimento coi nudi piedini di Cenerentola, scomparve a sua volta nella piccola stanza attigua, e il gaio rumore dellacqua piovente a rivoli di nuovo si ud.
Torn poco dopo vestita a mezzo, con la vita flessuosa presa nella fascetta e la curva gentile delle anche disegnata dalla sottoveste di batista ornata di ricami.
Ella sedette davanti allo specchio per acconciarsi, diffondendo intorno a s effluvi acuti di giovinezza in fiore. Alcune stille dacqua, tuttavia sospese tra i folleggianti capelli delle tempie, splendevano a guisa di gemme, e il sangue, reso pi alacre per la sferza della doccia recente, dava alla morbida compattezza della cute un bel colore di rosa test sbocciata.
Luca, gi pronto per uscire, guard lorologio. Aveva ancora del tempo e sedette vicino alla finestra spalancata, attendendo che sua moglie avesse finito di abbigliarsi per prendere insieme il caff. Adesso, entrambi molto seri, discutevano dei loro interessi.
Luca non aveva nessuna intenzione di proseguire nella carriera dellinsegnamento. Egli possedeva un piccolo pezzo di terra a San Marino e quivi sarebbe tornato a vivere, quando la sua fama letteraria si fosse assodata in maniera da garantirgli modesti ma sicuri guadagni.
Il suo ideale era appunto quello di lavorare senza preoccupazioni, in compagnia di Cloe e dei suoi fantasmi in vita solitaria. Ma, per ottenere ci, bisognava imporsi, farsi conoscere e, per farsi conoscere ed imporsi bisognava giuocar di gomiti, pagare di audacia e improntitudine, piegare il dorso di fronte ai dispensatori di notoriet, rialzarsi impettiti al cospetto dei contendenti, farsi umili coi pi forti, camminare sui deboli senza piet, transigere col proprio carattere, scendere a patti col proprio orgoglio, mendicare obliquamente un articolo elogiativo per poterlo poi squadernare con petulanza e farsene bandiera; bisognava non aver scrupoli, n riconoscenza e, sopratutto, negare laltrui valore con tanto maggiore accanimento quanto pi tale valore appare temibile e indiscutibile. Ma per tali esercizi di pugilato e acrobatismo, Luca si riconosceva organicamente inadatto, pur confessando con rammarico che le sue belle illusioni di probit nel lavoro, di austera intransigenza nella estrinsecazione dei propri ideali darte erano chimere destinate a soccombere sotto i colpi della realt.
Cloe, con le braccia inarcate, si andava assettando intorno al capo le ciocche dei capelli lucenti, ascoltava le parole del marito e meditava un piano. Il suo Luca era un orsacchiotto, un vero Atta Troll, comessa lo chiamava scherzosamente, un grosso omone esuberante di forza e di cervello, e che, non ostante, si sarebbe lasciato divorare da una formica per mancanza di astuzia! Ella doveva pensare a tutto, provvedere a tutto per quel suo idolatrato bamboccio di granduomo. Per lui si era decisa a contrariare la boria meschina di sua madre e dare lezioni dinglese, lingua chella conosceva a perfezione, avendo famigliarmente vissuto a Rimini con una signora londinese dimorante in Italia per ragioni di salute.
La signora stessa laveva aiutata a mettersi in relazione a Roma con molti stranieri, e Cloe guadagnava abbastanza per sopperire alle spese personali proprie e del marito, che deponeva coscienziosamente ogni mese lintiero stipendio nelle mani della suocera.
Cloe non aveva per s la menoma esigenza. Pochi metri di stoffa, un nastro, un fiore, un merletto bastavano a renderla graziosa, possedendo ella in sommo grado il dono naturale della leggiadra; ma diveniva incontentabile quando si trattava del marito. Luca era il solo suo idolo, il suo orgoglio, la sua vanit, il pensiero costante di ogni minuto, lo scopo immediato di ogni sua azione. Ella stessa pensava a provvederlo di vestiti, a scegliere la stoffa e il taglio del pastrano, il colore e la foggia delle cravatte. Tutto inutile! Dopo alcuni giorni il vestito, scelto con tanta cura, perdeva la sagoma elegante per assumere la forma delle membra forti di Luca e adattarsi al suo modo pesante di muoversi e di camminare. Se non fosse stato per la sua nettezza scrupolosa e la immacolata lucentezza del solino, Luca sarebbe apparso trasandato a dispetto della vigilanza di Cloe, la quale andava in furia, gli distendeva le pieghe del panciotto, gli accomodava il nodo della cravatta, lo rimproverava, gli frugava nelle tasche per cambiargli il fazzoletto, gli scartava le scarpe appena appena un poco fruste, gli rinnovava il corredo della biancheria e finiva sempre col giudicare Atta Troll luomo pi bello delluniverso, temendo per lui il freddo, il caldo, la pioggia.
 Togliti il panciotto e mettiti la camicia di seta. Oggi far caldo  gli diceva di estate.
 Mettiti il soprabito e non dimenticare lombrello  gli diceva dinverno, e Luca le ubbidiva docilmente, soddisfatto di evitare cos gli urti e le noie della vita materiale come un bambino  felice di lasciarsi trascinare per mano, incurante della via da percorrere, intento solo ad ammirare curiosamente le farfalle che volano e le pietruzze che luccicano.
Era naturale dunque che Cloe si occupasse della fama di suo marito, visto chegli era inadatto a farsi valere.
 Io penso allopera mia  egli diceva ne suoi momenti di espansione.  Ci penso con tutta la forza del mio cervello. Non trovo requie fino a che io non labbia fusa nella forma che le conviene; ma poi basta, non posso occuparmene pi. Capisco mendicare un pezzo di pane quando si ha fame, non capisco mendicare plauso o compenso al frutto del proprio pensiero. Mi parrebbe di avvilirmi e di menomarmi!
Cloe, col suo buon senso di donnina assennata, misurava la inanit pratica di simili teorie, eppure non avrebbe voluto che Luca fosse stato diverso. Cos essa lo amava, cos le piaceva: con la ruvida forza della mente robusta e i timidi, selvaggi pudori dellanima quasi femminilmente ombrosa e pavida.
Avrebbe agito lei, senza parlare ad alcuno, visto che la pubblicazione del poemetto sulla Grande Rivista rendeva propizio il momento per mettere in evidenza il volume di versi edito da mesi e di cui la stampa quotidiana non si era occupata affatto.
Trasse dallarmadio il suo pi bel vestito di panno nocciola, che le calzava come un guanto e che, liscio, aderente, senza guernizioni di sorta, tranne un piccolo scollo di velluto bianco ricamato a minuscoli fiordalisi, era di uneleganza sobria e squisita.
 Agganciami il vestito, ti prego  ella disse pensosa a Luca, poich il corsetto andava allacciato sul dorso; e Luca seduto, aguzzava le ciglia, durando enorme fatica ad infilare, con le sue grosse mani, i piccoli e fitti uncinelli nelle travettine appena visibili. Procedeva cauto, con la punta della lingua stretta fra i denti, molto pi che Cloe gli raccomandava di non saltare nessun uncinello, se non voleva ricominciare da capo.
 Preferisco scrivere una tragedia  egli disse con un respiro di sollievo, quando si fu districato dalla imbrogliata faccenda.
 Dovresti scriverla davvero!  sugger Cloe sollevando prima un piede, poi laltro sullorlo della seggiola per abbottonarsi gli stivalini.
 Ci penso! Ci penso! sar la mia battaglia decisiva  rispose Luca; ed uscirono insieme dalla camera per entrare nel salotto da pranzo, dove la prima colezione era pronta sempre per le nove.
Quella mattina i due sposi erano in perfetto orario e varcarono la soglia, mentre la signora Mantucci parlava animatamente con Salvatore e Arrigo Bolivan, domandando se  giusto che un uomo, il quale va a bighellonare la notte fin dopo luna, rifiuti poi dimpartire, durante il giorno, una miserabilissima lezione di latino.
Salvatore, incurante di tali sciocchezze, appariva sconvolto, perch la malattia, la sua malattia, di cui parlava sempre come di persona viva e palpabile, quella mattina non se la trovava pi ed egli se la cercava in ogni parte del corpo, tastandosi il petto, dandosi piccoli colpi sulla nuca, scrutandosi fin sotto le unghie i polpastrelli delle dita.
Quanto ad Arrigo Bolivan, egli davvero non approvava la condotta di Luca, visto che la statistica insegna come tutti gli spostati si reclutino fra i nottambuli e come sia pericoloso il sottrarsi alle esigenze della propria situazione; ma il professore Arrigo Bolivan constatava ci teoricamente, per puro svago di scienziato, senza volersi immischiare punto di cose che non lo riguardavano.
Querimonie ed apprezzamenti tacquero alla presenza di Luca; tutti mangiarono in fretta, barattando appena qualche parola, e ciascuno se nand poscia per le sue faccende.
Cloe, annodata la veletta intorno al cappellino di paglia grezza e preso un volume dei versi di Luca, scapp via per paura che la sua decisione vacillasse col pensarci su.
Ella camminava a piccoli passi rapidi, tenendo la testa bizzosamente eretta e girata da una parte, con quel suo fare impavido di galletto, sempre disposto a battagliare per poco che lo incitassero.
Il nasino allins e il piccolo neo collocato sul mento, a sinistra, la facevano somigliare a una personcina di altri tempi a una di quelle bizzarre e ardite personcine che gli artisti sassoni ritraevano nella porcellana, vestite da pastorelle e col visetto minuto atteggiato a sentimentalit canzonatoria. Frattanto il cuore le batteva forte e le mani guantate stringevano il volume dei versi di Luca come per aggrapparsi ad una sbarra che laiutasse a saltare al di sopra del suo sgomento. E se quanto ella stava per fare avesse nociuto a Luca anzich giovargli? E se Luca, venuto a cognizione del suo intervento, ne rimanesse irritato e andasse in collera? Lidea di veder Luca in collera le dette un brivido ed ella si sofferm un istante, come presa da paura, perch lunica volta che la collera di Luca si era scatenata in famiglia aveva assunto la foga di un uragano. Ma eresse nuovamente il capo con piccolo atto di sfida e seguit a percorrere la sua strada con passo anche pi sollecito. Mio Dio! Se a tutto si volesse riflettere non si concluderebbe mai nulla e valeva assai meglio commettere un errore che rimanere indecisi per la tema del peggio. Aveva stabilito di consegnare ella stessa il volume di Luca a Ugo Baldei e lo avrebbe consegnato qualunque cosa gli altri potessero pensare, qualunque cosa potesse accadere in seguito.
Ugo Baldei, redattore letterario e critico drammatico del giornale LIdea, era lunico della stampa romana che, a detta di Luca, avesse autorit dimporre un libro allattenzione del pubblico; ma ottenere da lui un articolo era quasi impossibile, poich le rare critiche letterarie di Ugo Baldei si aggiravano tutte sui grandi nomi gi consacrati dalla celebrit. Non importa! Cloe voleva tentare e la coscienza delle difficolt da superare era appunto ci che trasfondeva in lei pi vivo ardore di combattere e vincere. Entr in una pasticceria per telefonare alla redazione dellIdea e le venne risposto in modo confuso che il professore Baldei non aveva orario fisso, ma che, generalmente, passava in ufficio ogni mattina verso le undici.
Cloe guard lorologio. Aveva giusto il tempo di recarsi a dar lezione per unora alla pensione inglese in via Veneto e di scendere poi in piazza Colonna dove si trovavano gli uffici del giornale.
Dopo avere conversato metodicamente in italiano durante sessanta interminabili minuti a piccole frasi, con una miss di sedici anni, bionda come raggio di sole, cinguettante come un uccellino, Cloe si precipit per le scale con s allegra furia, che evit a mala pena di urtarsi contro un bel signore elegantissimo, il quale usciva da un appartamento del primo piano e che si tolse il cappello, cedendole il passo.
Una vettura aspettava di fronte al portone e in essa Cloe vide salire il bel signore elegante, che si sdrai sui cuscini e simmerse nella lettura di un giornale di grande formato.
  in ufficio il professor Baldei?  ella chiese con voce leggermente affannosa ad un usciere.
  giunto da pochi minuti  quello rispose; ma Cloe non ebbe il tempo di chiedere altre informazioni, perch un fattorino telegrafico, arrivato in bicicletta, porse allusciere un pacco di telegrammi e lusciere scomparve con essi a precipizio.
Cloe si trasse in disparte e attese pazientemente nellombra che qualcuno passasse; ed altri uscieri attraversarono infatti il corridoio, ma senzaccorgersi di lei.
Il campanello del telefono chiamava furiosamente, lansito delle rotative saliva poderoso dalla tipografia sottostante, e Cloe si sent come presa e schiacciata nellingranaggio immenso e turbinoso per cui si muove il meccanismo di un grande giornale. Si riconosceva meschina e ridicola, guardava con occhio di sconforto il piccoletto volume per cui veniva a perorare e comprendeva che quelle poche liriche stillate dal cuore di un solitario dovevano rimanere sommerse nel vortice dei complessi e immediati interessi di cui un giornale  centro e sostegno.
 Scusi, vorrei parlare un momento col professore Baldei  ella disse con voce un poco irritata per lo snervamento della lunga attesa.
Lusciere, quello stesso a cui si era gi indirizzata, rimase un momento perplesso.
Diamine! il professore Baldei era sempre tanto occupato. E poi quella mattina non pareva di umore tollerante.
Cloe insistette con vivacit e lusciere, poco convinto, disse:
 Mi dia il suo biglietto e prover ad annunziarla!
La giovane signora balbett confusa:
 Il mio biglietto? Oh! Dio! Mi sono dimenticata di prenderli i miei biglietti! Mi annunzi ugualmente  ella supplic umiliata per quella sciocca dimenticanza, e sempre pi ostinata a voler raggiungere lo scopo a dispetto di tante contrariet.
Lusciere, seccato, spinse luscio socchiuso di un salottino di aspetto e disse:
 Abbia la bont di attendere. Credo che il signor Baldei stia dal direttore in questo momento e deve passar di qui per andare nella sua stanza.
Cloe rimase in piedi e chiuse gli occhi, stringendo forte i denti. Non voleva cedere a nessun costo alla voglia prepotente di fuggirsene.
Lodore nauseabondo dellinchiostro la stordiva, il respiro sempre pi affannoso e accelerato delle macchine le dava un senso di vertigine, e poich il pavimento della stanza tremava ed i cristalli delle finestre tinnivano a lei pareva di trovarsi sulla tolda di un bastimento e di subire tutti fastidi provocati dal rullo. Ma avesse dovuto attendere fino allindomani e soffrire anche tutti gli spasimi del mal di mare, sarebbe restata, s, sarebbe restata e sarebbe riuscita a conquistare larticolo.
 Cerca di me lei?  domand alle sue spalle una voce energica dallaccento rude e la pronunzia leggerissimamente meridionale.
Cloe si volse con mossa rapida.
 Il professore Ugo Baldei?
 Per servirla  e dal gesto, dallespressione del viso, dallatteggiamento di tutta la persona egli lasci comprendere che quel colloquio lo annoiava che aveva fretta di sbrigarsene.
Cloe, dominando la propria emozione, disse con molta naturalezza:
 Ho qui un volume di versi da consegnarle. Sarei grata se lei volesse leggerli e poi scriverne un articolo. Un articolo lungo e firmato col suo nome  aggiunse per timore di non essersi spiegata bene.
Ugo Baldei rispose bruscamente, con aria sarcastica:
 E dopo cosa vuole ancora? Se ha altro da chiedere non faccia complimenti.
Era il suo metodo di mostrarsi brutale coi seccatori, comprese le seccatrici, per liberarsene presto e bene.
Sotto lo scherno Cloe simpenn.
 S, ho anche da chiederle che legga il libro e scriva larticolo sollecitamente.
Il giornalista, strabiliato, prese il volume che Cloe gli porgeva e gett di sfuggita uno sguardo sopra la copertina.
 Ma dunque lautrice dei versi non  lei?
Cloe rise, nonostante la stizza e la confusione.
 Io? Per carit! Come vuole che mi venga lidea di scrivere versi?
Ugo Baldei rise anche lui a suo dispetto, e disse un po rabbonito:
 Meno male!  gi qualchecosa!
Cloe prosegu:
 I versi li ha scritti mio marito e sono bellissimi!
Ugo la interruppe quasi con violenza:
 Se adesso i poeti cominciano a spedirci anche le loro mogli, diventer per noi una vita dinferno! Ma  assurdo, cara signora, quello che lei fa. Riprenda il volume e consigli suo marito di mandarlo in redazione per la posta. Quando ne valga la pena, il lettore ne far cenno. Abbiamo una rubrica apposta!  e, abbozzato un lievissimo inchino, si avvi per entrare nella sua stanza.
Cloe, tutta bianca e smorta fin sulle labbra, gli sbarr il passo. Ella aveva sollevata la veletta e, col capo eretto e girato da una parte, proprio come la testa di un galletto quando simposta per cantare, con la voce bassa e tremante per orgoglio ferito, disse:
 Io non sono una mendicante e non mi lascio mettere alla porta cos. Ho avuto torto di venire da lei, capisco adesso che ho avuto torto in mille modi; ma non  questa una cagione per subire la sua scortesia. Intanto sappia che mi trovo qui allinsaputa di mio marito, il quale si rispetta troppo per affidarmi di simili missioni. Lei ha un bel nome e un grande ingegno, almeno dicono, ma creda che un po di educazione non guasterebbe.
Ugo Baldei la guard inebetito ed ebbe un lampo di simpatia nelle pupille chiare, color acciaio, straordinariamente somiglianti a quelle di Luca.
Cloe avvert subito tale somiglianza per la quale il viso del giornalista assumeva dun tratto lespressione bonaria e come estatica abituale nella fisonomia del suo carissimo Atta Troll, e, calmata allimprovviso anche lei, fiss Ugo coi grandi occhi vellutati e rise, abbassando il capo tra vergognosa e giuliva.
 Allora favorisca  egli disse, introducendola nella propria stanza e facendola sedere vicino a lui sul divano.
 Purch non mi bastoni! Vedo che con lei c poco da scherzare.
 Crede, non  vero! che mio marito nulla sa della sciocchezza commessa da me oggi?
 S, s, credo tutto quello che lei vuole. Per amor di Dio non mi mandi i padrini!
Ugo parlava adesso con amichevole disinvoltura e con maniere amabilmente scherzose, e Cloe lo trovava un tipo assai piacevole, cos alto e snello, dai folti capelli brizzolati, divisi verso la tempia, dalla corta barba ricciuta in cui, qua e l, brillavano alcuni fili dargento, dalle fresche labbra rialzate agli angoli scetticamente.
 Dunque, ricapitoliamo  egli disse, scrutandola dai fiori del cappello alla punta delle scarpine e trovandola adorabilmente deliziosa.  Suo marito  poeta.
 S  ella rispose placida e ridente, non turbata dal menomo imbarazzo sotto lo sguardo incuriosito di lui.
 Ma eserciter, suppongo, anche un altro mestiere pi lucroso?
  professore al liceo Umberto I.
 Senta, allora, gli dia un consiglio. Lo faccia smettere di scrivere in versi. Lelefante della Minerva  nemico della prosodia.
 Fargli smettere di scrivere versi? Ah! no! Daltronde non mi ascolterebbe, perch  poeta nellanima  e ne luminosi occhi di Cloe palpit un raggio di ardente fede amorosa.
 A quanto capisco, lei ama ciecamente suo marito?  egli chiese sorridendo e ammirando le minuscole proporzioni delle mani di lei.
Cloe rispose con tranquilla semplicit:
 Non lo amo; lo adoro.
Egli esclam sinceramente:
 Ma lei possiede dunque tutte le originalit! Adora suo marito e lo confessa. Mi creda, lei  meravigliosa  poi aggiunse con fare paterno:
 Quanti anni ha?
 Ventiquattro  rispose Cloe, fissandolo cogli occhi bellissimi, che diventavano sempre pi umili e dolci quanto pi ella si trovava ad agio, seduta vicino a quel piacevole signore dallarguto sorriso.
 Lei ha ventiquattro anni? Allora vuol dire che se ne porta cinque o sei nascosti l, dentro la borsetta. Io non gliene davo nemmeno venti  e, notando il rossore che imporpor inaspettatamente le gote di Cloe, assunse subito un tono pi cerimonioso e domand conto dei progetti letterari del professore.
Cloe parlava fiduciosa, tenendo le mani abbandonate in grembo, mentre i piedi sottili facevano capolino, incrociati, dallorlo della gonna.
Parlava di Luca, dei lavori chegli meditava, dei progetti chella faceva per lui, rivelando in ogni parola labdicazione completa della sua personalit in favore della personalit trionfante di Luca.
 Dunque ha scritto anche un romanzo?
 S, uscir fra giorni ed  intitolato Ave.
 Questo vuol dire che scriver presto un dramma. E inevitabile  disse Ugo, con la sicurezza di un medico esperto, che faccia la diagnosi al letto di un ammalato.
 Sicuro!  conferm Cloe con orgoglio.  Anzi credo che sar una tragedia  e, quantunque egli non mostrasse affatto di annoiarsi, tenendo appoggiato il braccio sul cuscino del divano nellatto di chi vuoi rimanere a lungo in una posa comoda, Cloe si alz, guidata dal suo intuito finissimo della giusta misura.
Egli le prese la punta delle dita e le sfior con le labbra il dorso della mano guantata, inchinandosi con grazia perfetta. Voleva mostrare a questa piccola creatura audace e incantevole che la brutalit era in lui un ostentato abito professionale di cui sapeva spogliarsi a tempo debito.
 E legger il libro?  insistette Cloe, con la faccia quasi riversa tanto ella era piccinina cos, in piedi, vicino allalta statura di lui.
 Legger.
 E ne scriver?
 E ne scriver, sempre, naturalmente, che il libro sia meritevole di attenzione.
 Naturalmente  disse Cloe con fierezza  Io, per mio marito, non chiedo favori, chiedo equit.
 Siamo daccordo  concluse Ugo gravemente poi, cangiando subito tono, e diventando di nuovo scherzoso, aggiunse:
 Purch lei non comunichi a nessuno i suoi metodi dintimidazione. Non mi lascerebbero pi respirare. Sarebbe qui una sfilata di mogli. E ben vero  prosegu, corrugando la fronte nel riso delle pupille affettuosamente canzonatrici   ben vero che non  facile trovarne una seconda come lei. Prepotente, originale, ma sopratutto irresistibile  e, cosa rara in lui, che amava posare da nume nellinterno del suo tabernacolo, accompagn la signora fin oltre la porta del salottino di aspetto.
Questo accadeva il marted, il sabato larticolo comparve.
Ugo Baldei aveva fatto le cose da gran signore e larticolo, che occupava le due prime colonne della terza pagina, portava in testa il nome di Luca Faltri a grossi caratteri.
Cloe ebbe come un barbaglio di raggi davanti agli occhi e, tremante, rosea di piacere, senza essere in grado di leggere, tanto la gioia intensa le faceva velo allo sguardo, cercava sconvolta le parole con cui annunciare lavvenimento al marito, che, solo con lei nel salotto da pranzo, stava pigramente sdraiato in una poltrona, fumando in attesa del desinare.
Un senso di pudore tratteneva in lei le parole a sommo delle labbra e una punta di rimorso la turbava, perch le pareva, confusamente, di aver mancato di rispetto a suo marito, onde fu con gesto timido, come di scusa, che gli si avvicin, porgendogli il giornale.
 Si parla di te  ella disse, volgendo altrove lo sguardo, agitata da invincibile sgomento, che sopraffaceva in lei limpeto primo dellorgoglio appagato.
 Ah! s?  chiese Luca, senza scomporsi  Ed a quale proposito si parla di me?
 A proposito del tuo volume. C un articolo di Ugo Baldei.
Luca si alz pallidissimo e, invece di leggere il giornale, se lo mise in tasca, umiliato nel sentirsi tanto profondamente commosso. Avrebbe letto larticolo dopo il desinare, quando lorgasmo suscitato in lui dalla sorpresa fosse vinto e quando egli avesse riacquistato dominio sopra di s.
Durante il pasto n Cloe, n Luca allusero al grande avvenimento. Tacevano entrambi, distratti, mangiando in fretta; Cloe divorata dallansia di sapere in che modo lopera del marito fosse giudicata da Ugo Baldei; Luca interrogandosi, studiandosi per seguire tutte le fasi delle proprie sensazioni e per iscrutarsi in tutti meandri dellanima.
Egli, insensibilmente, era giunto a tale che ogni circostanza della sua vita serviva di pascolo allindagine soggettiva del suo pensiero; la circostanza perdeva in se stessa ogni valore, e Luca si preoccupava solo dindagare quale nuovo filo didee essa valesse a dipanargli dal cervello, quale zampillo nuovo di sentimento essa valesse a fargli scaturire dal cuore. Ma ci non glimpediva peraltro di godere o soffrire pi tardi, quando lanalisi aveva finito di esercitarsi. Egli sapeva anche ci e, mentre scarnificava con paziente attenzione losso della magra cotoletta fumante nel suo piatto, pure classificando la rapida successione de suoi vari pensieri, gustava dentro di s un benefico tepore in lui diffuso dalla gioia del suo trionfo; gioia che gli rimaneva appiattata in fondo allanima per balzar viva tra qualche ora, forse tra qualche minuto, appena il lavoro dellindagine psicologica fosse esaurito.
Salvatore intanto si guardava attorno, avendo fiutato qualcosa dinsolito.
 LIdea non lhanno ancora portata questa sera?  egli chiese col tono sospettoso e cupo di chi segua la traccia di un tenebroso complotto.
 Ma s! Perch non dovrebbero averla portata?  gli rispose Maddalena con acredine, quasich ogni parola di Salvatore costituisse un insulto al suo indirizzo.
Egli si rivolse direttamente a Cloe:
 Dov LIdea?
Cloe rispose con imbarazzo:
 Non so.
Luca curv le spalle in silenzio e continu a raschiare con la punta del coltello losso completamente spolpato dalla cotoletta.
Arrigo Bolivan, tratto di tasca il giornale, disse a Luca con piglio sprezzante:
 Non vedo il perch di tanti misteri. Ti proclamano un granduomo e dovresti vantartene.
Salvatore gherm il foglio con lampeggiamenti di giubilo negli occhi sempre torvi; ma un soffio di gelida ostilit si sprigion da tutta la persona obesa della signora Mantucci e lastio guizz in fiammelle giallognole sullaccesa faccia di Arrigo Bolivan.
Luca usc senzavere pronunziato nemmeno una sillaba e, alla luce di un fanale, lesse tre volte di seguito il lungo articolo.
Torn a casa, dopo due ore, inebbriato e sedette sulla sponda del letto, dove Cloe lo attendeva gi coricata.
 Ecco! Cos io amo la critica!  egli esclamava, sventolando in alto il giornale  Austera, spassionata, perfettamente impersonale e obiettiva. Non credere che gli elogi siano troppi! Anzi tuttaltro. Tirata la somma larticolo  severo; ma il critico ha fatto un esame esauriente di tutto il libro; ne ha messo in evidenza lo spirito informatore e mi ha chiamato poeta. Capisci? Mi ha chiamato poeta vero! E questo mi basta! Perdio! Quando si  poeti qualche cosa nella vita si fa!!
E andava liberandosi con impazienza del pastrano, della giacca, del panciotto, percotendo limpiantito con piede energico, fermandosi davanti allo specchio per contemplare la faccia di un poeta vero.
Cloe, nel vederlo cos felice, nel sentirlo tanto insolitamente loquace, era beata e intrecciava le mani, come per ringraziare qualcuno fervidamente. Non sentiva pi ombra di pentimento. Luca sorrideva, Luca parlava a lungo con occhi sfavillanti e calda parola, tutto il resto non significava nulla, perch qualora la felicit di Luca giacesse nascosta entro il recinto di un giardino guardato da cento draghi e se mille morti ella dovesse sfidare per conquistarla, non avrebbe esitato, e come la umile, sublime eroina della favola, ella avrebbe sfidato i furori del fuoco, il latrato dei cani famelici, la vendetta di vecchie streghe, le gole voraci dei mostri pur di riedere col dono superbo e deporlo sulle ginocchia di Luca, il quale frattanto in maniche di camicia, con la cravatta andata di traverso, si era di nuovo seduto presso di lei sopra la sponda del letto e rileggeva ad alta voce larticolo, indugiandosi sui punti salienti.
Allimprovviso egli sinterruppe, esclamando:
 Vedi? Se io avessi sollecitato questo articolo, se io avessi dovuto appena muovere il dito mignolo per ottenerlo, esso non avrebbe a miei occhi nessun valore. Ma il vedermelo arrivare me inconsapevole mi rende felice. S, te lo confesso, mi rende felice.
E una contentezza limpida, tutta soave, brill anche il giorno dopo sulla giovane coppia, che usc di casa alle dodici, col proposito di trascorrere allaperto quel mite pomeriggio domenicale.
Febbraio moriva dolcemente, ammantato di luce sotto il padiglione azzurro di un cielo senza nubi. Il Foro Romano, veduto dallalto e inondato di sole, somigliava a paesaggio fantastico natante dentro le acque di un lago. Davanti allingresso del Palatino alcune vetture attendevano; un giovanetto, vestito da ciociaro, stava diritto, immobile nel centro della via silenziosa, con le braccia conserte, gli occhi neri spianti intorno accesi e cupidi, simili a quelli di lupo in agguato; due guardie in alta tenuta camminavano al passo, con le mani dietro il dorso e scambiandosi in dialetto abruzzese qualche parola; oltre il cancello si vedeva uno straniero barbuto, lungo e magro nellampiezza del soprabito, salire pel viottolo che porta alla cima del Palatino e arrestarsi a ogni poco quasi vinto di stupore allaspetto superbo delle terribili rovine. Una pace melanconica regnava in quellangolo morto di Roma, dove pareva che i grandi, minacciosi spettri imperiali diventassero anchessi miti, obliando i passati fastigi e le ferocie trascorse per ammollirsi al bacio della nascente primavera.
Cloe, vestita di chiaro, con la veletta bianca svolazzante dietro le falde del cappellino coperto di fiori, stava appesa al braccio di Luca, stringendosi a lui per la gioia di sentirselo accanto e parendole che il verde tenue onde i fianchi del Palatino erano adorni e le striscie di ombra che su quel verde si proiettavano dagli avanzi vetusti della casa aurea, il nitore del cielo, il tepore dellaria, il silenzio pieno di arcane voci, quella pace melanconica fluttuante a guisa di cortina tra il passato, vivo tuttora nelle memorie, e il presente sommesso, quasi timoroso nel sentirsi sopraffatto dalla maest enorme dei ruderi, e la magnificenza di quella cornice storica unica al mondo e la bont di quel sole ridente, placido a sommo del cielo, tutto fosse creato per lei, acciocch ella potesse goderne con Luca e a Luca potesse largire il tesoro di nuove, profonde sensazioni.
Allingresso di via del Velabro, Cloe sost e chiuse gli occhi per fissarsi bene e tenacemente nellanima la bellezza di quellattimo e di quel posto.
Luca invece guardava davanti a s, raccolto e taciturno. Voleva ascoltare la voce delle cose; voleva udirne la parola mai da nessuno udita ancora, percepirne il senso recondito, sommergersi nelloceano del tempo, trarne la perla ascosa, incastonarla nel magistero dellarte, serbandole tutti i riflessi dei fuggiti secoli e farla palpitar nella luce, al cospetto delle genti. Tra lora del giorno ed il luogo regnava in quel momento perfetta armonia. Un fascio di raggi cadeva perpendicolare nel mezzo della piccola piazza e faceva tremare minuscoli insetti a miriadi sorgenti dal suolo umidiccio, mentre le circostanti pietre corrose rimanevano accigliate nellombra, sdegnose, assorte nel rimpianto quasi due volte millenario dei remoti fulgori.
Luca girava lentissimamente lo sguardo da sinistra, dove le arcate buie e fredde della cloaca massima fuggivano per celarsi al suolo, a destra ove la chiesa di San Giorgio al Velabro stava bassa e piatta, sorretta da esigue colonne, appoggiata al fianco dellarco eretto dagli argentari in onore di Settimio Severo.
La chiesa cristiana era muta, chiusa da gran tempo ai fasti del rito; sulle pareti dellarco le figure deturpate dei bassirilievi avevano forma di scheletri e il tempio cristiano, sotto le cui vlte avevano singhiozzato inni supplici i fedeli smarriti di terrore durante il medio evo, si avvolgeva nello stesso velo di oblo disceso sullarco pagano, in cui stavano raffigurate le fasi varie dei sacrifici cruenti.
Luca, per quanto tendesse il pensiero, non udiva il suono della parola invocata.
Tutto era muto e il mistero sembrava farsi anche pi opaco sotto il quadrato arco di Giano, radicato a fondo nelle viscere della terra, tetro e massiccio con le sue quattro facce, impenetrabile nello squallore delle vuote nicchie, entro cui statue superbe di vita avevano un giorno sciolto il peana della bellezza ed entro cui adesso la desolazione si rannicchiava inconsolabilmente.
Ma Luca ascoltava tuttavia, sapendo che le cose ora morte e mute, si sarebbero destate ed avrebbero parlato alla sua fantasia, quando la inspirazione le avesse potentemente evocate nel ricordo.
Si sciolse dal braccio di Cloe ed avanz meditabondo.
In piazza dei Cerchi, soleggiata e solitaria, un gruppo di monelli cenciosi, che si rotolavano sul terreno con urli scomposti di selvaggi, si sparpagli allapparire della coppia, tornando poi da ogni parte, alzando i musi astuti di faina, protendendo le braccia scarne, facendo capriole con le mani appoggiate al suolo, turbinanti in ridda nel luridume dei cenci e chiedenti in diversi metri, con voci chiocce, un soldo per carit.
Luca infastidito li allontan con ruvido gesto; Cloe offerse ad essi qualche spicciolo, che suscit tra lorda una rissa furiosa.
La giovane signora provava come il riflesso della commozione artistica onde il petto di Luca doveva essere inondato in piazza Bocca della Verit allaprirsi del vasto, meraviglioso scenario. Infatti Luca, pure avendo altre volte percorso quei luoghi, rimaneva stordito quasi fosse davanti a spettacolo non solo mai visto, ma neppure immaginato mai.
I tritoni della fontana snodavano le membra poderose, nellatto forse di svincolarsi dallincantesimo della immobilit secolare per fuggire a nascondersi dentro i gorghi del fiume, che correva laggi verso il ponte; tra le colonne circolari del tempio detto di Vesta ombra e luce si alternavano con volubile giocondit; le bicocche di altra epoca stavano aggruppate al sole, simili in vista a lebbrosi mendicanti, che stiano acquattati presso il muro di un recinto, per celare in parte le loro piaghe; lantica basilica di Santa Maria in Cosmedin sosteneva, librato nellazzurro, il suo snello campanile, agile e solido come un sonetto della Vita Nuova, vivo e roseo nel bagno aurato della luce, come se la fede dei prischi padri ardesse tuttora incombustibile dentro le pietre.
Luca stava per entrare nel peristilio della basilica, dove il mascherone di marmo apre smisuratamente la bocca della verit, da cui lacqua un giorno scendeva in zampilli canori e su cui sta fisso oggi un riso di scherno attonito; ma un cicerone si avanz, porgendo con petulanza schiarimenti non chiesti e Luca volse il passo per via della Salara.
 Ecco, senti, adesso basta di confabulare coi secoli morti  disse Cloe, aggrappandosi nuovamente al braccio di Luca, allorch essi cominciarono ad inerpicarsi lungo la scoscesa strada di Santa Sabina, sparsa di rottami e limitata da un alto muro coperto di edera.
 La salita  ripida, e tu devi trascinarmi un pochino. Guarda come respiro forte! E poi mi si  sciolto il nastro di una scarpa e corro rischio di ruzzolare  e, alzandosi sulla punta dei piedi, sollevava verso il marito il visetto arguto e malizioso di donnina settecentesca.
Luca la fece sedere sopra un grosso sasso e si chin per legarle il nastro della scarpa. Il piedino era tanto piccolo chegli fu vinto allimprovviso da un senso di calda tenerezza protettrice per quella buona creatura, che era entrata pian piano nella sua vita senza turbarla in nessun modo e che egli scendendo dal sogno alla realt, si trovava accanto sempre col medesimo sorriso di adorazione, sempre con lo stesso tremolo di sommessione amorosa nelle dolci pupille.
Cerc e non trov una frase che contenesse e rivelasse la piena del sentimento placido, ma indistruttibile che nutriva per lei.
Disse affettuoso:
 Vuoi che ti porti in braccio se tu sei stanca? Qui nessuno ci vede!
 S! S!  ella esclam giuliva, e Luca la prese in collo senza fatica.
Ridevano entrambi sonoramente.
 Non ti do noia?  Cloe domandava a ogni poco, tenendogli appoggiata la gota sopra la gota.
 Ma no! Ma no!  egli rispondeva bonario.  Tu pesi quanto una piuma e non puoi darmi noia!
 Allora portami, portami, Luca! Io vorrei andare cos per un anno intiero!
 Sei discreta  egli diceva ansimando un poco  Bisognerebbe almeno fare sei mesi per ciascuno e vorrei vederti quando venisse il tuo turno di portarmi in braccio.
Ella rideva sottovoce, beata allidea di essere nella vita di Luca un fardello tanto leggero! Fissava negli occhi ladorato intensamente, esalando dal cuore sospiri lunghi e tremoli di felicit acuta come uno spasimo.
Vicini a sboccare in via di Santa Prisca, udirono il suono di voci forti e maschili.
Cloe ebbe appena il tempo di scivolare in terra e la comitiva numerosa pass, avviata al castello di Costantino.
 Andiamo, sgambetta  disse Luca, prendendo Cloe per il braccio e trascinandola  Ho fame, una vera fame da poeta!
 Ho fame anchio  rispose Cloe allegramente e, giunti quasi di corsa al castello di Costantino, presero posto sulla grande terrazza e Luca ordin il desinare.
Ordinava tutto per uno, poich Cloe a tavola contava poco e Luca, nei momenti di espansione, le asseriva che mai a nessun uomo era toccata in sorte una moglie pi economica di lei.
 Costi poco nel vestire, costi niente nel mangiare, quasi quasi non ti si vede e sarebbe facilissimo farti viaggiare nella tasca del soprabito.
Egli invece mangiava per due; ma senza ghiottoneria, pronto a divorare qualsiasi cosa gli ponessero avanti, pur di soddisfare alle esigenze dello stomaco robusto, abituato a funzionare celermente per laria frizzante della montagna.
 Guarda il panorama  Cloe gli disse, gi sazia, dopo avere sorbito pochi cucchiai di brodo, e indicandogli col gesto la vallata sottoposta, tutta fragrante di verzura, in mezzo a cui nereggiava lo scheletro ciclopico del Colosseo.
Luca si strinse nelle spalle, senza nemmeno alzare gli occhi dal piatto. Quando la sua parte animale funzionava, il cervello gli rimaneva tranquillo, come assopito e poi daltronde lestasi artistica a getto continuo gli riusciva antipatica.
Si concentr dunque maggiormente col viso curvo sul piatto, allorch rimase a un tratto sconvolto. A tre tavole di distanza dalla parte delluscita, aveva riconosciuto Ugo Baldei che, a capo scoperto, con la solita espressione di noia e scetticismo, attendeva di essere servito in compagnia di altri due signori.
Lincontro inaspettato turb Luca straordinariamente e lo secc anche non poco.
Egli si chin verso Cloe, dicendole sottovoce:
 Guarda l, a destra, ma guarda senza farti notare. Quel signore vestito di grigio  Ugo Baldei.
Cloe si gir vivamente e vide infatti il giornalista, che si era gi accorto di lei, ma che non sapeva quale contegno tenere a suo riguardo. Doveva o non doveva salutarla? Il marito ignorava davvero o non ignorava affatto la strana avventura dello scorso marted?
Cloe si era coperta di rossore. E se Baldei venisse a salutarla? Se Luca venisse a conoscenza di quanto ella aveva osato? Sarebbe un disastro, perch Luca non avrebbe pi attribuito alcun valore allarticolo della sera innanzi.
Luca intanto, di nulla sospettando, disse alla moglie, ancor pi sottovoce e dopo un lungo silenzio meditativo:
 Credi tu che io sia in dovere di andarlo a ringraziare?
Cloe rispose con impeto:
 No, no, non far questo. Lo annoieresti!
 Hai ragione. Molto probabilmente lo annoierei  ader subito Luca con vero sollievo tanto era per lui fastidioso il pensiero di quellauto presentazione.
Affrettarono il pranzo e, nelluscire, Luca si tolse il cappello evitando di guardare in viso il giornalista, mentre Cloe, che seguiva il marito, fiss in volto a Ugo Baldei gli occhi luminosi con tale espressione di gioia, che egli ne risent in fondo al cuore la punta di una gelosia irragionevolmente istintiva.
Con quali sortilegi quel grosso bestione dingegno era riuscito a farsi cos appassionatamente amare da quella donnettina, che pareva il simbolo della pi delicata grazia muliebre? Perch ella era graziosa, ma graziosa oltre il verosimile! Ed Ugo Baldei, dallalto della terrazza, guardava, ammirando, la vezzosa signora percorrere il viale a fianco del marito, con la sua andatura leggera e saltellante di uccellino irrequieto.
 Chi  quellindividuo? Certo un provinciale?  chiese a Ugo Baldei un giovane letterato dai baffetti neri e la bocca sottile, dondolandosi sulla seggiola.
 E Luca Faltri.
 Il poeta?
 Gi, il poeta.
Il viso del giovane letterato si deturp per livore.
 Gli avete largita la notorieta dalloggi al domani  egli disse con amarezza, poich mai era riuscito ad ottenere altrettanto con la servilit del suo contegno.
 Ho detto il mio pensiero  rispose Baldei, osservando beffardo i segni dellinvidia sul viso lungo dellinterlocutore.
 Dunque sono davvero belli quei versi?
 Se non mi fossero apparsi tali non ne avrei scritto. La forma  rude, ineguale; talvolta esuberante dimmagini, talvolta secca e arida; ma c una visione larga, una poderosa ampiezza di volo e un senso profondo della vita.
Il giovane letterato prov contro Luca in quel momento lodio acerbo che si prova contro un nemico cui arrida il trionfo.
Per Luca e Cloe la giornata ebbe il suo suggello di perfezione in una gioia inaspettata.
Al ritorno trovarono sul tavolo della loro stanza un pacco postale e nel pacco stavano i primi esemplari di Ave il romanzo di Luca.
Cloe ne prese una copia e se la nascose sotto il guanciale in cambio del mazzo di viole, sicura di ottenerne sogni anche pi giocondi; e allorch, poco dopo, si addorment con la fronte madida abbandonata sul petto pulsante dello sposo, ella pensava che, per altri pomeriggi simili a quello trascorso, avrebbe dato senza esitare la sua porzione di eternit in paradiso.
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Capitolo 5.
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Il romanzo Ave fu posto in vendita al principio di marzo e, nello spazio di tre mesi, raggiunse un vertice di fortuna quale si pu ottenere solo ai tempi nostri, grazie alla rapidit fulminea con cui le notizie si propagano e la notoriet si largisce. Fu una specie di mania contagiosa attraverso le pagine di riviste e giornali. Biografie dellautore, indiscrezioni, annunzi di lavori inediti, discussioni accanite sopra il nuovo romanzo, una vera febbre di curiosit intorno allo scrittore ieri ancora ignoto, oggi portato a volo sulle ali della rinomanza.
Anche i critici autorevoli dovettero occuparsene, molto pi che il libro, a cui tutte le buone sorti arridevano, stava per apparire contemporaneamente tradotto in tedesco, nelle appendici di un grande giornale berlinese e, tradotto in francese, sopra una grande rivista parigina.
Da lungo tempo non era apparsa unopera che avesse menato simile e cos immediato scalpore.
Ave era ad un tempo romanzo dintreccio e di analisi, contenendo esso la salutazione ardente ed attonita di unanima inconsapevole di poeta innanzi a tutti i miracoli della vita.
Flavio, il protagonista, terzo figliuolo dun agiato proprietario di barche pescherecce e di una forte donna provvida e gioconda, era cresciuto in riva allAdriatico trascorrendo intiere le giornate della fanciullezza a lasciarsi travolgere dai flutti, a schiaffeggiarli con le abbronzate mani, a compenetrarsi con londa anche pi dei pesci chegli vedeva guizzare nelle reti cariche di bottino.
In quella prima parte del romanzo si narravano umili ed oscure vicende: la sorellina poppante di Flavio morta e coperta di fiori, sopra un lettuccio bianco, mentre la madre allontanava piangendo le mosche dal visetto cereo con lungo ramo di erba odorosa; donne scarmigliate correnti per la riva del mare in tempesta con le braccia in alto e le bocche spalancate a esalare negli urli il terrore ansioso; una barca rimasta assente otto giorni, poi tornata nel greve silenzio di un meriggio estivo, quando la moglie del pescatore aveva gi fatto celebrare la messa dei defunti; una giovanetta tradita che appendeva la chioma recisa alla barca dellamante infedele; una lettera sgualcita, coperta di bolli, arrivata dallAmerica e spedita dal fratello maggiore del padre di Flavio. Lo zio sconosciuto era scomparso misteriosamente a quindici anni e si rifaceva vivo dopo un ventennio, narrando storie meravigliose di pericoli scampati e guadagni realizzati.
La narrazione di questi umili fatti era esposta con naturale grazia disadorna. Lanima del protagonista, ancora embrionale, non partecipava in via diretta allo svolgersi degli avvenimenti esteriori, ma di ciascuno di essi serbava il riflesso e si specchiava frattanto con giulivo stupore nellonda fuggevole della vita.
Certi quadretti di paesaggi marinareschi sembravano incresparsi e aulire per evidenza pittorica, certi mobili atteggiamenti delle cose, certi instabili sfumature della luce, venivano colte e fermate con la gioconda incoscienza di un bimbo, che trovi e offra diamanti senza conoscerne il pregio; certe voci del mare, voci impercettibili e velate dalla perenne fragorosa canzone dei flutti, trovavano eco nelle pagine scritte da Luca, pagine tutte impregnate di salso odore.
La seconda parte si apriva con larrivo dello zio americano e lanima di Flavio salutava in lui il miracolo della forza e il mistero di paesi remoti, popolati di bizzarri uomini neri, di leoni dalla rossa giubba, di alberi velenosi e di uccelli variopinti. Lo zio portava dallAmerica al nepote adolescente il dono fatale della scintilla di Prometeo. Un fuoco sacro gli si accendeva nella mente e il vasto mare gli sembrava angusto. I suoi giorni uguali e monotoni lo stringevano come anelli di catena ed egli correva scalzo lungo la spiaggia, sinerpicava sopra gli scogli, lanciava allacqua e al cielo il suo grido di appello ardente e dal cielo e dallacqua mille inviti gli rispondevano; ma Flavio non sapeva a quale aderire, tale era il tumulto delle sue aspirazioni.
Una mattina, aveva sedici anni, scorse avvolta tra viluppi di reti una giovanetta, da lui veduta abitualmente ogni giorno e mai guardata prima di allora. La giovanetta, bruna e muscolosa pari a una Venere fusa nel bronzo, sollev verso di lui la fronte, bendata di capelli neri, e lanima di Flavio si prostern davanti allamore, ebbe gemiti di angoscie e sospiri di felicit, salut il nume tremendo con tutte le strofe senza parola dellinno sublime ed eterno. Ma poi lanima ferita si ripieg sopra di s. Una stilla di fiele era bastata ad avvelenarla e Flavio, in compagnia dello zio, andava a Venezia per cercare lavoro nellarsenale.
Questa seconda parte aveva il sapore fresco, ma acidulo di un frutto spiccato dallalbero prima ancora di esser maturo. Gli avvenimenti rimanevano alquanto vaghi nello sfondo per lasciare allirrompere dei sentimenti libero il campo. Talune pagine palpitavano come vele aperte alla brezza, in talune altre la volutt si dibatteva quasi rabbiosa, inceppata ancora da violenze e pudori.
Nella terza parte Luca rivelava inaspettatamente altre e pi solide qualit di narratore.
Flavio, il protagonista, si trovava a Venezia; la cerchia delle sue sensazioni si allargava, pi ritmico gli batteva il cuore nel petto giovanile, ed egli salutava con entusiasmo il trionfo del lavoro umano.
La prosa diventava compatta e sonora come i fianchi delle navi intorno a cui lavoravano i personaggi del romanzo: personaggi var che si movevano con disinvolta facilit, senza ingombrarsi a vicenda e tipici tutti per il predominio in ciascuno di essi della individuale nota caratteristica.
Cera loperaio sobrio, accanito lavoratore e vittima in casa della moglie bellissima; cerano lespansivo operaio goditore e loperaio loquace propagandista in buona fede e il torvo operaio sobillatore, smanioso di pescare nel torbido.
Flavio veniva ammesso a frequentar la casa delloperaio alacre, e quivi si vedeva attorto fra le spire di una passione violenta da lui suscitata nella moglie procace dellamico. Glimpeti del sangue giovane riuscivano a dominar la rivolta dellanimo leale; ma il risveglio avveniva rapido e col risveglio la nausea del tradimento, il bisogno di redimersi e detergersi.
In questa terza parte, obiettivamente narrativa, lautore si manteneva estraneo allo svolgersi delle vicende e imparziale in mezzo alla schiera de suoi personaggi.
Il filo del racconto si svolgeva in modo logico, limitandosi lautore a lasciarne rotolare il gomitolo fra le dita semiaperte, onde la schiera dei personaggi parlava ed agiva a proprio talento da creature attive e pensanti, consapevoli dei propri atti, responsabili delle proprie parole.
Lultima parte, brevissima, era solenne e mistica a guisa di un canto liturgico.
Lamico scopriva la tresca di Flavio e questo, interrogato, si ribellava ad ogni infingimento. La verit gli scaturiva irrefrenabile dalle labbra e gli ricadeva sullanima in pena benefica pi di un lavacro. Lamico ascoltava con la grossa testa bionda stretta nei pugni chiusi. Per un momento il tradito girava obliquamente lo sguardo torbido ove guizzava il baleno di un pensiero omicida e Flavio attendeva impassibile con faccia rassegnata e triste; ma gli occhi del buon colosso si empivano di pianto ed egli rompeva in singhiozzi col petto abbandonato sul petto dellamico.
La mala femmina era gi fuggita in America e i due compagni tornavano a lavorare accanto pacificati.
Il romanzo si chiudeva con la descrizione del varo di una nave e col saluto gravemente meditativo che Flavio, reso maturo dagli anni e dalla esperienza, indirizzava alla vita dispensiera di miele e di fiele, infermiera sagace e provvida, che ad un tempo ferisce e lenisce.
Era questo un magnifico libro, ma esuberante, ineguale, non costretto nellambito di una linea precisa, tantoch, passato il primo periodo dello stupore ammirativo, voci discordi insorsero a turbare il coro unanime degli osanna.
Un critico scrisse contro Luca tre massicce colonne, chiamando rettorica la sua prosa e insistendo con gaiezza su alcune lievi mende; un altro, pi disinvolto, rimpiangeva i tempi beati in cui Dumas padre mandava in giro il suo DArtagnan armato di spavalderia e di moschetto e il critico poi, da buon toscano, pescava due o tre vocaboli ditalianit non genuina; una diffusa gazzetta settimanale accusava arcignamente lautore dimmoralit e una rivista lo metteva in ridicolo per la ingenua sentimentalit del protagonista; ma intanto il libro e il nome dellautore avevano conquistata la predilezione del pubblico.
Il giudizio esatto sul valore di Ave fu dato in brevi parole a Cloe da Ugo Baldei.
Una mattina, ai primi di giugno, Cloe scendeva saltellando le scale del palazzo di via Veneto, dove  al terzo piano  si trovava la pensione inglese.
Era lultima lezione data per quellanno e Cloe faceva ballonzolare nella destra il borsellino, in cui stavano tre bellissimi biglietti da cento. Ella pensava di comperare sei camice di seta per Luca, un vestito di flanella per Luca, alcune cravatte per Luca, un paio di piccoli gemelli per Luca e, se rimaneva qualche spicciolo, sette metri di batista bianca ricamata per cucirsene con le sue piccole, agili mani un vestito vaporoso, che lavvolgesse tutta come in una nube candida e che le permettesse di far fare a Luca bella figura, quando avrebbero passeggiato insieme per le vie di Roma. Ella era cos felice, se Luca talora le diceva, mostrando meraviglia:
 Sai? Ho incontrato il tale e mi ha detto che iersera a teatro tu eri elegantissima.
 E tu cosa hai risposto?  ella esclamava esultante.
 Io? Niente! Ma insomma vedo che piaci a tutti!
Bisognava dunque tenersi allaltezza della situazione, e Cloe, quella mattina, volava allegra, canticchiando, pei bassi gradini di marmo, allorch la porta centrale del mezzanino si apr e Ugo Baldei ne usc appunto, mentre ella attraversava il pianerottolo nel frullo della veste leggera color lilla pallido.
Ugo Baldei prov un tuffo al sangue, e gli parve di sentirsi ringiovanito dun tratto. Non era forse la giovinezza che scendeva, cantando, dallalto e che gli passava accanto radiosa, travolgendolo nel turbine della sua gioia?
 Buongiorno signora Faltri! Dove fugge cos?
Cloe si ferm subito, ridendo. Ella aveva infatti labitudine di volare, come se la terra le sparisse sotto.
  un piacere incontrarla, ma  un piacere assai raro  prosegu, stringendo la mano chella gli porgeva con atto pieno di cordialit.
 Incontrarmi qui, a questora,  naturalissimo. Ci vengo due volte alla settimana.
 So. So. Lho vista gi entrare ed uscire parecchie volte. Ma lei  inafferrabile. Vola sempre. Ha fretta anche questa mattina?
 Nessunissima fretta. Camminavo cos perch sono allegra e perch peso poco. Si direbbe che laria stessa mi porti  e Cloe, seguitando a ridere, crollava la testa con la mobilit di un fiore, che si dondoli al vento.
Scesero assieme i pochi gradini e, allingresso del portone monumentale, sostarono di comune accordo. Egli la contemplava con tripudio, felice di trovarla anche pi graziosa nella trasparenza dellabito estivo e sotto il bagliore dellaperta luce; ella soddisfatissima dintrattenersi con quel simpatico signore, che era stato e poteva essere a Luca di tanta utilit.
 Voglio confessarle una cosa; ma non si burli di me!  disse Ugo, guardandola.
Cloe protest.
 Burlarmi di lei? No, no! Confessi francamente.
 Ebbene, quando la vedo, sia pure dalla finestra, le mie melanconie mi lasciano tranquillo per tutta la giornata.
  melanconico lei? E come si fa ad essere melanconici?  domand Cloe, al colmo dello stupore.
 Sono misantropo! Vado soggetto allo spleen  disse Ugo, mentre una nube di buia tristezza gli velava il volto pallido.
 Lo spleen in Italia? Con tanto azzurro in cielo e tanti fiori sulla terra?  assurdo.
 Forse, ma  cos! Lei  allegra sempre?
 Io s.
 Come fa?
 Non so. Cammino e mi sento allegra. Sto ferma e mi sento allegra. Lallegrezza  in me.
Ugo Baldei ebbe voglia di abbracciarla, come si ha voglia di spiccare dallo stelo una rosa trionfante di colore. Disse invece per cambiare discorso:
 Lei d lezione dinglese, non  vero?
 S, do lezione dinglese.
Una preghiera irragionevole stava per uscirgli dalle labbra. Si contenne a tempo.
 La sua discepola inglese mi ha parlato a lungo di lei con fervore dinnamorata. Non si direbbe a prima vista; ma in lei c la stoffa di una dominatrice.
Ugo pronunzi queste ultime parole con fare peritoso e, poich Cloe si avvi dalla parte di via Boncompagni, egli le si mise a fianco, non riuscendo a staccarle gli occhi di dosso, vinto da un fascino superiore ad ogni considerazione di convenienza.
Le palpebre di Cloe si erano abbassate a velare gli occhi ridenti e i due procedettero in silenzio per qualche passo, nella frescura ombrosa dei grandi alberi onde via Veneto  fiancheggiata.
 Dunque suo marito  diventato celebre?  disse Ugo, timoroso che la signora lo salutasse e ponesse termine alla soavit di quel fugace colloquio.
Cloe rialz il capo vivamente con gesto di trionfo ardito e chiuse lombrellino che teneva aperto.
 Ha letto il romanzo?
 Naturalmente.
 Cosa ne pensa?
 Assai bene, con molte restrizioni.
 Mi spieghi. Mio marito dice che lei  fra i pochissimi capaci di analizzare con serenit unopera darte.
Ugo si inchin leggermente, poi disse:
 Ave  un bel romanzo, sopratutto  un vero romanzo, perch si legge con avidit, con troppa avidit, ed ecco gi, a mio parere, un primo difetto.
Cloe ascoltava immota, tenendo gli occhi smisuratamente aperti sul viso di Ugo.
Era lopera di Luca, il pensiero di Luca che una mente superiore laiutava a scrutare ed ella voleva addentrarsi nel senso di ciascuna parola.
 Un libro che si faccia leggere con troppa avidit, anche da chi  abituato a meditare, resiste male a una seconda, a una terza lettura e la vera opera darte deve sapere avvincere indipendentemente dalla curiosit eccitata. Poi c troppo colore, troppa luce, troppa violenza ne chiaroscuri; ma, in compenso, c una fragranza di giovinezza, una sincerit, un tale disprezzo degli artifici  e sinterruppe, visibilmente turbato, dicendo con la ruvida insofferenza di chi provi una sensazione dolorosa a forza di essere acuta:
 Non mi fissi a quel modo! Lei mi fa male.
Si pent immediatamente di averle detto questo e seguit a camminarle vicino, tacendo con imbarazzo; ma Cloe, dopo averci riflettuto un momento, rise, torn a guardarlo, volgendo il viso dalla sua parte e ogni imbarazzo in lui si dilegu.
Ella disse, riaprendo lombrellino con piccolo atto dorgoglio:
 Sa che Ave sar pubblicato in francese ed in tedesco?
 No, non sapevo. Mi fa piacere e ne dar annunzio sullIdea.
 Lei  buono, buono, buono!  ella esclam in uno slancio di gratitudine.
 Non  per questo  Ugo rispose serio  Ma perch lei  bella, bella, bella!  poi, vedendola arrossire, disse umilmente:
 Mi perdoni. Vede? Ho i capelli quasi bianchi e posso permettermi di scherzare.
La sera stessa lIdea annunziava con cenno sapiente le traduzioni del fortunato romanzo e, sempre che loccasione propizia si presentasse, il nome di Faltri era messo in vista nel giornale.
Luca rimaneva tranquillissimo e in apparenza estraneo al grande chiasso che si andava facendo intorno a lui. Un senso di fastidio, come di fierezza offesa e menomata lo tormentava e, pure attendendo con impazienza il giudizio di un giornale o di una rivista, che non si fossero ancora pronunciati sullopera sua, sfuggiva poi di prender nozione di tale giudizio, quando esso appariva. Provava, al cospetto di s, rivolte strane, insofferenze irose nel vedere il proprio nome stampato, il fiore del suo pensiero esposto al pubblico, nel sentirsi quasi materialmente vicino lalito caldo di troppe bocche protese a interrogare. Lorigine di simile, bizzarro tormento, che in certe ore assumeva le proporzioni di una tortura, sfuggiva alla sua indagine ed egli doveva frenarsi, odiando lostentazione di ogni originalit, per nascondere la sua ira, allorch taluno accennava, lui presente, alle rare bellezze del suo libro.
Egli, superata lantipatia che lopera propria gli ispirava sempre invincibile, quando se ne era distaccato per abbandonarla al pubblico, aveva riletto attentamente il suo famoso romanzo, e sdegno, nausea, umiliazione gli avevano fatto nodo alla gola.
No, non era quello il suo concetto! Egli trovava su quelle pagine, lombra, non il corpo della sua visione! Aveva creduto, superbo in groppa al destriero alato dellestro, di avere ghermito i fantasmi creati dalla fantasia, di averli fatti vivere, dando loro ossa, muscoli, sangue, polpa, ed ecco i fantasmi rimanevano fantasmi, sfilavano tristi gli esseri pallidi, evanescenti, rivestiti di cenci lussuosi, che potevano ingannare altri occhi, ma non i suoi. Abbandonava allora la fronte sulle pagine del libro e chiudeva le palpebre per riedificare il castello incantato nella cui cerchia aveva vissuto, durante le divine ore della composizione, ma il castello era crollato e vagolavano sulle rovine larve malsicure, dai contorni imprecisi, nelle quali egli non riconosceva le vive persone del suo pensiero. Allora Luca aveva coscienza della tara celata e rodente la salda compagine del suo organismo intellettuale. Cera in lui squilibrio fra la robustezza audace dellidea e la facolt di riprodurla; cera sproporzione fra latto e lintenzionalit, ed egli si giudicava pari allartefice che miri davanti a s blocchi luminosi di marmo, entro cui veda palpitare le membra di numi e giganti, ma cui faccia poi difetto la poderosa alacrit del braccio per liberare dalle schegge i magnifici corpi. A ogni colpo di scalpello un soffio di vita si spegne e la statua nasce ammalata, serbando nonpertanto limpronta della stirpe magnanima e la stirpe  tale che taluni sinchinano tuttavia, mentre lartefice fugge assillato dai rimorsi pel sacrilegio.
In quella che Luca si torturava cos nel suo segreto, coloro che gli vivevano accanto diventavano incredibilmente ombrosi, sospettosi, puntigliosi a suo riguardo. Pareva che la sua personalit desse ombra, rubasse spazio e le altrui suscettibilit si acuivano ostili al contatto di lui.
Non poteva dire una parola senza che fosse male interpretata, non poteva manifestare unopinione senza che gli altri insorgessero a reclamare lindipendenza e la superiorit delle opinioni proprie. Cera neglintimi come la paura di rimanere intellettualmente sopraffatti, come la preoccupazione di respingerlo indietro a ogni passo, quasi per camminare avanti di lui, separati da lui. Egli, acutissimo nellanalisi psicologica, osservava, comprendeva, e un sentimento fraterno di piet per le umane miserie lo rendeva mite. Chi tutto comprende tutto perdona e Luca perdonava, curvando il capo rassegnato sotto la volont del suo destino, che lo aveva plasmato superiore agli altri, inferiore a s.
A scuola il cavaliere Otto Per teneva un contegno pieno di riserbo e sussiego.
La celebrit del suo dipendente  celebrit assai discutibile del resto, egli diceva, perch un romanzo non  un trattato di pedagogia, che esige polso e metodo nella composizione, e con romanzi, versi, drammi, quisquilie si fa presto a trascinarsi dietro gli allocchi  la celebrit dunque del suo dipendente rendeva il preside di una esigenza meticolosa verso il professore Faltri. Ne sorvegliava larrivo lungo i corridoi, pronto a guardare lorologio con affettazione se il professore ditaliano si trovasse in fallo di pochi minuti; interrogava cautamente i colleghi per iscandagliare la loro opinione sulle qualit didattiche del professore Dante Allighieri, come lo chiamava con allegria inacidita durante i suoi conciliaboli; annusava, frugava, sempre irrequieto, sempre in moto e in sospetto, il che non glimpediva, naturalmente, di seccare Luca, allorch sperava ottenere per intercessione di lui, spazio in qualche giornale per le sue prose educative o soffietti laudatori per le sue pubblicazioni pedagogiche.
Quanto a Ferruccio Tandi egli proclamava altamente dinfischiarsene di Luca e della sua celebrit. Luca era un imbecille, che invece di acciuffare la fortuna pei capelli nel momento buono, stava l inerte e stupido a contemplarsi lombelico nella posa di un santone orientale; se la celebrit fosse capitata addosso a lui, ne avrebbe approfittato per pescare, nelle acque torbide della Minerva, una promozione, un lauto sussidio, una decorazione, qualche cosa di palpabile insomma. Lo avrebbe fatto non fosse stato che per il gusto di vedere il preside ammalato ditterizia; ma Luca non possedeva le risorse di uno spirito pratico; Luca era troppo pigro e tardo. Fa niente. Era a ogni modo uomo di gran talento e se, a scuola, al cospetto dei colleghi, il Tandi si concedeva il lusso di fargli la burletta, incontrando poi Luca in istrada, a teatro, o dovunque, lo prendeva sotto il braccio con espansione e gli dava del tu chiassosamente.
Gli alunni, in compenso, deliravano tutti di entusiasmo pel professore ditaliano.
Anche glindisciplinati e svogliati si affollavano intorno a lui con la esuberanza rumorosa dei giovani per chi  giovane, al pari di loro, nellanima e nellingegno.
Avevano letto il romanzo, avevano letto il volume dei versi e ne discutevano, se ne appassionavano, trascinati nellonda melodica di quella prosa pulsante e inebriati dal buon odore di vita esalante da quelle pagine.
Luca impartiva le sue lezioni con rigidit di metodo, senza pose innovatrici, senza volate liriche, attenendosi pacatamente ai programmi e seguendo il binario delle tradizioni; eppure gli alunni lo seguivano docili, ascoltavano senza noia il verbo meditato e lento del maestro, che li fissava volta a volta coi limpidi occhi cerulei, freddi in apparenza, ma dove il corruschio fugace della pupilla metteva talvolta il riflesso dinesplicati pensieri.
I giovani lo sentivano onesto, di unassoluta probit intellettuale, incapace di mistificazioni, pronto a riconoscere un errore di fatto, prontissimo a confessar dignorare un nome, un libro, una data, incapace di cercare scappatoie di fronte a domande imbarazzanti; umile ben pi de suoi alunni dinnanzi a certi miracoli della parola, resa eterna dal genio; timido per fierezza, pavido per eccesso di sensibilit dissimulata. Con essi dunque Luca si trovava ad agio e spesso, a lezione finita, rimaneva in piedi vicino alla cattedra a intrattenerli amichevolmente.
Ma la signorina Nori gli dava soggezione e cercava di evitarla. Ella aveva scelto il suo posto in un banco isolato, a sinistra della cattedra, e si teneva immobile, col busto eretto e sottile nella semplicit elegante dei vestiti, sempre bianchi in estate, sempre scuri dinverno, e faceva girellare il tagliacarte di madreperla tra le dita affusolate, col capo reclinato come le vergini pensosamente soavi di Raffaello.
Al momento delluscita sindugiava a raccogliere libri e quaderni sparpagliati sul banco e girava furtiva gli occhi scintillanti sotto il velo diafano delle palpebre color di rosa, per vedere se fosse possibile rimanere isolata per un attimo col professore ditaliano.
Un attimo solo! Scambiare con lui uno sguardo, una sillaba qualsiasi, lenire con quellunica stilla di rugiada il bruciore che le divorava il petto dal principio dellanno scolastico, allorch ella aveva veduto, per la prima volta, il professore salire in cattedra ed era rimasta abbagliata dalla sua testa doro, dalla sua barba doro, dagli occhi freddi e cerulei, dalle sue mosse impacciate.
E un episodio accadde che avrebbe dovuto mettere in guardia Luca, se egli fosse stato pi perspicace.
Ludovica gli si avvicin un giorno e, mostrandogli una copia ancora intonsa del romanzo Ave, lo preg di apporvi la sua firma.
La giovanetta, rossa in volto come una fragola, parlava a fatica, con parole imbrogliate e voce strozzata dallemozione.
Quella timidezza dolorosa piacque a lui timido ed egli scrisse il suo nome, a grandi caratteri, diagonalmente, da sinistra a destra, sopra la copertina.
Due giorni dopo il colonnello Nori si rec dal preside col volume evidentemente gi letto e riletto, perch segnato in molti punti dalla forte pressione dellunghia.
Il colonnello si espresse da uomo deciso.
Egli era onoratissimo che il professor Faltri avesse offerto in dono il volume alla sua figliuola, ma il romanzo, assai bello, scritto magnificamente, era troppo pericoloso nelle mani di una ragazzina di sedici anni. Il colonnello Nori era persona liberale, moderna, spregiudicata, insomma un vero soldato dei nostri giorni, se non che sedici anni sono sedici anni e non bisogna accender esca prima del tempo nel cervello delle ragazze. Ludovica, interrogata con processo sommario alla militare, aveva asserito, piangendo, di aver comperato il volume di nascosto. Madamigella mentiva senzalcun dubbio. La firma dellautore sulla copertina parlava chiaro e il colonnello incaricava il preside di restituire il libro al professor Faltri con mille ringraziamenti.
Sistemi brutali, metodi guerreschi, ma il colonnello era cos e, salutato il preside militarmente, se ne and, facendo suonare la sciabola pel corridoio.
Il preside chiam in direzione linsegnante ditaliano e gli porse il libro con ciglia aggrottate, serbando un silenzio eloquentissimo.
Luca prese il libro senza sapere.
 Cos questo?  egli disse.
 La copia del romanzo Ave che lei ha regalato alla sua alunna, alla sua alunna capisce, e che il colonnello mi ha pregato di restituirle.
 Io?  esclam Luca attonito.  Si assicuri che io non ho pensato mai a fare di questi regali a nessuno de miei alunni.
Il preside gli tronc la parola con gesto autorevole. Egli voleva bens mostrarsi clemente, ma non ammetteva, anzi non tollerava, che si negasse levidenza e non manc di esclamare, dopo aver narrato ai colleghi laccaduto:
 Benissimo! Benone! Il nostro granduomo  anche bugiardo.
Luca non dette peso allincidente e quando Cloe, trovato il volume sul tavolo del marito, gli chiese a chi fosse destinato, egli le spieg in poche parole di che si trattava.
Cloe, sfogliato il volume ed osservati i segni, si astenne dal rivolgere a Luca qualsiasi osservazione, non desiderando davvero di aprire gli occhi in proposito al suo diletto Atta Troll.
Anche in famiglia Luca camminava sopra un terreno ingrato, irto di sassi disseminati dalla suocera con mano sapiente, denso di pruni coltivati con amore da Arrigo Bolivan. Erano entrambi indignatissimi contro Luca per ragioni diverse.
In quattro mesi di celebrit egli non aveva trovato il mezzo di farsi regalare un palco a teatro per la suocera, n aveva capito esser doveroso chiedere al cugino professore quale fosse il suo parere intorno al romanzo.
Arrigo Bolivan premetteva che, qualora un giudizio gli fosse stato chiesto, egli avrebbe dovuto rispondere sinceramente di non aver letto il libro. Le frivolezze immaginative non allettavano la tempra virile del suo ingegno. Chi naviga tra le cifre a trarre fatti per costruire sistemi deve rimanere estraneo alle puerilit.
Questo peraltro significava poco. Se egli aveva il diritto di non leggere Ave, Luca aveva il dovere di annettere una certa importanza alle personali impressioni del cugino. Un professore di Universit pu benissimo essere una bestia, come un professore di Liceo pu magnificamente essere una cima; ci non toglie. La gerarchia esiste e va rispettata.
Maddalena crollava il capo, umiliata per il contegno del genero; ma Salvatore, il quale non rideva mai, perennemente tetro nellattesa della catastrofe finale della sua malattia, si lasciava andare a qualche razzo improvviso e subito frenato dilarit, nellaggiungere nuovi articoli su Luca alla collezione di quelli numerosi chegli gi possedeva.
Lo scetticismo acre della signora Mantucci ricevette un giorno un rude colpo allora della colazione.
Era il ventiquattro di giugno, il giorno di San Giovanni e un odore acuto di garofani e spighetta si diffondeva per le stanze della casa, immersa nella penombra un po sonnolenta del meriggio.
Dal cortile, da tutte le finestre, da tutti piani del palazzo, saliva, scendeva, si sparpagliava il suono chioccio dei campanacci di terra cotta comperati la notte avanti dalle persone grandi per fare baraonda alla festa di San Giovanni, agitati adesso furiosamente dalle persone piccole per fare baraonda dentro il santuario delle case rispettive.
Il rumore indemoniato eccitava i nervi di Maddalena e una gragnuola di rimproveri cadeva sopra le spalle indifferenti della domestica, quando giunse per Luca una voluminosa lettera raccomandata, dalla busta giallognola di carta solida e ornata di molti francobolli esteri.
Luca, strappata la busta, ne trasse quattro biglietti di banca da cinquecento lire ciascuno, e, dopo averli contati, li depose vicino al suo coperto. Era la somma pattuita per la traduzione francese del romanzo.
Arrigo Bolivan finse di non vedere, poich se la Francia ambiva investire i propr capitali sul prestito russo o sperperarli nellacquisto di libri italiani, tanto peggio per lei! Egli ne avrebbe approfittato per arricchirsi di un nuovo dato statistico sulla proverbiale inconsideratezza della grande nation.
Salvatore manifestava il suo concentrato entusiasmo, tagliandosi fette enormi di pane con gesti furibondi, e Maddalena, congestionata, si teneva nellatteggiamento di un avvoltoio incerto se calare a piombo sulla preda o rotearvi intorno; ma Cloe, deludendo le materne intenzioni, prese i quattro biglietti di banca, li accartocci e se li infil alla cintola tranquillamente.
Madre e figlia vennero pi tardi a spiegazioni reciproche e alquanto turbolente.
  vero s o no?  chiese concitata a Cloe la signora Mantucci  che noi provvediamo a te e tuo marito? Se questo  vero, a noi, anzi a me, debbono venire i suoi guadagni straordinari.
 Ecco, mamma  disse Cloe  mio marito ti cede fino allultimo spicciolo il suo stipendio mensile.
 E ci rimetto! Ci rimetto!  esclam la madre con fervore.
Cloe prosegu dolcemente:
 Tu sai che Luca non d importanza al danaro...
 Sfido io!  interruppe Maddalena con asprezza;  lui  un principe,  un milionario lui.
 No,  semplicemente una persona priva di senno pratico e per questo appunto tocca a me curare i suoi interessi.
 Contro glinteressi nostri, di me e di tuo padre?  grid Maddalena appassionatamente.
Cloe protest.
 Non dir questo, mamma! Le poche migliaia di lire che Luca possedeva sono state impiegate a beneficio vostro. Avevate debiti e non ne avete pi. Luca  generoso.
  inconsiderato  asser Maddalena con indignazione sincera.  Egli ci ha offerto il suo danaro come niente fosse, e questo per me non si chiama generosit, si chiama dissipazione.
 Sta bene, mamma, hai ragione tu  disse Cloe, giudicando superfluo confutare la strana logica di sua madre, ed essendo in quel giorno molto occupata, lasci che Maddalena continuasse a sfogarsi in rabbioso soliloquio.
La sera stessa Cloe doveva intervenire con Luca al ricevimento che la Grande Rivista dava, nelle sale della redazione, in onore di un celebre letterato francese di passaggio per Roma.
Luca aveva esitato prima di accettare.
I ricevimenti lo seccavano, le riunioni lo intimidivano; egli non sapeva parlare, non sapeva posare e preferiva passeggiare di sera nelle vie suburbane col sigaro acceso, le mani dietro il dorso, il cappello di paglia calato sugli occhi per camminare senza distrarsi. Gruppi di popolane cicalavano sedute sui marciapiedi a prendere il fresco, voci schiamazzanti sorgevano dal suolo e Luca intravvedeva scalette ripide scender sotterra e, nel fondo, come in una buca, ampie cantine gaiamente illuminate; il suono di un organetto languiva in lontananza e torme di monelli giuocavano a giratondo, intonando bizzarre cantilene:
I soldatini passano, rosa e rosetta,
I soldatini passano, rosa e ros.
Luca ascoltava intenerito e traeva dal sigaro lunghe boccate di fumo, che gli empivan la barba di aroma e il cervello dimmagini.
Facendo in questa guisa, rosa e rosetta,
Facendo in questa guisa, rosa e ros.
E la cantilena lo inseguiva per lungo tratto, cullandolo ed evocandogli intorno la vaporosa legione dei sogni.
Tornava a casa beato e si addormentava sereno al pari di un nume.
Ma Cloe insistette, perch accettasse linvito. Non bisognava appartarsi troppo; la vita solitaria rende selvaggi e il suo caro orsacchiotto doveva addomesticarsi un poco e indossare labito da sera.
Sorvegli ella stessa labbigliamento di Luca e il signor Atta Troll era di una eleganza pomposa, quando arrivarono poco prima della mezzanotte, nelle sale della Grande Rivista, gi affollate di celebrit.
Cloe prese posto sul divano di un salottino, dove altre signore sedevano in giro, gustando sorbetti e parlando sottovoce a piccole frasi, dietro lala dei mobili ventagli piumati.
Una signora dai capelli bianchi, alta, ossuta, poderosa nella veste nera di giaietto, troneggiava in piedi verso lingresso della stanza, vociferando collimpeto di un tribuno. A poco a poco, le altre signore si alzarono, le fecero gruppo intorno e Cloe rimase isolata a sbadigliare educatamente, senza troppo aprir la bocca, preoccupatissima allidea della noia da cui Luca doveva sentirsi gi divorato.
Lo sapeva intollerante contro ogni genere di costrizione morale e si aspettava di vederselo comparire sulluscio per farle cenno di andar via.
Luca invece non si annoiava affatto.
Nessuno badava a lui ed egli, addossato presso un angolo della sala principale, guardava, ascoltava, ruminava fra s le proprie osservazioni.
Pi o meno, per un verso o per laltro, autenticamente o no, solidamente o artificialmente, erano tutti celebri l dentro, e Luca si divertiva a constatare come tante persone dingegno unite insieme formassero una collettivit insipida e come la personalit di ciascuno dovesse affannarsi a cercare spazio per non rimanere confusa e sommersa nel flutto della generale notoriet. Ognuno era preoccupato di s, ognuno scrutava ansioso per vedere se al proprio passaggio movimenti di attenzione sorgessero, parole di ammirazione volassero; ma la somma degli sforzi comuni neutralizzava i singoli sforzi e ciascuna di quelle vanit affamate simbatteva con altre vanit in cerca di pascolo.
Alcuni camminavano con le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni; con le falde ampie della redingote gettate allindietro e i toraci protesi, bene in mostra sotto il nitore dei panciotti bianchi; altri stavano in piedi, a piccoli gruppi, vestiti come figurini, pettinati come parrucchieri, rassegnati al martirio delle scarpe troppo strette e dei solini troppo alti, pure di mostrarsi anche nellinvolucro esteti intransigenti; altri sedevano con fare di esagerata disinvoltura; altri si appartavano gravi, a braccia conserte, a testa bassa; ma erano tutti ringhiosi, tutti scontenti a vicenda, anche quando barattavano tra loro la moneta spicciola delle false adulazioni; e per questo metteva allegria un piccolo uomo segaligno, dai baffetti rari e la chioma aderente, il quale possedeva una vanit di tempra cos robusta, che di s medesima si beava, di s medesima si nutriva.
Costui si aggirava instancabile pei var gruppi; interrogava senzattendere la risposta; rispondeva senza lasciar finire linterrogazione e, qualunque cosa dicesse o gli dicessero, il pronome io volteggiava solitario, garrulo, trionfante sopra loceano dalle sue vuote parole.
Egli simbatt, vicino a Luca, in un confratello tarchiato e tozzo, dalla faccia rossa e sbarbata come quella di un canonico; il quale uomo tarchiato e tozzo era un grande scrittore, uno scrittore originale destinato allimmortalit. Che cosa aveva scritto?
Mistero. Che cosa stava per scrivere?
Mistero ancora. Ma era opinione diffusissima che a lui fossero serbati immensi destini, forse perch la sua fama, restando prudentemente intenzionale e ipotetica, non suscitava il vespaio dellaltrui antagonismo.
Luca seguiva con orecchio attento il dialogo di quei due.
Luomo segaligno, parlando forte e gongolando diceva:
 Io ho sostenuto unuguale opinione anche ieri col mio amico carissimo il ministro delle finanze e io la sosterr anche al cospetto di sua maest il re, quando otterr una udienza da lui, come gi ne ottenni una dalla regina. Avevo pubblicato allora il mio primo volume e gliene feci omaggio. Io non ho peli sulla lingua, io sono franco, tanto se io parlo, tanto se io scrivo, perch io sono cos e io non potrei essere diverso! Io!
Lo scrittore tozzo rispondeva con fare pacato, ridendo a brevi risate chiocce:
 Voi fate benissimo, caro mio! Al vostro posto farei altrettanto. Ma se tutti vi somigliassero la letteratura diventerebbe una cosa troppo bella e il pubblico si divertirebbe troppo!  e, mentre egli scrutava di sottecchi per vedere se qualcuno avesse rilevato lepigramma, laltro gli stringeva le mani con espansione.
 Maestro, una parola  interruppe ossequioso un giovane dal viso infantile e roseo, ornato da una folta barba nera, che sembrava posticcia tanto stonava con la espressione innocente dello sguardo.
Egli era abruzzese e si chiamava Gabriele e tali due punti di contatto con un poeta grande lo avevano trascinato a ruzzolare sulla china della letteratura sebbene egli frequentasse la scuola di applicazione.
 Una parola, maestro.
Lo scrittore tondo si volse, spalanc la bocca ornata di lunghi denti gialli a doppia fila, come quelli di un pescecane, e sorrise ampiamente, essendo egli benigno coi chierichetti, purch sapessero bene agitare il turibolo.
Luomo segaligno gett il laccio del suo implacabile dittongo intorno al collo di unaltra vittima; maestro e discepolo si allontanarono e Luca rimase al suo posto, domandandosi con attonita melanconia per quale strano fenomeno, persone che, dopo tutto, avevano ingegno e molto, diventavano poi meschine e ridicole in forza appunto di quelle doti, per virt di cui avrebbero dovuto differenziarsi dalla comune degli uomini.
La vanit soffocava in essi ogni senso di orgoglio, perch quella gente, la quale avrebbe certo inorridito allidea di stendere la mano a mendicare un obolo, trovava poi naturalissimo di mendicare lammirazione intellettuale, di mendicarla, di frodarla, di carpirla, di predarla, purch venisse, o quanto meno di adulterarla, accettandola magari avariata, pure di sentirsi le nari solleticate dai fumi dellincenso.
Luca osservava ancora che molti fra essi, quantunque lo conoscessero di fama e di vista, si concedevano linnocuo piacere di considerarlo come intruso. Aveva mandato, anche ai mediocri, lomaggio del suo volume con umilt di esordiente, e i mediocri non avevano risposto, si erano messi tutti sulla difensiva; e, ostili, fiutando un antagonista formidabile, avevano stretto le file con la intolleranza di una casta sacerdotale, che creda aver diritto al monopolio nelladorazione del nume.
Sempre, tutti cos i sacerdoti di qualsiasi epoca e qualsiasi religione! Meglio valeva dunque il deserto selvaggio e libero, meglio valeva dedicare allarte un culto di anacoreta, fabbricarsi una cella isolata, quivi pregare, amare, mettersi con la divinit in comunione diretta, protendere in alto le braccia, in alto il cuore, in alto il pensiero e, quando venisse il momento di annichilirsi con la fronte nella polvere, fosse in solitaria parte, dopo aver camminato per vie a tuttaltri remote, e in cospetto della soglia di un tempio da tuttaltri ignorato.
E Luca, nauseato da quella fiera, dove ciascuno faceva esibizione di s, dove ciascuno ostentava la merce del suo pensiero, guardando con occhio di tenerezza il proprio io, inalberato con chiasso festaiolo, e con occhio dinvido astio laltrui baracca, Luca si giur che mai la vanit avrebbe presa su di lui e che dallorgoglio solo avrebbe attinto energia per procedere.
Frattanto sarebbe stato utile bere qualche cosa, perch il caldo era forte; ma Luca non sapeva dove si trovasse la sala dei rinfreschi, onde si avvi verso una porta e vide Cloe che stava seduta dal lato opposto, ascoltando con rassegnazione graziosa i discorsi tribunizi della signora dai capelli bianchi.
Egli non si accorse che dietro a lui era, in mezzo a un gruppo, Ugo Baldei, perfetto di eleganza, scettico, aggressivo, seccatissimo, schiudendo appena, a quando a quando, le labbra per lanciare un arguto paradosso o per dominare il tic nervoso che gli contraeva i muscoli del viso.
Ugo Baldei, nel veder Cloe, aveva sentito guizzarsi il cuore in petto, e la dolcezza dolorosa di quella sensazione lo aveva empito di stupore e di fierezza. A cinquantadue anni, con tanta amara esperienza della vita, sussultare cos, come a venti, era stupido, ma era divino e bisognava adorare la dolce persona capace di compiere tali miracoli. Adorarla in silenzio e contemplarla prima di avvicinersele.
E laveva contemplata a lungo, immobile presso lo stipite della porta, con faccia sempre pi annoiata, con lanima sempre pi esultante. Era la prima volta che la vedeva senza cappello e ne ammirava, trepidando per meraviglia, la testa eretta nellatteggiamento ardito e gentile, un poco gettata allindietro quasi a sostenere con regalit il peso dei capelli neri attorcigliati in solide ciocche. Non il pi piccolo ornamento di fiori o di gemme su quella giovane testa, eppure la chioma sollevata a spirale dalla nuca ed ammassata alla sommit formava intorno alla fronte un diadema dinestimabile valore; ma ci che rendeva estatico Ugo Baldei era la rotondit delle spalle, uscenti nude dalla scollatura e la delicata morbidezza del seno, che si indovinava piccolo e sodo tra le pieghe della veste molle, cadente sciolta lungo il corpo; una veste di seta opaca, colore di rosa morta, tagliata a foggia di tunica, ampia nello strascico, breve nelle maniche, ornata verticalmente di sottilissimi galloni luminosi.
 E snella, non magra  pensava Ugo Baldei, e, mostrando di prestare attenzione ai discorsi che gli sintrecciavano attorno, sorvegliava furtivo collocchio ogni movimento di Cloe, e le innalzava in cuore inni di riconoscenza per la grazia spigliata del gesto e per il modo vezzosamente irrequieto di aprire e chiudere senza posa il ventaglio con le mani calzate di lunghi mezzi guanti in seta a trafori.
Ebbe un barbaglio e chiuse gli occhi per istinto come se un fascio di raggi gli avesse ferito le pupille. Cloe volgeva dalla sua parte il tremolo delle ciglia stellanti, mentre la faccia ovale, dalla tinta ambrata, le si irradiava per il riflesso di un sorriso.
Ugo Baldei cap subito che la carezza di quel sorriso non era per lui e si accorse allora di Luca Faltri, il quale gli stava avanti con le spalle alquanto curve e le mani dietro la schiena. Non lo aveva osservato bene prima di allora e, mentalmente, istitu un rapido confronto tra il marito e la moglie: ella delicata pi di una miniatura; egli solido, quadrato, raccolto e ammassato in s; ma laspetto di Luca Faltri appariva massiccio, non volgare e alla perspicacia di Ugo Baldei non isfuggiva chegli era luomo de suoi libri, incurante e fantastico, distratto e insofferente, timido nelle meschine contingenze della vita, temerario nei voli del pensiero, tardo nel prendere una decisione, ma, una volta presa, incrollabile nel volerla attuata a ogni costo. E capiva benissimo perch Cloe lo adorasse, quale orgoglio ella dovesse provare nel trarre talora verso la terra quella mente indocile, abituata a spaziare in libert superba.
E lattrazione esercitata da Luca sopra la moglie era tale, che bast egli facesse un moto impercettibile delle palpebre perch Cloe si alzasse e, fatta riverenza alla vicina, gli si avvicinasse quasi strisciando sul pavimento.
Vedendola camminare drappeggiata nella veste molle, colore di rosa morta, con la testa presa nel casco della chioma liscia e lucente, gli occhi aperti e fissi, la bocca di corallo socchiusa e rorida, le due mani strette intorno al ventaglio chiuso, Ugo ebbe limpressione chella si fosse allora staccata da un paravento giapponese e avesse lasciato dietro di se lo sfondo di una flora bizzarra aggrovigliata intorno a una casa di bamb.
 Ti diverti, Luca?  ella chiese ridendo, tanto le sembrava strana la probabilit che Luca potesse divertirsi in quel luogo.
 Non mi annoio  egli rispose con labituale laconismo.
 Vuoi che andiamo via?  ella insist dolcemente.
 S, s, fra poco. Intanto potrei condurti a bere; forse avrai sete.
Cloe accenn di s, e Luca stava per offrirle braccio, quando una frotta di personaggi in marsina attravers la grande sala, facendo codazzo a un signore di mezza et, dalla faccia rasa completamente e con una espressione vaga di beffe agli angoli delle labbra sottili. Gli occhi parevano tirati verso le tempie, una criniera di capelli gi bianchi ondeggiava sul colletto della marsina, dallocchiello di cui usciva un lembo di nastrino rosso e il personaggio aveva qualche cosa di prelatizio nella maniera untuosa di rispondere con inchini a destra e sinistra alla ressa dei turiferari affacendati a fargli largo con le braccia aperte, le schiene curve, i volti supini.
 Merci, messieurs! Merci, messieurs, merci bien  egli andava ripetendo, mentre lespressione vaga di beffe gli si diffondeva dalle labbra sottili alle pupille grigie, lampeggianti di malizia dietro gli occhiali.
Era lospite straniero accompagnato dal ministro dellistruzione e seguto dalla intiera redazione della rivista. Ci fu un parapiglia generale. Tutti volevano vedere, tutti volevano inchinarsi, poich  risaputo che la gelosia letteraria, come la foscoliana ira nemica, non vive oltre il rogo e le frontiere.
Luca venne travolto in mezzo a unonda di gente; Cloe, per evitare la folla, si ritrasse e rimase isolata.
 Posso permettermi di salutarla, signora?  e Ugo Baldei, inchinandosi, le porse la mano.  Sediamo qui un momento  egli disse facendola rientrare nel salottino rimasto deserto.
 Anche lei in questa bolgia?  Cloe domand, passandosi sul viso il fazzolettino profumato.
 Per dovere professionale  egli rispose; poi cedendo al bisogno di lodarla, aggiunse, guardandola.
 Del resto pu anche darsi che faccia caldo, ma io non provo in questo momento che una grande felicit  e sospir senza volerlo.
 Anchio son felicissima di vederla  disse Cloe con semplicit.  Ma non importa, fa caldo lo stesso  e rideva di quel suo riso malizioso, con quella sua mossa ardita del capo, piegato verso sinistra.
Egli la guardava affascinato. Mai nella sua lunga carriera galante di uomo mondano nessuna donna lo aveva avvinto di simili nodi inestricabilmente tenaci. Si sentiva goffo vicino a lei e provava una gioia puerile per la sua goffaggine. Non gli bastava di trovarla incantevole; bisognava che glielo dicesse, anche a costo di far la figura stupida di un madrigaleggiante di professione.
 Lei questa sera mi pare una marchesa del settecento mascherata da giapponesina.
Ella chiuse il ventaglio giocondamente. Somigliare a una marchesa del settecento le faceva piacere. Avrebbe domandato a Luca se la somiglianza proprio esisteva.
 Com bella! Com vestita bene!  egli le disse, infantilmente, sfiorando appena con le dita guantate una piega dellabito di seta.
 Che stoffa  questa?
 E seta  ella rispose, fissandogli in volto gli occhi spalancati.
Egli simmerse tutto per un attimo in quelloceano di dolcezza, poi disse, sfiorando di nuovo la stoffa:
 Mi pareva di velo. Come si chiama questo colore?
 Colore di rosa morta  Cloe disse, continuando a fissarlo ridente, ma un po meravigliata.
 Muoiono le rose?  egli domand con tenerezza, abbassando la voce.
 Pare di s  ella rispose con indifferenza garbata.
 Ci che  bello non dovrebbe morire e lei, per esempio, dovrebbe essere immortale.
 Mi piacerebbe!  Cloe disse ridendo.
Il ventaglio le cadde, scivolando fra le pieghe diffuse della gonna; Ugo si curv a raccoglierlo e, nello spinger la mano tra la morbidezza di quella seta gli parve che la volutt gli rovesciasse nel petto il contenuto inebbriante della sua coppa.
Tacquero per alcuni istanti. Dalle altre sale giungeva bruso di voci; una scura farfalla notturna svolazzava intorno al globo rosato della lampada elettrica.
 Finir collabbruciarsi  osserv Cloe, che seguiva con occhio intento i giri sempre pi rapidi e stretti della farfalla.
 Gi, finir collabbruciarsi  conferm Ugo, poi soggiunse:
 Ma godr di quella morte.
Cloe non rispose; Ugo cambi tono:
 Dove passer lestate?
 I miei andranno a Rimini; io rester a Roma con mio marito, che vuole scrivere la sua tragedia.
 Roma in estate  propizia al lavoro  disse Ugo, ma sinterruppe per esclamare a voce velata, con accento di passione:
 Guardi, la farfalla  caduta dentro la fiamma!
 Poverina!  commiser Cloe distratta e, per mostrarsi gentile, domand a sua volta:
 E lei? Dove andr durante lestate?
 Non so. Forse rester anchio a Roma! Ho girato tanto! Ho veduto tanto! In fondo, questo nostro pianeta  sempre uguale! Senza contare che il mio appartamento  assai fresco. Dovrebbe venirci qualche volta a prendere una tazza di th. Ho in casa una vecchia parente, una rispettabilissima signora, che sarebbe assai lieta di conoscerla.
 Perch no?  rispose Cloe, senzannettere importanza alla preghiera.
Il redattore capo della rivista irruppe nella sala, dicendo affannoso che lospite aveva chiesto due volte del professore Ugo Baldei e che anche il ministro dellistruzione desiderava vederlo.
Ugo non si dette il fastidio di nascondere il suo malcontento. Aveva gi salutato lospite e quanto al ministro egli nutriva unantipatia ingenita per tutte le autorit costituite, quantunque in politica gli piacesse navigare contro corrente e professasse con ostentazione i principii del buon ordine.
A ogni modo si alz, sinchin davanti a Cloe e ripresa la sua maschera di uomo scettico, ineffabilmente annoiato, si allontan col redattore.
Poco dopo Luca raggiunse Cloe, sudando a grossi goccioloni.
Era stato presentato allo straniero, il quale aveva avuto per lui amabili detti; era stato presentato al ministro, il quale con molta condiscendenza aveva alluso ai suoi trionfi letterari e Ugo Baldei, di cui lelogio era da tutti ambito, da pochissimi conseguito, gli aveva rivolto in pubblico parole di schietta ammirazione. Eppure, quando fu solo con la moglie nella refrigerante frescura della notte, Luca respir ampiamente a pi riprese. No! No! Egli doveva vivere in disparte e limitarsi a mandare in giro i suoi libri! Oh! quanto conforto e quanta gagliarda nella solitudine!
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Capitolo 6.
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Cloe, spiante con lorecchio intento nel greve silenzio della camera buia, riconobbe il passo strisciato e tardo di Caterina, la quale era scesa a comperare il ghiaccio e risaliva adesso le scale, come sotto loppressione di un fardello immane. Era lagosto che lannichiliva cos, un agosto terribile tutto di fiamme, avvolgente le persone dentro una fascia umida e scottante.
Cloe apr luscio dellappartamento con infinite cautele ed accenn a Caterina di non parlare, di non far rumore.
Caterina tacque, ma ebbe un gesto dimpazienza irosa. Quel silenzio assoluto a cui era condannata per ore e ore; quel dover camminare sulla punta dei piedi e trattenere perfino il respiro, quasich da un mese agonizzasse qualche persona, le pareva il colmo dellassurdo.
In fondo a una tomba si doveva stare pi allegri e ci si doveva muovere di pi!
Quando furono nel salotto da pranzo, Cloe le tolse di mano il ghiaccio e, andando e venendo con la leggerezza di un fantasma, evitando di urtare gli oggetti e di provocare il pi lieve suono, prepar una bibita ghiacciata, entr furtiva nella stanza attigua, furtiva ne usc subito e impose a Caterina di andarsene di l e rimaner tranquilla; dopo di che si distese nella poltrona a dondolo per collocarsi a guardia della stanza, dove Luca scriveva otto ore al giorno; dalle cinque alle nove del mattino, dalle tre alle sette del pomeriggio.
Nessuna sacerdotessa mai aveva con pi vigile cura sorvegliato il fuoco sacro sullara di Vesta di quanto Cloe sorvegliasse e curasse in suo marito il fuoco sacro della ispirazione. Gli preparava sul tavolo da lavoro inchiostro, penne, cartelle; disponeva acciocch intorno a lui tutto riuscisse favorevole al raccoglimento, acciocch gli fosse evitato lurto di ogni preoccupazione e la eco della vita reale si spegnesse presso la soglia del suo rifugio.
E Luca infatti nellambito di quel rifugio si sentiva libero di ogni ceppo, poteva sommergersi nelle profondit del suo pensiero, evocare lidea, attenderla, tenersi in agguato per afferrarla, seguirla paziente e cauto ne suoi avvolgimenti, coglierla finalmente integra e imprigionarla dentro la parola, senza che si disperdesse nemmeno un atomo della polvere aurata delle sue ali. Talvolta egli, simile a un dio, contemplava da gioghi luminosi lo snodamento placido e fluido delle immagini, la successione dei nitidi pensieri, che si disponevano per virt propria in nobile simmetria, ed allora la mano gli correva meccanicamente sulla carta, quasich la sua persona fosse quella di umile ammanuense al servizio di unaltra persona dettante da inaccessibili reami; talvolta invece egli si sentiva stretto, dominato dal pensiero indocile, che non voleva cedere, non voleva piegarsi, appariva, sfuggiva, assumeva mille diversi aspetti, dileguava poi, lasciandolo anelante, con la fronte coperta di sudore, la testa indolenzita, le dita contratte, mentre davanti a lui i fogli giacevano illeggibili, pieni di sgorbi. Egli sentiva in quei momenti il peso schiacciante del lavoro e le miserie umilianti della carne. Il calore insopportabile gli rendeva fiacche le membra, le stille del sudore glirritavano la cute, una mosca perversa gli solleticava il collo denudato, ondegli provava insofferenza e nausea della propria persona, disperato di sentirne il peso e il legame.
Appoggiava le braccia sul tavolo, abbandonava sulle braccia la testa e rimaneva per lungo tempo inerte, come di piombo, scuotendosi poi allimprovviso e accusandosi di vilt. Si rimetteva al lavoro, accanitamente, violentemente, con lalacrit poderosa di un titano, che torni a far suonare di colpi la fucina ed a suscitarsi intorno nubi di fumo e pioggia di faville; ma ci che lumiliava pi dogni altra sconfitta si era la constatazione frequente di essersi lasciato sopraffare dallinsidia del mestiere. Sperava di aver detto cose nuove e si accorgeva di aver detto cose vecchie, sperava che la parola gli fosse balzata viva e giovane dal pensiero e si accorgeva chessa gli era pigramente gocciolata dalla memoria; sperava che il giro del periodo si fosse logicamente svolto intorno allidea e si accorgeva di aver ceduto a inconsapevoli reminiscenze letterarie, di essersi supinamente piegato allabitudine dintessere frasi e di averle intessute con procedimenti meccanici, seguendo precetti scolastici.
Respingeva allora con disgusto il mucchio delle cartelle e smetteva di lavorare, tacciandosi di fellonia e giurandosi di essere implacabile verso se stesso. E implacabile era. Alle quattro del mattino si svegliava di soprassalto, come se una mano lo scuotesse, si buttava ancora assonnato fuori del letto, copriva le spalle con una specie di accappatoio bianco e si recava, a grandi passi silenziosi, a chiudersi nella stanza pi appartata, dove Cloe aveva tutto disposto, perch egli potesse con la macchina a spirito prepararsi il caff. La fiammella azzurrognola tremava nella misteriosa luce antelucana, lacqua in ebollizione mandava il suo gemito confuso e Luca, drappeggiato di bianco, sembrava un mago intento ad evocare spiriti e bruciare erbe aromatiche sopra un tripode ornato di segni cabalistici. Che volutt per tutte le vene quando, affacciato alla finestra, sorbiva la tonica bevanda a piccoli sorsi. Dal giardino del Quirinale veniva odore di verde umido e grato, un frusco come di canne, smosse arrivava dal fontanone di San Bernardo, mentre le quattro fontane, incastonate nei quattro angoli della strada, bisbigliavano fra loro di arcane storie. Lass, in lontananza, forse a porta Pia, si udiva per un attimo il rumore massiccio di ruote rotolanti, poi il silenzio tornava, un silenzio solcato da rumori lievi, quasi impercettibili, simili al brivido onde un lago  percorso ai soffi primi dellalba.
Luca sedeva al tavolo e attendeva con la trepidazione ansiosa con cui si trema e palpita nellattesa di un convegno damore. Linspirazione arrivava inaspettata.
Era il trillo velato e timido del canarino che destava le immagini dormenti nella fantasia di Luca, ovvero esse scendevano a torme dal cielo ancora pallido, sulle ali della notte fuggente; ovvero si staccavano furtive dalle pareti, empivan di gioia la stanza, si affollavano intorno a Luca, sorridendogli con ilari facce amichevoli. Ed egli le riconosceva tutte a una a una; discerneva il suono delle loro voci, seguiva il moto dei loro gesti. A poco a poco lazzurro del cielo si faceva pi intenso, i raggi obliqui del sole occhieggiavano dai vetri della finestra, i trilli del canarino diventavano acuti, trionfanti, sempre pi alti, sempre pi intessuti di gorgheggi via via che altri gorgheggi rispondevano da gabbie invisibili e che nello spazio i liberi compagni volando, inseguendosi, ebbri di felicit, lanciavano gridi dalle aperte gole canore.
Il sole rideva e intanto pareva che nella strada piovesse pel rumore degli annaffiatoi, che spandevano lacqua a ventaglio; i carri colmi di verdura precipitavano verso piazza Barberini; piane voci femminili incitavano i passanti allacquisto di frutta e di erbe; nella prossima caserma dei corazzieri una tromba suonava, e tutti questi minuti episodi della vita vera formavano come il sustrato della vita intensa e fittizia nella quale Luca amava smarrirsi.
Alle nove smetteva di lavorare, prendeva una doccia copiosa, poscia passeggiava al Pincio o a villa Borghese per attendere lora della sobria colazione, seguita da breve sonno ristoratore, e alle tre tornava a chiudersi nella sua officina; ma la bella alacrit del mattino era scomparsa. Lartiere non esercitava pi i suoi muscoli di acciaio a fondere lopera nel bronzo.
Egli riprendeva il lavoro del mattino e lo trovava grezzo; con mano paziente, con lavoro sottile ne ritoccava le varie parti, ne puliva i rilievi, la detergeva dalle sovrabbondanze, aggiungeva taluni ornamenti felice quando essa usciva forbita dalla tenace fatica, desolato quando gli si scretolava sotto il bulino. Non gustava pi in tali ore la gioia del comporre, ma ne provava tutte le torture e tutti gli smarrimenti.
Il pi impercettibile rumore allora lo distraeva; quello sdoppiamento di s, quel distacco violento dalla sua opera, quellimparzialit assoluta che gli era necessaria per guidarsi lo affaticavano terribilmente. Sentiva passarsi vicino alla fronte leggeri soffi gelidi, la bocca gli diventava amara e pastosa e il cervello gli oscillava a guisa di pendolo dentro la testa. Si alzava brancolante, spingeva con impeto le imposte chiuse, il sole, gi volgente alloccaso, empiva doro la stanza e Luca si gettava seduto sopra un divano, con le braccia aperte, la testa rovesciata, le palpebre chiuse, il viso affilato e pallido tra il volume diffuso della barba bionda.
 Mi pare Cristo dentro il sudario!  diceva Caterina, portandogli da bere, e Cloe, che era gi accorsa al rumore delle imposte sbattute, gli asciugava pian piano la fronte e gli passava le dita, fragranti come petali, sulle palpebre stanche.
Uscivano assieme e si facevano trasportare in vettura allingresso di qualcuna delle varie porte di Roma. Con passi rapidi, camminando a capo scoperto, Luca usciva di Porta Maggiore per via Prenestina, quieta nellampiezza circostante dei campi ondulati; o fuori di Porta San Giovanni, dove, ai Cessati Spiriti, le praterie sono interrotte da buche minacciose e le buche indicano le grotte onde il sottosuolo  intersecato, facendo pensare paurosamente a mucchi di ossa umane bianche fra il terriccio; o fuori di Porta Furba per la pianura di Centocelle, resa ispida e gialla dagli steli del fieno reciso; o fuori di Porta Pia, per la strada Nomentana, allietata di villini, tagliata dal ponte Nomentano, di cui la vlta massiccia e tetra fa pensare a quella di una prigione; o fuori di Porta del Popolo, per via Flaminia, melanconica sino alle fontane di papa Giulio, poi varia allocchio, poi trionfale nellapoteosi di ponte Milvio, che, aurato nelle ornamentazioni superiori pei polviscoli della luce, screziato nelle arcate sottostanti pei riflessi dellacqua, sembrava sorridere al tempo, mentre londa correva opima di rose e viole, largite dal variopinto tramonto estivo.
Contadini passavano, ridendo forte e con le falci lunate sopra le spalle; carri di fieno empivano laria di odore; branchi di pecore dilagavano dai margini, belanti, ammassate, precedute dai molossi, seguite dal pastore ferino; un calesse volava, trascinandosi dietro un puledro, che nitriva e inarcava il dorso; il globo del sole sembrava, allestremo limite dellorizzonte, una gigantesca lampada doro appesa sotto la vlta di un tempio immenso.
Luca e Cloe mangiavano in campagna, rincasavano alle dieci e Luca dormiva gi, quando si lasciava cader di piombo sotto le coltri.
Durante quelle passeggiate, egli non rivolgeva quasi mai la parola a sua moglie, che gli trotterellava accanto silenziosa, annuendo sempre alla volont di lui, accennando col capo sempre di s alla manifestazione di ogni suo desiderio. Egli non pareva nemmeno accorgersi di tanta devota docilit, ma se Cloe, per una circostanza qualsiasi, rimaneva in casa, Luca non poteva distrarsi pi.
Camminava preoccupato, cercava con lo sguardo intorno a s, la noia lo divorava e un senso sconfinato di solitudine lo annichiliva; non sapeva con precisione che cosa gli mancasse, forse non sospettava affatto che il suo malessere provenisse dallassenza di Cloe, eppure subito rincasava di cattivo umore.
 Cos presto?  domandava Cloe, correndogli incontro felicissima.
 Gi, mi annoiavo  rispondeva lui.
 E sai perch ti annoiavi?  Cloe gli chiedeva con unamorosa risatina.
 Non so. Forse perch ho scelta una strada antipatica.
 No! No!  diceva Cloe, appoggiandogli sul petto le mani ed il mento a guisa di piccolo cane fedele.  Ti annoiavi perch non cero io. Tu non ci badi, ma io ti sono necessaria.
 Pu darsi; anzi credo veramente che sia cos  confermava Luca, dopo averci riflettuto, e sedeva accanto a lei nel vano della finestra.
 Leggimi una scena del Macbeth  egli le imponeva e, fumando una sigaretta dopo laltra, lascoltava in silenzio, mentre il grande spirito del poeta aleggiava fra loro e Luca pensava, senza dirlo, che Cloe avrebbe potuto benissimo servire di tipo alle innamorate figure di Ofelia e Desdemona, alla figura soave di Cordelia.
Cloe viveva cos da cinque settimane, isolata a Roma come nellinterno di una foresta, non ricordandosi di avere scambiata parola con estranei da quando i suoi genitori erano partiti per la villeggiatura.
Non se ne lamentava, non provava un attimo di irritazione, beata di aggirarsi nellorbita del pensiero di Luca. Ma, da alcuni giorni, egli era cambiato. Aveva scatti dilarit impetuosa, poscia, allimprovviso, diventava irascibile e la taciturna serenit abituale in lui si convertiva in loquacit scontenta; loquacit chegli interrompeva a mezzo, bruscamente, per chiudersi in mutismo quasi feroce; anche le passeggiate erano pi brevi, pi saltuarie e spesso egli si arrestava per tracciare appunti con la matita su foglietti volanti.
Cloe non osava interrogarlo, comprendendo che il lavoro cerebrale troppo intenso era la causa del suo nervosismo, onde quel giorno se ne stava seduta quietamente nella poltrona a dondolo, avvolta in un camice di batista bianca e coi capelli divisi in grosse trecce spioventi. Due splendide cartoline illustrate, una a colori proveniente da Livorno e indirizzata a Luca, laltra in litografia proveniente da Lucerna e indirizzata a Lei, venivano da Cloe accartocciate con dita distratte.
La cartolina indirizzata a Luca e senza firma, era spedita dalla persona stessa  certo una donna, forse la giovinetta Ludovica Nori  che spediva quasi giornalmente cartoncini profumati con fiori dipinti a mano, riviste, pezzi di musica, perfino minuscole conchiglie disposte su strati dovatta color di rosa.
Cloe consegnava al marito tali anonimi omaggi insieme al pacco della corrispondenza, sorridendo intenerita nel vedere che il suo caro Atta Troll non prestava ad essi alcuna attenzione.
Laltra cartolina, rappresentante con delicatezza di linee vezzosamente manierata un paesaggio svizzero, era senza dubbio di Ugo Baldei, quantunque anche questa priva di firma.
Quel critico eminente ed eccellente amico doveva sentirsi indosso il morso della tarantola a giudicare almeno dalla vertiginosa disparit dei luoghi, donde egli inviava il suo saluto. Da Berlino, da Wiesbaden, da Lucerna, poi da Vallombrosa, da Viareggio, da Genova e tutto ci nello spazio di una ventina di giorni.
Le corrispondenze dindole artistica chegli mandava allIdea e che Cloe leggeva curiosamente, apparivano bizzarre, diverse dalla consueta eleganza alquanto sostenuta de suoi articoli letterari, sarcastiche fino allo scherno, aggressive, pungenti, paradossali, con certe frasi dolorose uscite quasi a forza dalla penna e che producevano leffetto di spiragli attraverso cui sintravvedevano profondit di sentimento che lo scrittore voleva nascondere. Nellultima corrispondenza Ugo Baldei narrava che, percorrendo un tratto della riviera, gli era capitato il disastro ferroviario di viaggiare nella medesima vettura con due giovani sposi francesi, i quali si parlavano spiritosamente con gli occhi nella lingua di Voltaire e i quali si erano di soppiatto baciati sulla bocca, parlandosi amorosamente e senza parole nella lingua di De Musset.
Larticolista inveiva contro lamore, chiamandolo un grossolano intermediario della specie, proponeva la formazione di lazzaretti per le coppie in viaggio di nozze, invocava quarantene disolamento per gli innamorati e, senza transazione, con rapida voluta del periodo lanciava un grido sincero di nostalgia verso la torma oramai inafferrabile delle amorose illusioni. Pareva un bestemmiatore che, dopo avere scagliati contro la divinit formidabili anatemi, si buttasse in ginocchio e innalzasse preci col petto scosso da singhiozzi.
Cloe aveva provato un leggero malessere, leggendo quellultimo articolo. Perch Ugo Baldei scriveva cos? In che modo lamore poteva averlo offeso, perch egli osasse parlarne con tanta acerbit?
Cullata da suoi pensieri, vinta dalla semioscurit della stanza, aveva lasciato cadersi le braccia ai lati della persona e nuotava in leggero dormiveglia, allorch la porta si spalanc, con fracasso e Luca si precipit nella stanza coi chiari occhi sfavillanti di orgoglio, il petto scoperto, le maniche dellaccappatoio rimboccate fin sopra al gomito, nellatteggiamento superbo di un atleta, che esca vincitore dal cimento dei ludi.
 Dio mio! Che cosa  successo?  domand Cloe in dominio ancora dellassopimento, quantunque allapparire di Luca si fosse alzata in piedi per istinto.
 Ho finito la mia tragedia e ne ho trovato il titolo! Correggendo lultima scena, ho visto il titolo come se qualcuno me lo avesse scritto sulla parete! Remote sorgenti. Non ti pare un titolo magnifico?  e Luca camminava per la stanza, sedeva, si alzava, camminava ancora, ripetendo il titolo con voce di trionfo.  Remote sorgenti! Remote sorgenti! E un titolo magnifico!
Cloe si entusiasm. Il titolo non poteva essere pi bello, fresco e misterioso come una vera sorgente, che quando zampilla nessuno sa di dove venga. Ma Cloe non capiva bene se laggettivo si riferisse al tempo o allo spazio se le sorgenti fossero remote di anni o di luoghi.
 Remote negli anni, remote nei luoghi  spiegava Luca concitato.  Ho voluto studiare i sentimenti fondamentali dellumanit: lamore, lodio, lambizione, il desiderio di preda e conquista negli esseri primitivi e semplici, che popolano la culla stessa della nostra storia. Lo hanno gi detto, io sono poeta e da poeta ho voluto scrivere: non solo perch la mia tragedia  in versi, ma perch la poesia scaturisce dallargomento.
Cloe non laveva mai visto eccitato cos. Pareva che egli fosse imbevuto di alcool tanto era accesa la fiamma, che gli saliva dalle gote alla fronte e tanto tremavano le sue mani. Era visibilmente in preda allorgasmo di una gioia non contenibile.
Egli esit a pi riprese, si torment la barba con dita convulse, fiss a lungo Cloe col tremolo di un sorriso quasi puerile e infine cedette alla tentazione. Entr nella stanza attigua e ne riport uno scartafaccio voluminoso.
 Ecco, ti legger la mia tragedia.
Cloe rimase colpita di riconoscente stupefazione. Era la prima volta che suo marito la metteva direttamente a parte de suoi secreti letterari.
 Purch non mi disturbino  egli disse come sospettoso  Ecco, se qualcuno mi disturbasse, io non leggerei pi affatto.
Cloe, veloce, scomparve e torn, chiuse le due porte, apr le cortine della finestra per dare luce e sedette nellatteggiamento meditativo di chi si prepari ad assistere con devozione allo svolgersi di un lungo uffizio religioso. Luca principi a leggere con voce appassionata; si capiva chegli leggeva per s e per iscrutare sul viso assorto dellascoltatrice se qualche cosa nel lavoro vi fosse da abbreviare o da togliere.
Lazione si svolgeva nellIndia remota dei bramini e il primo atto rappresentava la reggia del vecchio re Dasarata. Oltre lapertura dellatrio grandi alberi stormivano e nel centro di esso, il vecchio re, circondato dai bramini, attendeva che Rama, il figlio primogenito tornasse dal deserto, dovera rimasto quaranta giorni a purificarsi. La sposa favorita del re, coi capelli divisi in piccole trecce spioventi lungo le gote, gli si aggirava intorno subdola e strisciante a guisa di serpe che si risvegli dal torpore, mentre Sita, la sposa giovanetta di Rama, si teneva accoccolata presso la soglia dellatrio luminoso. E Rama giungeva dal deserto, preceduto e seguto da una schiera di giovani guerrieri silenziosi. Il vecchio re volgeva al figlio primogenito parole dolci e gravi, paragonandolo per saggezza allelefante, per valore al leone, per purezza al fuoco, per generosit alle acque del Gange, per sapienza al pi anziano dei bramini. Spargeva benedizioni sopra di lui e sopra la straniera da lui scelta per compagna: vivessero uniti sempre come due dita della stessa mano, fossegli per lei ruscello che disseta, fossella per lui la gazzella mite e fedele che percorre il deserto senza rumore; stesse lontana la insidiatrice tigre dagli occhi gialli e per loro fiorisse di lana molle il dorso del gregge numeroso.
Il vecchio re voleva riposarsi, voleva meditare in compagnia dei bramini e collocava sul trono il figlio primogenito; ma, in quella chegli stava per alzarsi e fare atto di umilt davanti a Rama, la donna subdola si avanzava imprecando. Visnu, il dio incorruttibile del fuoco era offeso; Rama aveva sollevati gli occhi impuri sopra di lei, sopra la pecora prescelta a riscaldare il giaciglio regale del vecchio pastore. Rama doveva venire diseredato e in sua vece doveva venir prescelto il figlio di lei, generato dal pi forte guerriero della trib. Rama taceva, a occhi chini, sotto laccusa invereconda. Le parole menzognere cadevano intorno a lui senza toccarlo, come frecce non pennute. I giovani si allontanavano inorriditi, i bramini, accorti e malvagi orditori della trama, formavano cerchio intorno al re furibondo a guisa di leone assalito nella sua tana; la straniera giovinetta prescelta da Rama, si alzava dal suo posto e veniva a collocarsi silenziosamente a fianco dello sposo calunniato. Il re Dasarata cambiava in maledizioni le benedizioni dianzi profferite, ricacciava Rama nel deserto e invocava da Visnu che gli alberi non dessero ombra pel riposo di Rama e della straniera a lui compagna, che lacqua dei fiumi rientrasse dentro la terra al contatto delle loro bocche assetate, che il fuoco si velasse immediatamente di cenere al loro cospetto, uccidendo la fiamma generatrice di vita e fugatrice dei geni malefici.
Sita poneva, sempre tacita, la mano nella mano dello sposo e insieme prendevano la via del deserto.
I giovani intrecciavano una danza guerresca, i bramini con le facce rivolte al Sole, incarnazione di Visnu, intonavano inni, la donna subdola giaceva prostrata con la fronte nella polvere e il vecchio re malediceva ancora alla coppia scomparsa.
Cloe ascoltava anelante, ammaliata dai miti occhi della piccola donna taciturna, che seguiva lo sposo tra i pericoli della foresta.
Ella non capiva il senso di tutte le parole scritte da Luca, qualche cosa di essenziale le sfuggiva; il filo conduttore delle passioni eterne, che unisce le anime antiche dei padri alle nostre anime, si smarriva per lei; ma sentiva in quei versi il gorgoglo profondo di un fiume, che scorra turgido in mezzo a rive fiorite e vedeva riflessa in quelle immagini la rosseggiante luminosit di un cielo pi giovane e pi ardente.
Il secondo atto si svolgeva nei recessi della foresta. Alberi millenari ombreggiavano la scena; a sinistra la gola di un antro si apriva nel masso di una rupe, a destra un rivo dacqua scorreva; nel fondo la foresta si allargava a semicerchio e, aggruppati in piedi sopra una verde altura, pastori nomadi scioglievano inni con voce di cantilena. Rama pregava vicino alla bocca dellantro. Le maledizioni paterne, sebbene ingiuste, si realizzavano tutte. Spiriti malefici aleggiavano empiendo la foresta di suoni sinistri; gli animali amici, la vacca, il cane, la pecora, lelefante, fuggivano dalla vista di Rama; gli animali nemici, con a capo la tigre, si aggiravano fiutando, lambendo col ventre la terra, contaminando di lezzo laria notturna. Rama gemeva di ci rassegnatamente col fratello minore, esiliato anche lui dalla reggia. Entrambi lodavano Sita, odorante come il fiore del loto, refrigerante e dolce come il latte appena spremuto, morbida nellamplesso come il vello di una pecora pregna.
E Sita arrivava. Una gazzella meravigliosa correva per la foresta; Sita voleva quella bestia dal pelame rilucente e supplicava Rama di ucciderla e fargliene dono. E Rama, traviato dagli spiriti nemici, prendeva larco e partiva, lasciando Sita in custodia del fratello. Una scena di animalit casta seguiva. Sita scioglieva la chioma, squassandola, bagnava i piedi nel rivo e danzava sotto gli alberi la danza voluttuosa delle cerbiatte in amore.
Il fratello di Rama guardava con cupidi occhi; ma Sita, sgomenta da quello sguardo, si rannicchiava tremante dentro la cavit di un tronco. Lo spirito malvagio era rimasto vinto dalla coorte alata dei puri pensieri. Allora la voce di Rama chiamava soccorso in lontananza il fratello si allontanava in suo aiuto e Ravana, il re dei geni malefici, si faceva largo tra le fronde, lusinghiero e terribile. Egli voleva Sita la bella, voleva la preda per cui da tanto tempo stava in agguato! Ma Sita era la sposa fedele di Rama, ella era circondata e sorretta da suoi puri pensieri e Ravana se ne impadroniva con la violenza.
La sollevava nelle braccia e scompariva ridendo di riso lascivo. Rama, scoperto linganno, tornava, chiamando Sita a gran voce, mentre i pastori nomadi, che erano stati presenti allo svolgersi delle varie scene senza vederle, si rimettevano con passo lento in cammino attraverso le insidie della foresta.
Luca si asciug il sudore della fronte; Cloe, tutta pallida, stringeva le piccole mani senza fiatare e una dolcezza di paradiso la teneva in estasi, comprendendo che Luca, non volendo, non sapendo, aveva preso lanima di lei per plasmare la poetica figura di Sita. No, mai Luca avrebbe creato una simile creatura di amore e di grazia, se Cloe non fosse stata per lui quello che era!
Si alz, mischi di zucchero e cognac un bicchiere di acqua ghiacciata e lo porse al marito, che bevve di un sorso.
Non una parola venne scambiata fra loro. Cloe torn ad ascoltare, Luca torn a leggere. Lazione del terzo atto avveniva nella reggia di Ravana, situata nel centro di unisola. Sita, accovacciata in terra, coi capelli disciolti e le braccia allacciate intorno alle ginocchia, guardava il mare, invocando Rama.
Ella, ingenua, narrava con detti ingenui il suo dolore. Il palazzo di Ravana era di metallo, un elefante singinocchiava mattina e sera davanti a lei per offrirle il dorso, uccelli rossi e verdi le agitavano intorno le ali per mitigare il calore, pomi colmi di succhi aromatici si offrivan dai rami penduli a portata della sua mano, la gazzella dallaurato pelame era sua prigioniera, ma Sita piangeva e guardava il mare. Piangeva per lassenza di Rama, guardava il mare nellattesa di Rama.
Il re degli spiriti malvagi sopraggiungeva. Tutto egli metteva in opera perch un pensiero dimpurit sorgesse dal cuore di Sita, rimanendo ella inaccessibile al suo desiderio fino a quando i bianchi pensieri di lei restassero a custodia del suo candore. Le prometteva domin immensi pi del mare immenso; le prometteva di far cadere sotto i suoi piedi tutte le stelle del cielo, offriva di farla sorella della luna, di renderla feconda come il Gange dopo le pioggie, possente come le alte montagne incoronate di nubi. Ad ogni nuova offerta Sita rispondeva intonando lelogio di Rama. Vedeva ella davvero coprirsi il mare di tronchi galleggianti? Riconosceva ella davvero Anuman, lamico di Rama, seguto dal corteggio innumere degli Scimi? Grida giubilanti le irrompevano dal petto, sfidava Ravana con parole esultanti di orgoglio e Ravana tentava ucciderla, anzich lasciarsela rapire. Ma Anuman entrava sulla scena di un balzo, coperto di pelli, ispido e giocondo, possente come le forze degli elementi e come le forze degli elementi pronto a placarsi. Esso abbatteva Ravana e gli premeva sul petto il calcagno, finch Rama sopraggiungeva ad uccidere il predone con la spada avuta da un santo bramino.
Sita, tremante, non osava avvicinarsi a Rama, il quale la fissava corrucciato, imprecando contro di lei. La sicurezza dellinnocenza di Sita non gli bastava.
Ella aveva dimorato nella reggia di Ravana; ella era contaminata e solo il fuoco avrebbe potuto purificarla; solo quando il fuoco lavesse divorata, egli avrebbe potuto tornare ad amarla. Sita metteva la faccia sulla terra calpestata dallo sposo e rimaneva impassibile nellattesa del suo destino.
Cloe, ad atto finito, era muta, atterrita, quasich fosse in giuoco la sorte sua propria. La sentenza di Rama le pareva assurda, eppure giusta; Sita le pareva innocente, eppure colpevole: innocente di pensieri peccaminosi e colpevole di aver destato in altri una impura passione.
Il quarto atto, lultimo, presentava di nuovo la reggia del re Dasarata.
Nel centro dellatrio il vecchio re giaceva, tenendo la faccia rivolta al sole. Egli sentiva che Visnu aveva oramai attirato a s tutto il vigore delle sue membra. Il periodo della prigionia nellinvolucro terreno stava oramai per finire e la sua anima alata stava oramai per confondersi, giovane e radiosa, nel gran mare di fuoco onderano inondati i regni di Visnu.
Il re non voleva che le male azioni commesse si trovassero schierate a fargli ostacolo nel momento in cui la sua anima doveva varcare il ponte doro, che separa la vita caduca dalleterna vita; egli aveva fatto richiamare dunque Rama dalla foresta. E Rama giungeva. Il morente si alzava barcollante dai cuscini, cedeva al figlio primogenito il posto e si trascinava verso lingresso dellatrio, perch gli occhi suoi bevessero la luce fino allultimo istante.
Rama, appena adagiato sullalto mucchio di cuscini di pelli stringeva patto di rinnovata amicizia con Anuman, re degli Scimi, e ordinava che Sita ascendesse il rogo gi pronto. Gli tardava di saperla purificata per tributarle gli onori dovuti alla sposa del re. Sita, ridente e placida come londa del Gange sotto il chiarore dellalba, attraversava la scena, lodando Visnu, che stava per avvolgerla nellarco acceso delle sue braccia. Ella invocava che lungo e doloroso fosse lamplesso, perch tenace era stata la passione contaminatrice di Ravana. In quella che i bramini esultavano, vedendo lanima del vecchio re salire al cielo sotto forma di colomba e, che Anuman scortava al rogo Sita la buona, Sita la pura, Sita, che fra poco sarebbe tornata circonfusa di gloria a sedersi ai fianchi dello sposo, la tela cadeva e le sorgenti remote tornavano a gorgogliare misteriose nei reami del mito.
Cloe ruppe in singhiozzi disperatamente.
Un tramite indistruttibile univa lanima sua a quella di Sita. Anchessa amava Luca del medesimo amore umile e docile, anchessa gli accordava dominio assoluto sopra di s, dominio di vita e di morte.
Provava un terrore vago, come dimminente fato che lattendesse, come se, invece di trovarsi nel suo appartamento di via Venti Settembre, fosse smarrita e sola nella tetra foresta e Ravana stesse in agguato per ghermirla.
Singhiozz pi forte e si aggrapp al marito.
 O Luca, o Luca  ella balbettava senza trovare altre parole.
Il marito, con la pupilla ancora abbagliata pei fulgori della visione, guardava Cloe e non sapeva che cosa dirle.
Tacque a lungo, incerto, assai commosso anche lui e poi si alz per andare a deporre il manoscritto.
Cloe lo segu, continuando a piangere di pianto sommesso, simile a una bambina afflitta, di cui la spina di una rosa avesse punto, la mano.
 Perch piangi?  le chiese Luca finalmente.
Cloe raccolse con le dita le ultime lacrime e sorrise, meravigliata.
Gi; perch piangeva? Era assurdo. Forse le aveva fatto male il pensiero di Sita abbruciata viva senza ragione; forse era un rilassamento di tutto il suo essere, dopo tanti giorni di tensione nervosa. Il lavoro non lo aveva scritto lei, questo era ben certo, ma, insomma, provava per tutte le membra unaccasciante stanchezza.
E aveva pianto. Comunque, bisognava consolarsi e festeggiare lavvenimento.
La tragedia doveva far piangere gli altri, a teatro, ma loro due dovevano ridere invece, ridere, stare allegri e andare in campagna a fare un ottimo pranzetto.
Si appese, comera sua dolcezza, al collo di Luca e gli rimase col petto sul petto, a fissargli in volto i neri occhi ancora umidi di pianto e gi sfolgoreggianti di letizia.
 Luca, Rama, tu sei Rama e io sono la tua piccolissima Sita, pronta a seguirti nella foresta, a salire per te sul rogo  e, nella voce appassionata di commozione, una tenerezza senza fondo gorgogliava come gorgoglia lacqua di una voragine dalla superficie angusta, in cui londa si ammassi e ribolla.
Luca era turbato, ma non volle mostrarlo.
Prefer burlarsi di lei.
 Sta bene! Sta bene!  egli disse, curvandosi per obbligarla a slacciargli dal collo le mani.  Sul rogo, pi o meno, ci siamo tutti da un paio di mesi e quanto alla foresta, ti consiglio di scegliere la trattoria del Panorama. Si mangia benissimo l... quando si ha molto appetito  aggiunse ridendo di schietto riso infantile e stropicciandosi le mani 
 Dico quando si ha appetito, perch laltro giorno, per esempio, ci prepararono un pollo nato, secondo me, dalluovo di Colombo  e, orgogliosissimo della facezia, cominci a vestirsi in fretta e furia.
Era lusingato per leffetto prodotto su Cloe dalla tragedia e voleva mostrarsele riconoscente senza farglielo capire.
La circu dunque di mille premure, volle, ad ogni costo, farle prendere il gelato, quantunque ella asserisse che il gelato avanti il pranzo le faceva male; volle che la vettura li accompagnasse fino alla trattoria del Panorama, quantunque ella preferisse di camminare e, durante il pranzo, divent minaccioso per imporle di mangiar lintiero petto di un pollo, quantunque ella giurasse che sarebbe morta dindigestione.
 Ah! che pomeriggio squisito, che pomeriggio delizioso! Luca, senti  ella esclam, sorbendo una tazzina di caff assolutamente scellerato  tu dovresti ogni giorno finire di scrivere una tragedia!
Luca, contro il suo solito, ebbe uno slancio di spavalderia e, gettando indietro la testa con movimento di conquista, disse ridendo:
 Sta sicura che ne sarei capace. Oggi mi sento in vena di dar lo sgambetto perfino al Padre Eterno.
Nei giorni seguenti Luca non si concedette tregua. Usciva a tutte le ore, sfidando la canicola, pur di sorvegliare la copiatura a macchina della sua tragedia.
Cloe diceva scherzosa chegli temeva di veder fuggire Sita, Rama e compagnia verso il paese delle remote sorgenti!
Alla fine, dopo una settimana e pi di corse, di ansie, di sollecitazioni, di arrabbiature, le sei copie gli furono portate a domicilio, e Luca le rilesse accuratamente a una a una; poi, quando anche lopera di revisione fu terminata, egli rimase pieno di titubanza a contemplare la mole dei fascicoli accatastati sopra il suo tavolo.
Che cosa fare adesso della tragedia?
Farla rappresentare senza dubbio. Ma da quale compagnia? Ne prefer una a caso, avendo letto non ricordava quando, chessa dedicavasi ad un repertorio esclusivamente poetico. Andava benissimo! Avrebbe spedito subito uno dei copioni al capo comico! Ma dove si trovava il capo comico? In qual modo venire a conoscenza del suo indirizzo? Luca ondeggiava cos dentro un mare di ridicoli dubbi e difficilmente ne sarebbe uscito se Ferruccio Tandi, reduce da un viaggio fatto in automobile con alcuni amici pittori, non fosse andato a trovarlo una mattina.
 Come?  egli esclam dopo avere ascoltato la storia di tali perplessit, storia che Luca gli era andato esponendo gravemente.  Come? E ti affoghi cos dentro un bicchierino da rosolio? Tu sei meraviglioso! Parola donore! E pensare che sei un uomo dingegno! Dove trovare lindirizzo del capo comico? Ma in ogni foglio teatrale c il movimento delle compagnie di prosa! Dove trovare un foglio teatrale? Ma al Corso, a Piazza Colonna, alla Societ degli autori, allassociazione della Stampa! Da che mondo vieni? Da San Marino, siamo intesi! Ma San Marino, perdio! sta in cima a un monte, non sta tra le nuvole!  e, rivolto a Cloe, continu, scuotendo Luca per le spalle:
 In quali acque ha pescato lei questo suo granduomo, cos alto dingegno e cos corto di comprendonio?
Cloe guardava Luca, crollando il capo dolcemente! Gi; Luca era tale. Pieno dardire, inesauribile di risorse davanti a un foglio di carta bianca; smarrito, attonito come un selvaggio appena spingeva il piede nel paretaio delle minute contrariet quotidiane.
Luca si divertiva allira burlesca dellantico, il quale continu:
 E, dopo questo, perch mandare il copione a un solo capo comico? Bisogna mandarlo a tre, a quattro, a cinque capo comici in una volta. I tuoi copioni ti ritorneranno. tutti indietro! Sissignore  egli continu reciso, rispondendo a un moto simultaneo di Luca e Cloe  Ti ritorneranno indietro, anche se la tua tragedia fosse pi bella di quelle di Eschilo e di Sofocle cucite insieme! Non conta! Tu le rispedirai ad altri capo comici e magari a quelli stessi della prima volta! A ogni modo puoi essere certo che la prima volta non ne avranno sollevato nemmeno la copertina. E, a forza di andare e venire, a forza di passare dalle mani del capocomico che non li guarda alle mani dellamministratore che li fiuta, dalle mani del suggeritore che li sfoglia alle mani del segretario che li rimette di nuovo sotto fascia, i tuoi copioni si matureranno e si comincer a parlare di rappresentazione. Per ora devi contentarti dimpinguare le casse delle regie poste.
Luca rideva allegramente, coi pugni appoggiati sullorlo del tavolo e il petto scosso da una poderosa ilarit; ma Cloe rimaneva seria e fissava in volto allesperto collega del marito gli occhi ricolmi di preoccupazione.
 Come sa lei tutte queste orribili cose?  ella domand.
Il Tandi, solleticato nellamor proprio, rispose con amenit chegli era un topo di palcoscenico e che, stropicciandosi alle quinte, ci simbratta di ogni colore. Port via un copione con s nonostante le proteste di Luca, e torn la sera medesima a restituirlo. Anche prima di essere interrogato depose il copione sul tavolo con molto rispetto e disse con voce di sincerit:
 Questa, amico Faltri, non  una tragedia, questa  una vaporiera.
 Non capisco  rispose Luca, ignorando il gergo.
 Non  necessario che tu capisca! Tu sei poeta, grandissimo poeta e questa tua tragedia ne  la riprova. Che fulgore dimmagini! che fluidit dinspirazione. E quale freschezza, quale purezza sopratutto!  casta ed  voluttuosa!  molle, densa di dolcezza pi di una crema! Eppure, te lo ripeto,  una vaporiera. Non importa, devessere rappresentata ad ogni costo. Anche se ti lapideranno, fa niente. Sar il trionfo degli imbecilli! Strilleranno, faranno rumore pi di cento oche in branco e ti faranno ruzzolare dalla rupe Tarpea e avranno ragione loro e avrai ragione tu.
Luca adesso comprendeva perfettamente le parole dellamico. Era proprio quanto aveva desiderato e sperato: la battaglia in campo aperto, fieramente, nobilmente, a visiera alzata contro tutte le convenzionalit del mestiere. Chiss! Poteva darsi che la sua inesperienza degli artific gli servisse appunto di usbergo. Comunque, era disposto a soccombere pur di combattere e poich Ferruccio Tandi possedeva lesperienza che a lui mancava, segu passivo i suoi consigli.
Cinque copioni furono impacchettati, unitamente a cinque letterine di accompagno, e il tutto giunse a destinazione; ma ben presto, ahim! arrivarono anche le risposte. Erano lettere laconicissime, chiuse in grandi buste quadrangolari e la fraseologia di esse, parola pi, parola meno, sembrava copiata dallo stesso modulo: la compagnia aveva esorbitanti impegni di novit; il capocomico era assorbito dalle prove; ma, naturalmente, la tragedia, dato lillustre nome dellautore, non avrebbe mancato di trovare degni interpreti. Si riveriva, si ringraziava per la fiducia lusinghiera, si augurava al lavoro grande, meritato successo e si restituiva il copione con sensi di ossequio devoto.
Luca si ficc in testa che i capocomici avevano letto la tragedia, giudicandola orribile. La rilesse anche lui e il lavoro gli apparve incompleto, stecchito nellossatura, rigonfio nelle ornamentazioni, imbottito di stoppa, accademico nelle tirate, informe nella fisonomia dei personaggi, che gli producevano adesso leffetto di statue esposte per secoli alle intemperie e deturpate nei tratti essenziali del viso; gett i copioni nel cassetto e divent nuovamente taciturno, innamorato gi di altri fantasmi.
Cloe soffriva atrocemente, molto pi che la madre, tornata a Roma dai primi di settembre, gustava un visibile benessere nel ritirare dalle mani del postino il pacco raccomandato e nel deporlo davanti a Luca, dicendogli con allegra compunzione:
 Ecco, ti rimandano anche questo.
Il pacco rimaneva giacente sul tavolo, esposto alla contemplazione di Salvatore, che lo guardava immobile, con locchio estatico e torvo di chi stia sulle macerie di un edificio, a fatica innalzato con le proprie mani e di schianto crollato al suolo. Perch Salvatore, ne suoi misteriosi colloqui con la figliuola, aveva costrutto un mirifico castello in aria sulle remote sorgenti, quasich, invece di sorgenti poetiche, si trattasse di sorgenti termali, capaci di compiere la guarigione della sua inafferrabile malattia.
La rappresentazione del lavoro avrebbe costituito un successo colossale, i biglietti di banca sarebbero piovuti fin sopra il tetto della casa, il ministro dellistruzione avrebbe coperto Luca di onori e Salvatore confidava trepido alla figliuola un suo audace progetto: lasciare a Roma Maddalena, provvederla di mezzi, circondarla di agi, farla nuotare nel benessere, investirla di ogni autorit, ammirarla, riverirla, amarla magari, se fosse possibile; ma lasciarla a Roma con Arrigo Bolivan.
Salvatore sarebbe vissuto in un cantuccio, allombra della felicit di Cloe, occupando pochissimo spazio, e al pensiero di separarsi dallimpareggiabile consorte, Salvatore giungeva ad ammettere, s, ammetteva perfino che la sua malattia avrebbe potuto essere ancora suscettibile di guarigione.
Cloe diceva di s, commossa, vagheggiando anchella nel suo secreto il miraggio di una vita agiata a San Marino, dove Luca avesse potuto lavorare in perfetta pace e solitudine, in vita agiata e tranquilla, di cui luniformit fosse interrotta da lunghi viaggi annuali.
Ma Ferruccio Tandi gettava molta acqua sul fuoco di simili illusioni.
 Ah! lei pensa di comperarsi un dominio, un bel dominio a San Marino coi guadagni della tragedia? Brava, brava! Ci conti pure. Questo le servir per passare il tempo. Ma non metta ipoteche nemmeno fantastiche sopra il suo dominio, si troverebbe poi in qualche brutto impiccio!
 Col teatro si guadagnano tesori!  obiettava Cloe, che negli ultimi tempi leggeva i fogli teatrali, rimanendo affascinata allesposizione di talune cifre iperboliche.
Ferruccio Tandi si fregava le mani, divertendosi sempre pi.
 Sicuro! Sicuro! Si guadagnano tesori! Lei faccia rientrare Luca nel grembo materno, mandi la madre in Francia, faccia nascere Luca a Parigi, gli cambi mente e carattere, gli cancelli dalla memoria ogni reminiscenza di prosodia, gli smorzi in cuore ogni soffio di poesia e poi ne riparleremo. Ma finche Luca andr a passeggiare per le foreste indiane, lei ci perder il ranno e il sapone, creda a me! Tuttavia  necessario che il lavoro sia rappresentato e sa chi potrebbe essere di aiuto a spuntarla? Ugo Baldei! Mandi il nostro orso da Ugo Baldei. Se non fanno a pugni concluderanno certo qualche cosa!
Cloe non aveva, pensato affatto a Ugo Baldei, sebbene lo incontrasse di frequente e gli avesse anche parlato ripetute volte, ricevendone inviti insistenti di recarsi in casa di lui a prendere il th ed a conoscere la vecchia cugina.
Non esit un minuto a decidersi e nel pomeriggio del giorno stesso, si rec nellappartamento di via Veneto, dove una signora attempata, maestosa e scaltra nellaspetto decoroso, laccolse con misurata cortesia, non avendo Cloe avuta la precauzione di farsi precedere dal suo biglietto.
Il professore Baldei si trovava a Roma; ma non era in casa. Dicesse la signorina che cosa desiderava e la vecchia signora non avrebbe mancato di riferire.
Cloe, arrossendo molto, si affrett a pronunziare il suo nome e il viso della signora sirradi per incanto di una luce di viva espansione.
 La signora Faltri? Lei  la signora Faltri? Allora  tuttaltra cosa. Lavevo scambiata per una signorina e andavo cauta nelle accoglienze. Ma lei! Perbacco! Mio cugino me ne ha tanto parlato. E con entusiasmo!  e lastuta comare non disse che ella, tremante di paura allidea che Ugo Baldei prendesse moglie sul tardi, cacciando lei dalla sua morbida cuccia, favoriva di gran cuore la crescente passione di Ugo per Cloe, passione dissimulata dal cugino e dalla cugina fiutata e indovinata.
Cloe, ricondotta fino allanticamera con tutti gli onori, promise di tornare lindomani e di fatto torn.
Ugo lattendeva in casa e laccolse in salotto con la cugina.
Egli non lottava pi contro il suo amore, anzi aveva un terrore solo: quello che il suo amore diminuisse.
Provare a cinquantanni palpiti e incertezze, sentirsi divampare il sangue, passare da scatti di giocondit a plumbee melanconie; scegliersi minuziosamente il colore dei guanti e della cravatta nella speranza dincontri fortuiti, sentirsi dolere il cervello per laculeo di un pensiero unico e la retina dellocchio per la fissit della stessa immagine, provare limpressione che il petto sia angusto tanto il cuore  ricolmo di sospiri, era tormentoso, era delizioso, era ancora una strofa, certo lultima, del tuo divino poema, o giovinezza! E Ugo Baldei curava che nulla svaporasse della sua passione, come un antico epicureo curava che nemmeno una stilla si perdesse del falerno custodito nellanfora.
Accolse Cloe con affettuosa gravit. Non ischerzava pi e aveva abbandonato con lei i suoi modi abituali di sottile mordacit mondana. Quella minuscola donnina era terribile ed Ugo Baldei la mirava col misto di smarrimento e di orgoglio con cui un selvaggio mira lidolo di legno, che senza muoversi, senza parlare, senza nemmeno un volger di ciglia, lo tiene annichilito nella polvere in virt di occulto potere.
Cloe tranquillamente, con parole assennate, gli sottopose il caso della tragedia di suo marito. Egli le domand di esporgli lintreccio del lavoro ed essa lo espose con nitidezza; egli le chiese a quali capocomici i copioni erano stati spediti ed ella enumer il nome dei capocomici; ad ogni precisa interrogazione di lui, ella rispondeva fornendo precise indicazioni.
Pareva insomma che Ugo Baldei fosse un medico celebre e che la signora Faltri si trovasse l per consultarlo.
A un certo punto questo paragone le sorse nella mente ed ella rise a lungo, gettando indietro la testa con quella sua mossa ardita di galletto che simposta per lanciare in aria la sfida squillante dei suoi chrichich.
Ugo non sapeva perch Cloe ridesse, ma trovava che quel ridere cos era un incanto e rise anche lui, commosso, frenando a stento un lungo sospiro di delizia.
La vecchia cugina, seduta sul divano fra Ugo e Cloe, li guardava, tacendo, con occhio umido dindulgente simpatia.
Ugo dette consigli preziosi; Cloe ripet, fissandolo bene, che il marito ignorava tutti questi suoi piccoli maneggi; Ugo giur che non ne dubitava affatto e tale complicit lo rendeva orgoglioso come per un favore supremo chella gli concedesse.
Mentre Cloe si licenziava, la cugina trov il mezzo di assentarsi per un minuto decentemente e Ugo baci con labbra tenaci la mano guantata della visitatrice, che arross di confusione e rise poi subito per mostrarsi disinvolta.
Due ore dopo lIdea pubblicava un largo sunto, magistralmente redatto, della nuova tragedia di Luca Faltri.
Si sarebbe supposto che lautore del sunto avesse letto il lavoro, tanta era levidenza dellanalisi.
Luca, irritatissimo, se la prese col Tandi.
 Tu solo hai letto la tragedia! Tu solo potevi farmi il tiro!  egli esclam, indignato, al collega appena lo vide.
Il Tandi non cred opportuno disingannarlo.
Giacch laltro pensava questo, tanto valeva lasciarglielo pensare. Si limit a rispondergli in tono evasivo:
 Ti casca lo zucchero dentro il caff, e ti lamenti? Bada che la fortuna non si stanchi di farti moine!
Luca non voleva moine da nessuno, assai meno dalla fortuna e trovava indecoroso simile anticipato can-can sopra il suo lavoro.
Il Tandi gli dette mille ragioni; anzi lo consigli, qualora il lavoro venisse rappresentato, di fare scrivere sulla porta del teatro:  vietato lingresso in omaggio ai pudori dellautore.
Il pubblico si sarebbe divertito, restando fuori della porta e dentro al botteghino avrebbero ballato i sorci.
Ma non fu necessario appigliarsi a tali mezzi eroici, perch nessun capocomico si present e tutto torn silenzio e monotonia nellesistenza di Luca.
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PARTE SECONDA.
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Capitolo 1.
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Luca, tenendo le mani riparate dentro le tasche del soprabito, camminava in fretta nel timore di fare tardi e anche perch il freddo era acutissimo. Opache nubi cinerognole stavano immote sul cielo basso; qualche rara, lieve falda gelata danzava stanca nellaria. Luca guardava il cielo imbronciato, guardava i rami diradati, guardava lumida ghiaia de viali che scendono serpeggiando da piazza Trinit dei Monti a piazza del Popolo, guardava i rostri, simboli di antiche glorie, guardava le sirene di marmo, collocate in fila sul muro di cinta, guardava, in alto, la balaustra del piazzale, guardava, in basso, Porta del Popolo e non vedeva niente. Gli pareva di sognare.
Una violenta scampanellata nella sua casa, di notte, quattro giorni prima; un lungo telegramma firmato da persona a lui ignota; beffardi, ma sapienti consigli di Ferruccio Tandi; una ventina di telegrammi scambiati in quattro giorni, il contratto per la rappresentazione della tragedia concluso a tutto vapore, dopo che egli, dallagosto al dicembre aveva invano picchiato alla porta di ogni teatro.
E adesso, ecco un capocomico dal nome sonante e la fama improvvisata, il quale era venuto a Roma a bella posta da Milano e il quale, a mezzogiorno preciso, lo attendeva allalbergo di Russia.
Il capocomico era venuto a bella posta da Milano: tutti i giornali annunziavano questo, aggiungendo mille particolarit sul nuovo, grandissimo artista, che, di nascita svizzera e dimorante in Germania, voleva cominciare a recitare in italiano dopo avere cantato in tedesco e che aveva giurato al cospetto delle Alpi nevose, di rinnovare ad ogni costo la depressa arte drammatica della penisola.
Come e perch Giovanni Cetrarpa avesse pensato a lui ed alla sua tragedia, nel redigere il repertorio per la compagnia in formazione, Luca non sapeva, n si curava dindovinare. Sapeva solo che lappuntamento era per il primo giorno dellanno allalbergo di Russia, alle dodici precise e che bisognava accelerare il passo, poich le dodici erano sul punto di scoccare.
Presso langolo di via del Babuino sincontr con Ferruccio Tandi, che lo aspettava per accompagnarlo da Giovanni Cetrarpa e assistere con lui alla lettura.
Nessuno gli aveva affidato tale incarico, ma Ferruccio Tandi sapeva che un autore di qualche merito non deve mai presentarsi isolato e che, durante una lettura,  necessaria sempre lassistenza di taluno, che con piccoli gesti e interiezioni metta in rilievo le bellezze del lavoro.
A lui piaceva di schernire Luca, ma gli piaceva anche di proteggerlo; gli piaceva sopratutto di poter dire ovunque:
 Oggi ho iniziato lanno con una seccatura. Ho assistito alla lettura che Luca Faltri, il poeta, ha fatto a Giovanni Cetrarpa, lartista.
Daltronde Luca prov un vero sollievo per tale incontro; lidea di farsi annunziare, di presentarsi, diniziare la conversazione lo preoccupava e fu assai grato a Ferruccio che gli risparmi tutte le noie dei preliminari.
Ferruccio porse al cameriere il biglietto proprio unitamente a quello dellamico, ed allorch, dopo avere atteso alcuni minuti in un salottino lussuoso enormemente riscaldato, Giovanni Cetrarpa apparve avvolto in una zimarra di velluto rosso a fregi doro e accompagnato dal suo segretario, Ferruccio, avanzandosi di un passo e inchinandosi profondamente disse, indicando Luca:
 Giovanni Cetrarpa, ecco il poeta.
Luca guard per vedere se lartista ridesse a quella frase da iniziati; ma lartista non rise. Egli si appoggi la destra al petto, curv il dorso e rimase in atteggiamento di adorazione. Pareva un tetrarca davanti a un console romano.
A Ferruccio Tandi era bastato osservare il colore della zimarra per orizzontarsi sul carattere del personaggio, che si avanz a braccia spalancate verso Luca, salutandolo maestro.
Luca si lasci abbracciare, senza riuscire ancora a raccapezzarsi, tanto quella figura gli riusciva inaspettata e bizzarra, con gli zigomi troppo forti, la fronte bassa e convessa, il mento prominente lungo e ampio a guisa di barba ossuta, i denti di una bianchezza abbagliante, gli occhi piccoli, infossati dentro le orbite nerastre, il gesto enfatico e largo, ma nel tempo stesso vigilato e cauto.
Giovanni Cetrarpa cominci a parlare vertiginosamente.
Egli adorava larte; egli era un sacerdote dellarte. I problemi di alta letteratura drammatica occupavano tutto il suo pensiero; voleva rinnovare il teatro italiano, voleva, come Cristo al tempio, cacciare i mercanti e reintegrare gli statuti della legge. Avrebbe rappresentato Shakespeare nella sua interezza, senza deturpazioni che erano sacrilegi, senza menomazioni irriverenti. Avrebbe sbalordito le platee italiane con la ricchezza e la minuziosit delle decorazioni. Egli sarebbe stato un direttore di scena quale in Italia non si poteva nemmeno immaginare; avrebbe profuso danaro, tempo, energia, intelletto; avrebbe chiamato intorno a s glingegni pi nobili della penisola.
Ad ogni frase volgeva il capo improvvisamente verso il segretario, uomo voluminoso dai balletti ispidi, tagliati a spazzola, il quale alzava la destra tacito e solenne, in atto di giurare sulla propria vita, che Giovanni Cetrarpa asseriva tutta la verit.
Ferruccio Tandi approvava collespressione del viso, incondizionatamente; Luca Faltri, che non aveva ancora pronunziato parola, aveva gi trovato il bandolo per dipanare fra s quel temperamento di geniale istrione.
Lartista emp di cognac i bicchierini, offerse al Tandi un sigaro dAvana e la lettura cominci.
Quando si trattava dellarte, che amava davvero senza dirlo, con umile, fervida sincerit, ogni timidezza scompariva in Luca, ondegli lesse assai bene scandendo il ritmo del verso e con pronunzia sonora e nitida.
Giovanni Cetrarpa, seduto sullorlo di una poltrona, con le ginocchia rialzate fin sotto il mento, stava nella posa di una bestia in agguato e, irrequieto, moveva il capo intorno a s; come fiutando; seguiva la pista dei versi con cui strappare lapplauso, fiutava per iscoprire lodore del successo e, ad ogni battuta di Rama, egli commentava le parole con la mobile espressione del viso. Il segretario guardava lartista; lartista guardava Ferruccio Tandi, il quale a sua volta guardava il segretario e tutti si scambiarono occhiate di compiacimento al finale del primo atto, giudicato superbo.
Semplicemente a Giovanni Cetrarpa doleva che egli nellallontanarsi con Sita, fosse obbligato di volgere le spalle al pubblico. La sua fisonomia, in quel momento doveva essere un poema, doveva esprimere quanto Valmichi non aveva espresso in migliaia e migliaia di versi. Riflett un istante, poi concluse che, giunto allingresso dellatrio, si sarebbe volto a guatar la matrigna e, per lanciare quello sguardo, avrebbe trovato un atteggiamento di effetto irresistibile.
E si pass oltre.
Alla fine del secondo atto lartista era desolatissimo. Egli doveva sostenere la parte di Rama, ci appariva evidente, ma viceversa egli era fanatico della parte di Ravana.
Giovanni Cetrarpa sentiva che, nel punta in cui Ravana correva via, ridendo di riso lascivo, egli sarebbe riuscito insuperabile; avrebbe sollevato in alto la donna sulle braccia atletiche e tutti i muscoli della faccia avrebbero tremato di lascivia.
Si alz, inarc le gambe, punt forte i piedi sul tappeto, gitt indietro il dorso, protese in avanti le braccia, irrigidendole, sollev le spalle, vincass la testa, incresp la fronte, rendendola anche pi convessa, dilat le pinne del naso, quasi ad aspirare odor vivo di carne, chiuse la cerniera dei denti, aperse le labbra, protendendole a imbuto, e lintera faccia gli rise di riso scimiesco.
Luca mand un grido di ammirazione e il segretario propose di togliere le pi importanti battute alla parte di Rama, di trasportarle alla parte di Ravana e di far di lui il protagonista; ma Giovanni Cetrarpa, gonfio di orgoglio per la irrefrenabile esclamazione del poeta, fece tacere il segretario con accento sdegnoso, mentre Ferruccio, conciliante, osservava che a un grande artista non manca mezzo di creare pose nuove e che, dopo tutto, anche Rama poteva prendere il viso di una scimia, considerato che allepoca di remote sorgenti, gli uomini erano, senza distinzione, tutti mezzo scimiotti.
Allatto successivo le cose si accomodarono infatti e lartista trov quello che cercava. Avrebbe formato un gruppo statuario con il possente Anuman, in quella che lo scimo premeva il calcagno sul petto di Ravana abbattuto ed egli, Giovanni Cetrarpa, curvo sul nemico dopo averlo ferito ripetutamente, ne avrebbe spiato gli ultimi tratti con occhio avido. Sarebbe stata lascivia di sangue invece che lascivia di amore; in fondo poi era la stessa cosa.
Lultimo atto fu giudicato alquanto scarno e Giovanni Cetrarpa consigliava dimpinguarlo; a lui, per esempio, sarebbe piaciuta una scena fra Rama e la matrigna al cospetto del vecchio re moribondo. Ma Luca non ammise neppure una sommaria discussione in proposito. La tragedia era stata pensata  scritta cos; doveva rappresentarsi cos.
Locchio di Giovanni Cetrarpa divenne torvo per lopposizione di Luca e sembr infossarsi anche pi dentro le orbite nerastre, lasciando indovinare quale satrapo dispotico e crudele egli sarebbe stato, se la possa di nuocere si fosse in lui aggiunta al maltalento. Torn peraltro subito espansivo e stabil definitivamente la data della prima rappresentazione. Remote sorgenti sarebbero state rappresentate la sera dellundici febbraio; di venerd.
Giovanni Cetrarpa iniziava dal teatro Argentina di Roma, il suo giro artistico per lItalia e dava a Roma venti rappresentazioni, dal cinque al venticinque febbraio. Remote sorgenti dovevano costituire la sola novit vera e propria del breve corso di recite e lartista esaltava gi con enfasi le meraviglie della messa in iscena, accennando in maniera ancora vaga al progetto di fare apparire un elefante al primo atto, parecchie scimie al secondo e di fare svolazzar al terzo, per la scena, alcuni uccelli esotici. Quanto alla gazzella non cera da esitare. Bisognava che la gazzella attirasse sopra di s lattenzione del pubblico, durante lintiero terzo atto, giacch scrutando il fondo delle cose, la gazzella era la protagonista della tragedia.
Tale e cos irrompente entusiasmo non imped a Giovanni Cetrarpa di giudicare Luca Faltri un tipo perfetto dimbecille, chiuso di mente, corto di vedute, orgoglioso, testardo, degno autore di quel pasticcio di tragedia cucinata allindiana.
Non pertanto bisognava lanciarlo. Il nome di Luca Faltri godeva di molta notoriet; egli era giovane; si cimentava al teatro per la prima volta e Giovanni Cetrarpa assumeva subito cos un atteggiamento munifico di Mecenate. Oltre a ci, dotato dingegno embrionale, ma fervido, di coltura arruffata, ma varia, aveva misurato quanto ardito fosse largomento della tragedia, quale delicato profumo di arcaicit esalasse, quanto sonori ne fossero i versi e come sopratutto lopera si prestasse al fasto di una rclame strabiliante.
Le scene, i costumi, la foresta, la reggia di Ravana, il gigante Anuman, la gazzella, la danza guerresca, tutto ci avrebbe per circa un mese servito da fantasmagorica cornice al nome di Giovanni Cetrarpa. Anche se con Remote sorgenti avesse dovuto rimettere qualche migliaio di lire, contava poco! Quel danaro sarebbe stato sempre impiegato bene. Daltronde chi mai pu giurare qualche cosa, allorch si tratta di teatro? Forse queglindiani favolosi, rivestiti pomposamente di versi, potevano anche servire di specchio per le allodole; ma la tragedia andasse bene o andasse male, Giovanni Cetrarpa provava gi pel poeta il disprezzo altezzoso degli uomini dazione verso gli uomini di pensiero, senza supporre affatto che quel giovanotto massiccio e taciturno, testardo e orgoglioso, lo conosceva gi a fondo in tutte le ripiegature del suo carattere, in tutte le sfumature del suo temperamento; aveva seguito in lui landatura obliqua dei pensieri tortuosi, ne aveva scrutato gli scopi, ne aveva misurato limpulsivit degli istinti, la tumida vanit insaziabile di pascolo, la coscienza floscia disposta a tutte le compromissioni, lamore del guadagno collocato al di sopra della dignit, la sete degli applausi pi ardente e tormentosa che lamore del guadagno, la libidine di godere pi forte dellinteresse, pi forte della vanit e, in mezzo a tutto questo, una plastica genialit naturale, una passione sincera per larte, una visione confusa di gloria, che lo affascinava, quantunque ottenebrata dai vapori della palude pingue, ove lanima giaceva.
Giovanni Cetrarpa, insomma, gi riusciva a Luca insopportabile; ma, pur comprendendo quali fossero le ragioni dindole subiettiva da cui lartista era indotto a proteggere la tragedia, comprendeva anche come loccasione fosse per lui eccezionalmente favorevole e come fosse necessario trarne partito ad ogni costo a dispetto delle personali antipatie.
La situazione morale fu sintetizzata da Ferruccio Tandi, mentre riaccompagnava a casa il collega.
 Bel tipo! Tipo interessantissimo quel Cetrarpa! Mi faceva pensar a Nerone!
Luca, ridendo, afferm col gesto. Anche lui aveva pensato allistrione imperiale, osservando Giovanni Cetrarpa avvolto nella zimarra lussuosa, intento a cercare classici atteggiamenti che facessero valere larmonia delle membra ed espressioni del viso che valessero a raccogliere linterno tumulto degli affetti. Si capiva che egli, potendo, avrebbe amato declamar la tragedia dallarena di un circo guardato dai pretoriani per tener acceso col terrore lentusiasmo della plebe.
 Gli sei riuscito antipatico e vi odierete fin dal primo giorno delle prove; devi a ogni modo aver pazienza. Cetrarpa ti far intorno un baccano indemoniato e, nella peggiore ipotesi, ti far cascare dallalto di una torre. E sempre qualcosa  disse Ferruccio e, separandosi da Luca, si rallegr espansivamente con lui. Ma non era troppo persuaso. Non ci vedeva chiaro. Ci doveva essere in tutto ci un retroscena che gli sfuggiva e in cui andava ricercato il nocciolo vero della faccenda. Gli avvenimenti non si maturano cos di punto in bianco senza concatenazione. Qualche molla secreta doveva certissimamente avere scattato perch lordigno si mettesse in moto e perch la macchina della tragedia corresse a tutto vapore, dopo essere rimasta incagliata per quattro mesi!
Invece il fatto era semplice come un bicchiere dacqua pura.
Al teatro Manzoni di Milano, Ugo Baldei si trovava, una sera, a far gruppo con altri giornalisti intorno a Giovanni Cetrarpa, il quale era da poco sceso in Italia con le valigie colme di nobili progetti e il quale invocava a gran voce un messia da rivelare, un capolavoro da battezzare.
 C Luca Faltri, giovane poeta di gran valore, che ha scritto una tragedia di soggetto indiano: Remote sorgenti. Ce ne siamo occupati lungamente sullIdea e credo che andrebbe pel caso vostro  aveva detto Ugo Baldei con aria svogliata, cambiando poi subito discorso. E la cosa venne definita nello spazio di pochi giorni.
Cloe fu ad un tempo felice e disperata dellavvenimento. Ella non sapeva pi oramai quale contegno assumere di fronte a Ugo Baldei, di cui la passione impetuosa, quantunque trattenuta finora entro i limiti del pi assoluto rispetto, la irritava e la impensieriva.
In seguito alla prima visita, aveva continuato a recarsi spesso in casa di Ugo Baldei, accolta sempre con affettuosit protettrice dalla vecchia cugina, che ogni volta si allontanava qualche minuto dal salotto per ragioni plausibili.
Ugo Baldei non chiedeva, n sperava nulla.
Per lui era gioia suprema tenersi Cloe seduta accanto, ammirarla quando parlava, ammirarla quando taceva, ammirarla dalla punta della scarpettina lucente allestremo lembo svolazzante della veletta. No, mai nessuna mano di donna aveva stillato pi amaro e pi dolce filtro nelle vene di un uomo! Egli ne ardeva tutto, ne godeva, ne soffriva, vedeva lorizzonte della sua vita allagato da un incendio, sentiva dentro quellincendio crepitar la sua pace, crollare le sue energie, fondersi il suo pensiero, rovinare salute e dignit, eppure se qualcuno gli avesse offerto di smorzare la fiamma, egli avrebbe rabbiosamente cacciato da s colui come nemico.
Cloe aveva un certo suo modo di collocarsi di fianco sul basso divano, col braccio abbandonato sopra i cuscini e il busto piegato in atto di mollezza, che Ugo rimaneva ansioso per lo stupore; ed ella aveva poi una certa maniera di ridere, oscillando il capo e curvandolo, che gli faceva male tanto addentro in quei momenti ella gli entrava nel cuore. Perch ella gli sollevasse in volto gli occhi ridenti, umidi di riconoscenza, non cera vilt che egli non avrebbe commesso. Se Cloe fosse stata donna venale, egli sarebbe per lei corso incontro alla rovina e poich ella adorava il marito, Ugo Baldei innalzava nubi dincenso davanti allidolo dellidolo suo.
Era assurdo, era abietto anche; ma egli era giunto a tale da ricercare trepido sul viso di Cloe il riflesso della soddisfazione di Luca. Non parlavano pi di questo tra loro. Semplicemente quando una lode, un cenno, una notizia, una indiscrezione giornalistica riguardante Luca Faltri, apparivano sullIdea, Cloe rideva di pi, crollando il capo e curvandolo, abbandonava con pi soave mollezza il fianco sul divano, e Ugo si domandava se il paradiso fosse davvero una invenzione. Ma adesso era linferno in cui si dibatteva, da quando la giovane signora aveva cominciato a diradare le sue visite.
Cloe aveva dovuto accorgersi che, un poco alla volta, le assenze della cugina dal salotto diventavano assai frequenti e assai lunghe, finch, in un pomeriggio piovoso di novembre, si era veduta chiusa in salotto con Ugo Baldei, il quale pallidissimo, con due grandi rughe che gli solcavano le gote, cogli occhi ardenti, le mani scottanti, le aveva balbettato parole quasi sconnesse.
Cloe se ne era andata in fretta e non era tornata pi.
Ugo Baldei disperato, senza essere oramai pi in grado di misurare la portata delle sue azioni, le aveva inviato a pi riprese enormi canestre di fiori, ed ella aveva dovuto scrivere, pregandolo di sospendere tali doni, che la mettevano terribilmente in imbarazzo al cospetto della famiglia. Ugo non aveva pi mandato fiori; ma aveva indotto la cugina a recarsi da Cloe pi volte per pregarla di farsi viva, per supplicarla di concedere agli amici qualche minuto... Una vera persecuzione insomma, da cui Cloe aveva deciso liberarsi a qualsiasi costo, anche facendo aperti sgarbi a Ugo Baldei, allorch lannunziata rappresentazione di Remote sorgenti venne a sorprenderla, lasciandola perplessa.
Nel giro di poche settimane, Remote sorgenti eccitarono la curiosit del pubblico fino alla esasperazione. La palla di neve si era convertita in valanga e la valanga si andava ingrossando vertiginosamente.
Da Milano giungevano sunti dinterviste che Giovanni Cetrarpa accordava con loquace munificenza. Egli si era fatto spiegare il soggetto del Ramayana in via sommaria, e parlava dellIndia braminica con la sufficienza di un orientalista. Giurava di aver letto intiero il poema di Valmichi, garantiva di essere entrato nello spirito della tragedia e si lamentava che il tempo, stringendo, gli vietasse di recarsi a fare un apposito viaggio nelle Indie per istudiare lambiente da vicino. Una sera, dopo un banchetto, aveva mimato la scena del terzo atto, quella in cui Rama appaga il suo odio, scrutando lagonia sulla faccia scomposta di Ravana e lentusiasmo era stato formidabile, bene inaffiato dallo champagne. Ma dove Giovanni Certrarpa prometteva cose mai vedute era per le decorazioni.
Gli scenografi pi rinomati avevano con lui interminabili conferenze, e si parlava con molta curiosit di un ex-corazziere gigantesco, alto quasi due metri, scritturato per sostenere la parte di Anuman.
Se Giovanni Cetrarpa avesse mantenuto il decimo di quanto prometteva, si sarebbero vedute meraviglie.
In mezzo allascensione esagerata della fama di suo marito, Cloe avvertiva taluni piccoli episodi, che la facevano tremare, senza che giungesse nemmeno a spiegarsi lorigine de suoi timori. Era poco, anzi meno di poco; era la foglia di rosa nel letto del sibarita, eppure ella provava uno sgomento inesplicabile, che le dava il senso di aggirarsi dentro le sale di un palazzo meraviglioso, edificato da qualche nano schernitore.
Le sale sfolgoravano di luce, suoni di cetra si udivano, petali odorosi piovevano, dal soffitto, le balaustre delle finestre erano di porfido, gli stipiti delle porte di malachite, le pareti apparivano incrostate di metalli preziosi, e Cloe, invece di ammirare tante bellezze, guardava spaurita verso gli angoli, certissima che il mago schernitore avrebbe, da un momento allaltro, battuto col piede la terra e che il palazzo sarebbe sprofondato in una voragine.
Lettere anonime giungevano piene di vituperii e minacce; due grossi fiaschi erano stati portati a domicilio da un fattorino, senza che egli sapesse spiegare bene chi gli avesse affidato tale incarico; Ferruccio Tandi ripeteva fino alla saziet la metafora della caduta dallalto di una torre; Arrigo Bolivan, durante i pasti, si cercava frequentemente collindice il brillante della cravatta, accennando con parole involute allapologo della montagna che partorisce il topo; Salvatore sgualciva con rabbia i numeri di un giornaletto settimanale, dove uno studente di liceo aveva iniziato una campagna furibonda contro la fama usurpata di Luca; il capo usciere dellultimo piano aveva comunicato, pel tramite di Caterina, chegli sarebbe andato a fischiare in loggione assieme a due compagni per vendicarsi dellinsulto fatto un anno prima a sua moglie; ma quello che maggiormente preoccupava Cloe era il contegno del cavaliere Otto Per, di cui ogni giorno domandava notizie a Luca.
Il cavaliere Otto Per manteneva una linea di condotta assai cauta, tenendo sotto vigilanza speciale il professore ditaliano, assistendo quasi ogni giorno alla sua lezione e non avendo fatto con lui nessuna allusione, nemmeno indiretta, alla tragedia, della quale oramai parlavano anche le pietre.
Evidentemente il cavaliere Otto Per contava sopra una caduta clamorosa, ma poich la caduta poteva non esserci, egli voleva tenersi aperta uno scappatoia nel caso che il professore Faltri diventasse, dalla sera alla mattina, unautentica celebrit.
Poteva Cloe, in simili condizioni, togliere a Luca lausilio onnipotente di Ugo Baldei? Ella si vedeva costretta a tollerare ancora, quantunque una collera sorda le si fosse andata ammassando nel cuore contro il giornalista. Poich essa non lo amava, trovava insultante e mostruoso chegli lamasse e, se la retta coscienza le rimproverava talora di avere cercato Ugo Baldei, di averne sconvolta la vita, frequentata la casa, accettato, anzi provocato i favori, di non avere troncato con lui senza esitare al primo indizio della sua passione, ella, donnescamente, ascoltava di preferenza i sofismi della sua logica femminile per ritorcere a danno di Ugo Baldei le querimonie della propria coscienza. Come supporre che un uomo di cinquantanni suonati si accendesse pi che un ragazzo di quindici? E poi ella, dal primo incontro con Ugo Baldei, non aveva forse ostentato con la sua bella inconsapevolezza dinnamorata, lidolatria verso il marito? E come mai un uomo dingegno, un uomo di spirito, poteva essersi cacciato nel ginepraio di una passione infelice per una donnettina sincera, che, se guardandolo aveva avuto un lampo vivo negli occhi, un sorriso lusinghiero sulla bocca, lampo e sorriso venivano senza ipocrisie dedicate al giovane marito assente, anzich al maturo spasimante vicino? Peggio per lui, se egli era stupido! Peggio per lui, se non aveva saputo comprendere che ella per un capello doro del suo rustico Atta Troll, avrebbe ceduti tutti i cosmetici, tutta leleganza, tutta la superiorit mondana, la correttezza cavalleresca, lautorit giornalistica, i madrigali, i sospiri, le smancerie di vecchi bellimbusti fiancheggiati da vecchie cugine. E ladorabile, malvagia creatura era indignata, sinceramente, profondamente indignata contro Ugo Baldei e rideva sdegnosetta fra s, giudicando grottesca la vittima del suo amoroso egoismo coniugale. Eppure doveva seguitare a mostrarsi gentile, nel terrore che quel vecchio bestione giocasse, allultimo momento, qualche brutto tiro alla tragedia di Luca!
Cedette dunque rassegnatamente alle preghiere della cugina, la quale, incontrandola per le scale un mercoled, mentre Cloe scendeva dalla pensione inglese, la preg di entrare un momento in casa sua molto pi che cadeva acqua a dirotto.
Trov Ugo Baldei seduto vicino al caminetto, oziosamente occupato ad attizzare, il fuoco e col viso arrossato dal riflesso della fiamma. Egli salz in piedi per accoglierla, ma non le mosse incontro. Aveva lo sguardo iroso e le labbra, sollevate agli angoli con amarezza, ebbero un tremito come di collera nel rivolgerle convenzionali parole di cortesia. Soffriva tanto in questi ultimi tempi che, nel vedere Cloe, prov il senso di ribellione astiosa che gli alcoolisti provano davanti a una bottiglia di liquore nei brevi intervalli dellebbrezza malefica. Ugo Baldei attribuiva esclusivamente al suo disgraziato amore i guasti prodotti forse in lui da una malattia nervosa, della quale aveva gi sofferto anni prima e che adesso gli si era ripresentata con pi acerbi sintomi. Pativa dinsonnia, non aveva appetito, doveva eccitarsi con caffeina per lavorare, non trovava requie, si abbandonava a impeti dirascibilit, seguiti da lunghi accasciamenti. Il carattere gli si era inasprito, la sua scettica, ironica amabilit, cedeva luogo a un fare aggressivo fino alla scortesia. Tale alterazione era avvenuta in lui nello spazio di undici mesi, insensibilmente. Faceva oramai lanno che Cloe gli si era presentata agli uffici dellIdea e da quella mattina la sua vita interiore aveva preso un altro indirizzo. Per pochi istanti di tripudio orgoglioso al cospetto di s quante umiliazioni! Lultima e pi cocente era stata la rivelazione fulminea di una gelosia violenta contro Luca chegli aveva protetto, si pu dire letterariamente creato. Possedeva tutto quellanimale. La giovinezza, la forza, la notoriet, forse tra poco avrebbe posseduto la gloria e poteva stringersi nelle braccia a proprio talento, a ogni ora, quella personcina per cui egli invano delirava, poteva mirare smorta di piacere sotto il suo viso quella faccia bellissima, chegli aveva mirata solamente o altera o pietosa.
Era troppo! Ugo Baldei riconosceva di odiare con volutt Luca Faltri e sarebbe stato felice di colpirlo se, per giungere a lui non avesse dovuto prima ferire il petto di Cloe.
La guard, seduta allaltro lato del caminetto, che parlava alla cugina con grazia pacata. Narrava le peripezie di un suo vestito di lana grigia, passato successivamente nelle mani di tre sarte e che le avevano riportato quel giorno stesso; un vestito graziosissimo, con applicazioni di panno, un capriccio costosetto di cui si pentiva, ma non troppo, perch il taglio era di suo gusto e piaceva a Luca. Parlava convinta, ridendo a ogni poco, chiusa nel bruno mantello, gingillandosi col manicotto, disinvolta, serena, non preoccupandosi affatto di Ugo che non aveva mai interloquito, ignara del male commesso, quasich un uomo di vigore e dingegno non si fosse annichilito per lei.
Ugo trovava ci mostruoso e paragonava Cloe a un vampiro dallaspetto leggiadro, che gli si fosse posto accanto con parole di dolcezza per poi suggergli il sangue e lasciargli vuote le vene.
Le disse animoso:
 Dunque  per la sera dellundici?
 Gi,  per la sera dellundici  ella rispose, diventando grave e aprendo gli occhi spaurita.
 Perch spalanca gli occhi cos?  egli domand, sentendo tutta la sua collera cadere, non volendo a ogni modo farle male.
Cloe rise, poi torn seria subito e rispose:
 Perch ho paura; tanta paura.
Ugo fu commosso al pensiero chella avesse gi tanta paura, ma sentiva il bisogno di denigrare Luca in qualche modo, onde soggiunse:
 Non ha torto di aver paura. Pu benissimo essere una caduta. Suo marito forse presume eccessivamente di s.
Cloe si eresse di scatto sul busto e gett il capo allindietro
 Luca non presume di s. Luca  modesto anche troppo.
Baldei divent sarcastico. Egli, cos fine, cedeva allerrore grossolano di voler diminuire luomo amato nel giudizio della donna amante.
 Sappiamo! Sappiamo di quale argilla  impastato il piedestallo del suo colosso. Quel piedestallo in gran parte labbiamo fabbricato noi, dopo tutto.
La signora Faltri impallid e Ugo nel vederla diventar bianca sotto le nere maglie della veletta, sent pi acerba lira contro di Luca.
 Io ne ho viste sa di queste fame improvvisate svanire per laria come nembi di agosto. Per sostenere la notoriet che suo marito ha acquistato in questi ultimi tempi, ci vogliono spalle di Atlante e, ad esser sincero, non mi pare che la robustezza di sostenere un mondo ci sia.
Cloe taceva immobile, volendo riuscire a dominarsi per non inacerbire la situazione.
La cugina era sparita; nella strada lacqua grondava sempre col rumore scrosciante e monotono di catinelle rovesciate; nel caminetto crepitava la fiamma sommessamente.
Dopo aver taciuto a lungo, Ugo riprese:
 Temo, da quanto io ne so, che la tragedia si presti alla parodia.
Cloe inghiott la saliva due volte, poi rispose:
 Lei  senza dubbio buon giudice; ma Giovanni Cetrarpa  per lo meno buon giudice quanto lei.
Ugo si strinse nelle spalle, ridendo di un riso cattivo, che gli scuoteva il petto scarno.
 Giovanni Cetrarpa cercava una insegna e lha trovata in suo marito. Ecco tutto.
Cloe si alz, respirando affannosa: non poteva, non doveva permettere che si menomasse Luca in sua presenza; eppure intuiva, col suo vigile buon senso, che Ugo Baldei, attraversando un periodo acuto di passione, non andava sfidato. Si limit dunque a dire forzandosi al sorriso.
 Io me ne vado. Lei  di cattivo umore e io me ne vado.
Ugo Baldei la guard senza capire. Faceva tanto caldo in quella stanza chegli si pass a pi riprese la mano sulla fronte, poi disse a Cloe dolcemente:
 Perch sta in piedi? Segga ancora un momento.
 No, vado via  Cloe insist, allacciandosi il mantello.
 Ma no! Aspetti. Piove molto. Non sente?
Si avvicin alla finestra, sollev le cortine, guard la strada in pendio che pareva un fiume, appoggi la gota ai vetri e rimase come smarrito.
Ella cercava frattanto pel salotto mezzo buio il pacchetto di libri che, entrando, doveva aver deposto sopra qualche mobile. Finalmente lo trov e, in piedi presso la porta, disse a voce alta:
 Vorrei salutare sua cugina.
Ugo si scosse e la raggiunse spaventato.
Ella se ne andava davvero dunque? Ella se ne andava, lasciandolo solo di nuovo in quella stanza tetra, dove le cose avevano aspetto di fantasmi e dove laccidia pareva aver collocato il suo trono? Ella se ne andava la piccola fata che portava il sole dovunque, e le tenebre gli si sarebbero di nuovo ammassate intorno allanima. Divenne supplice.
 Ancora un poco! Ancora un poco! Sia misericordiosa e abbia piet di me!
Le appoggi la mano sotto il gomito con tenerezza umile e la trasse pian piano verso il caminetto.
Ma Cloe non volle sedere. Stava diritta, con le mani difese dal manicotto, il velo del cappello tirato fin sotto il mento, a testa bassa, con le ciglia aggrottate, ostile, inaccessibile, tutta chiusa nella armatura della sua indifferenza. Non voleva fare scenate, n aver laria di fuggire ed attendeva paziente che la cugina rientrasse in salotto.
Ugo non avvertiva la posa nemica di Cloe. A lui pel momento bastava che non se ne andasse; soffrire vicino a lei era gi ben altra cosa che soffrire lontano da lei. Pensava con quali parole rassicurarla e obbligarla a sedersi. Se ella avesse deposto il manicotto e si fosse tolto il mantello, gli pareva che a lui sarebbe caduto dalle tempie il cerchio di ferro che lo stringeva. Avrebbe certamente provato un sollievo ineffabile solo che ella avesse acconsentito a deporre il manicotto; ma non bisognava pensarci. Ella era malvagia e si vendicava. Di che cosa si vendicava? Ugo Baldei non sapeva con precisione. Forse laveva offesa col suo amore; senza dubbio laveva irritata parlando male di Luca. Disse con timidezza, a bassa voce:
 Sar un alleato. Vuole?
Cloe curv le testa anche di pi.
Provava limpressione di raccogliere fango e gettarlo addosso a Luca.
 Vuole?  Ugo insistette  Vuole? Amico o nemico. Decida lei.
Una tristezza mortale fasciava il cuore di Cloe, che cominci a piangere, seguitando a rimanere immobile.
La fiamma aveva cessato di crepitare e il fuoco nel caminetto si velava di cenere. Ugo non si accorse chella piangeva. Attese, ma non ricevendo risposta continu:
 Parli; mi dica qualche cosa; mi faccia udire la sua voce.
Il pianto sino allora soffocato, ruppe dal petto di Cloe.
Ugo Baldei si chin per guardarla e sub una sensazione strana, mista di gioia e terrore, nel vederla in lacrime.
Non immaginava chella fosse capace di piangere; ci era per lui impreveduto, era imprevedibile. Vide il manicotto bagnato e domand con voce attonita:
 Lei piange? Dunque anche lei piange?
 Lei mi ha fatto male oggi  e, sollevata la veletta, si asciug le lacrime che le inondavano il viso.
Immediatamente, per la virt di quelle semplici parole, in Ugo la piet prevalse. Piet di lei e piet anche di s. Il mistero del dolore umano gli parve augusto e disse meditabondo:
 Io le ho fatto male oggi? Tutti ci facciamo del male a vicenda nella vita  e le prese una mano chella non ritrasse, tanto melanconica gravit spirava dalle parole di lui.
Egli aperse quella mano e vi curv dentro la fronte, socchiudendo le palpebre stanche. Riposare cos per unora sarebbe stato il paradiso; ma le dita di Cloe si contrassero appena ed egli lasci che la mano di lei si ritraesse.
Cloe si cal di nuovo la veletta fin sotto il mento, si avvi, verso la porta ed egli non disse nulla per trattenerla. Quando fu uscita and alla finestra e la vide camminare sotto la pioggia, collombrello aperto, il pacco dei libri stretto alla vita dal gomito, il lembo estremo della gonna bagnato e inzaccherato. Era piccolina, anche lei caduca, anche lei sottoposta alle miserie della carne, alle contingenze ridicole della vita, impastata di creta anche lei. Donde le veniva dunque la sua onnipotenza? Egli torn pensoso e avvolto nellombra di un terrore formidabile a sedersi presso il caminetto, dove il fuoco non brillava pi.
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Capitolo 2.
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Saliti i pochi gradini dellangusta scaletta, Luca si trov sul palcoscenico, senza peraltro giungere ad orizzontarsi: una vasta massa di ombra che si perdeva nello sfondo, una scena tutta sgualcita, abbandonata in terra a guisa di lacera vela, colpi affrettati di martello, che venivano da un angolo, bisbigli di voci che arrivavano non si sapeva bene da quale parte. Sinoltr cauto di alcuni passi e osserv. Nella cerchia luminosa di una lampada elettrica, appesa a una quinta, uomini e donne, in vari atteggiamenti, parlavano e ridevano a una voce, mentre in disparte due signorine bionde facevano a mulinello, tenendosi per le mani e mandando piccoli trilli punteggiati di gorgheggi. Luca toss ripetutamente per attirare lattenzione e le voci tacquero, le due signorine smisero improvvisamente di girare.
 Chi ?  domand con rude voce imperiosa Giovanni Cetrarpa, staccandosi dal gruppo e avanzandosi iroso verso Luca, il quale si tolse il cappello e disse:
 Sono in ritardo di qualche minuto, ma non per colpa mia.
Riconoscendo il poeta, Giovanni Cetrarpa assunse un tono di cerimonia e, fatta schierare la compagnia, present gli attori a Luca, nominandoli con enfasi sostenuta, quasich la modestia di capo comico gli impedisse di enumerare le molte benemerenze artistiche de suoi scritturati.
La prima attrice gli stese la mano, dicendo lusinghiera:
 Ecco Sita. Io sono contenta di lei come autore e spero che lei sar contento di me come attrice.
Ella attese un complimento, ma Luca si limit a farle profonda riverenza, trovandola assai diversa da quanto aveva immaginato. In arte Gemma Daddi aveva il nomignolo di uccellin belverde e invece somigliava a un topolino, col suo musetto puntuto, le labbra aguzze, i dentini aguzzi e taglienti, la bruna peluria leggerissima che le adombrava la pelle e gli occhietti neri, piccoli, perennemente in sospetto.
La piccolezza degli occhi dispiacque a Luca, che aveva vagheggiato Sita coglimmensi occhi stellanti di Cloe, n valse a consolarlo il vedere che Gemma Daddi possedeva unalta persona, serpentinamente snodata. Sita cogli occhi piccoli come due fori gli appariva unassurdit e Luca dovette farsi violenza per non mostrare la propria disillusione.
La prova cominci subito, perch il capo comico voleva che lautore giudicasse della disciplina ferrea da lui esercitata sulla compagnia e, quantunque il lavoro fosse stato sapientemente imbastito a Milano da Giovanni Cetrarpa, il poeta fu pregato con benevola condiscendenza di non risparmiare nessuna censura, quando ce ne fosse il bisogno.
La preghiera apparve immediatamente superflua, poich Luca Faltri interruppe fin dalle prime battute. Ogni timidit ed ogni impaccio cadevano in lui, allorch si trattava dellopera sua da salvaguardare e difendere, Inesperto dellenorme differenza che passa tra un quadro scenico, come lautore lo immagina, e un quadro scenico, come lartista lo intende, rimaneva stupito e irato, non ritrovando nella realt tutte le bellezze, tutte le sfumature da lui vedute con la fantasia durante il fervore della creazione.
Il re Dasarata, un generico della vecchia scuola, declamava i versi della sua parte collenfasi rabbiosa di un tiranno alfieriano; i bramini non cerano, perch si trattava di figuranti, che sarebbero venuti alle ultime prove; la moglie malvagia di Dasarata, la donna subdola dallandatura obliqua, era una bella creatura placida, che, vestita di un elegante abito di panno, si aggirava intorno al vecchio re con sorriso innocuo, e Sita, la quale avrebbe dovuto stare accoccolata presso la soglia, si era comodamente seduta in una poltrona dondolandosi con beata indifferenza.
Luca, fuori di s per la collera e lo stupore, si domandava se era proprio quello il primo atto della sua tragedia! Non gustava pi larmonia dei versi, udendoli prima dire in furia dal suggeritore, poi ripeterli, masticandoli, dagli artisti, che davano alle parole, collinflessione della voce, un senso diverso da quello chegli vi aveva trasfuso.
 Non cos. Io non ho inteso dir questo!  egli esclamava, precipitandosi avanti di corsa, quasi per salvare la vita ai suoi personaggi, e allora gli artisti, educatamente, dando prova di grande tolleranza, ricominciavano da capo per contentare il poeta.
Il vecchio re Dasarata gonfiava le gote, si fregava con le palme i ginocchi e declamava di nuovo con accanimento, buttando la colpa sopra il suggeritore, che pigliava gusto a lasciar cadere i versi nella buca invece di mandarli in palcoscenico, mentre il suggeritore lasciava intendere che quando si  perduta la memoria non ci si dovrebbe ostinare ad abbaiare i versi.
Giovanni Cetrarpa dava saggio del suo tatto squisito, serbandosi neutrale e lasciando allautore il diritto dimbestialirsi; anzi spinse la propria longanimit fino al punto di arrivare tre volte dalla foresta per soddisfare Luca Faltri, che annetteva alla prima apparizione di Rama una importanza esagerata. Daltronde, in quel giorno, tutti gareggiarono di docilit e, se Luca usc dal teatro scontentissimo per linterpretazione, dovette peraltro riconoscere che gli artisti erano, in massima, anche pi disciplinati de suoi scolari. Ma le cose cominciarono ad imbrogliarsi dalla seconda prova.
Lindomani Giovanni Cetrarpa era di umore idrofobo, e Luca, desideroso di renderselo benigno nonostante lantipatia che gli si andava accumulando in petto contro di lui, lo avvicin e gli disse con molta gentilezza:
 Peccato che ci fosse cos poca gente ieri sera a teatro! Lei ha recitato benissimo.
Gli artisti si sparpagliarono per il palcoscenico, soffocando le risa e Giovanni Cetrarpa guard fisso il poeta, nella certezza chegli avesse detto ci per umiliarlo; ma gli occhi di Luca esprimevano il candore mansueto di un agnello, onde lartista si limit a rispondere con arroganza:
 Poca gente? Piena la platea, occupati i palchi dal fiore dellaristocrazia, la critica al completo, e lei viene qu a farmi le sue condoglianze! grazie, non c di che  e gli volse il tergo, battendo sulle tavole il bastone e gridando arrabbiatissimo:
 Signori, si comincia!
E si cominci a provare dal terzo atto, nella reggia di Ravana.
Sita indossava uno sfarzoso mantello di velluto a liste di martora, aveva un cappellino tondo alla Maria Antonietta e faceva il gesto di chiamare a s la gazzella che non cera, coi vezzi leziosi di una damina incipriata danzante la gavotta. Luca la contemplava inorridito, senza nemmeno trovare le parole con cui esprimere la sua dolorosa indignazione.
Egli aveva ideato Sita come un essere primitivo, scimiesco ancora nellespressione del viso ed avrebbe voluto che lattrice si accoccolasse impaurita, si rialzasse di scatto, protendesse la testa e ridesse tenendo stretti i denti e mostrando le gengive; ondegli, infervorato, si rivolse a Gemma concitatamente e la supplic di ridere come le scimie ridono e comegli stesso rideva in quel momento nellaffanno di essere compreso e imitato; ma lattrice al sommo dello spavento, si coperse la faccia colle mani inguantate per non vedere:
 Dio mio  ella esclam  Lei  orribile. Mi pare davvero una scimia! Io mai dar al mio viso una espressione cos ributtante.  E poich il giorno successivo Luca cedendo allimpulso della sua impazienza, le disse irritato:
 Lei mi sbaglia quasi ogni verso. Non conosce le regole della prosodia?
Ella di rimando gli rispose con sussiego:
 No, ma conosco benissimo quelle del galateo e il galateo vale assai pi della prosodia.
Il piccolo battibecco ebbe uno strascico a prova finita, quando Giovanni Cetrarpa osserv al poeta, con fare pieno di malcelato disgusto, che il palcoscenico non  una caserma, n le prime attrici sono coscritti.
Da quella mattina le acque sintorbidarono maledettamente e intanto che i giornali parlavano dellardore fraterno con cui gli artisti si dedicavano a bene interpretare lopera del giovane poeta e narravano portenti dellassoluta intesa con cui Luca Faltri e Giovanni Cetrarpa davano rilievo ad ogni particolarit del quadro scenico, gli artisti si aggruppavano da un lato se Luca Faltri si collocava dallaltro e bastava che lautore manifestasse un desiderio, perch immediatamente il capo comico manifestasse un desiderio opposto; ma le formalit del cerimoniale venivano pur sempre rispettate. Al presentarsi di Luca, Giovanni Cetrarpa si avanzava per fare con dignit gli onori del palcoscenico e in quei momenti pareva un sovrano che sincontri col sovrano nemico sopra un campo di battaglia durante un breve armistizio; infatti le ostilit si riaprivano al ricominciar delle prove, dimodoch giorno per giorno gli artisti diventavano pi stanchi ed annoiati e Luca pi febbrilmente irrequieto.
 Tocca a Sita! Dov la signorina Daddi?  gridava dalla buca il suggeritore.
Nessuno sapeva in qual mondo la signorina Daddi si fosse nascosta, onde la prova rimaneva interrotta: il vecchio re Dasarata sbadigliava da rompersi le mascelle; Ravana, il re dei geni malefici, accendeva filosoficamente una sigaretta; il suggeritore si distraeva, imprecando al suo destino laido, finch la prima attrice ricompariva placida, masticando un pasticcetto. Ella che amava il piacer suo e rideva delle multe, era scesa alla pasticceria vicina. Le prove duravano interminabilmente e Gemma non voleva davvero rovinarsi lo stomaco per i begli occhi di Sita, che di femmineo non possedeva nulla, non leleganza, non la civetteria, non la malizia, non legoismo leggiadro, n il puntiglio, n il capriccio, nulla, nulla insomma.
 Tocca a Rama! Signor Giovanni, tocca a lei  gridava poco dopo il suggeritore.
 Il signor Giovanni  stato chiamato in botteghino  rispondeva qualcuno, e lassenza del signor Giovanni si prolungava indefinitivamente.
Luca approfittava dellintervallo per implorare da Ravana che si mostrasse malvagio il pi possibile. e lattore, un bel giovane che amava posare da gentiluomo, lo rassicurava, sorridendo con arguta cortesia. Il poeta si fidasse di lui, stesse tranquillo, non giudicasse gli artisti dalle prove, attendesse la sera della prima rappresentazione e avrebbe assistito a una completa metamorfosi! Erano tutti animati dalla coscienza del proprio dovere e, quanto a Giovanni Cetrarpa, si poteva oramai decretargli la fama di artista colossale.
E lartista colossale tornava dal botteghino inferocito, cogli occhi schizzanti ira, dopo un colloquio misterioso collamministratore. Si esaltava, sbraitando  Perch non avevano seguitate le prove senza di lui? Che mana era quella dinterrompersi ad ogni scena? Se la fiacca si era impadronita degli artisti, egli li rimetterebbe in gamba a suon di multe! Il capocomico era lui, egli e nessun altro si chiamava Giovanni Cetrarpa, voleva essere temuto, voleva che la nave filasse, che lequipaggio rigasse diritto. E, in piedi, nel centro della scena, faceva il Giove tonante, roteando in alto il bastone.
In virt di questi metodi le ore volavano, tutti avevano fame, a cominciare da Luca, e gli artisti intercalavano i versi di qualche imprecazione e molti sbadigli saporitissimi.
Lex corazziere scritturato per la parte di Anuman e di cui parecchi giornali avevano gi pubblicato il ritratto, era un bel tipo di fiorentino, che possedeva il merito di provocare le risa universali con ogni suo motto. Alla quinta prova Luca si arrabbi tremendamente con lui, avendogli pi volte e senza costrutto fatto ripetere alcuni versi.
Lex corazziere si dondol un poco sulla gigantesca persona, poi disse con umilt esagerata:
 Abbia pazienza e la mi compatisca, perch, come lei sa, io faccio lindiano.
La facezia ottenne un successo fenomenale; ognuno volle concedersi il gusto di fare lindiano e qualsiasi attore a cui si volgesse una qualsiasi interrogazione, rispondeva senza scomporsi:
 Io? Ma io, come tu sai, faccio lindiano!
Lunico che propendesse per il poeta apertamente era il vecchio generico, destinato a sostenere la parte del re Dasarata.
Egli aveva stretta amicizia con Salvatore Mantucci, che assisteva silenzioso alle prove, rincantucciato nellangolo pi oscuro del palcoscenico. A prova finita lartista si univa a Salvatore e di comune accordo entravano nel caff pi prossimo, dove il Mantucci ordinava e pagava la consumazione. Rimanevano lungamente seduti luno di fronte allaltro, sorseggiando con meditata lentezza il bicchierino del cognac o la tazza del caff e sintendevano, commiserandosi a vicenda, senza nemmeno scambiare una parola. Il generico non ignorava che Salvatore Mantucci era afflitto contemporaneamente da una malattia inafferrabile e da una moglie inarrivabile nellarte di rendere amara la vita ai pi prossimi congiunti; Salvatore sapeva a sua volta, che lartista, il quale sulla scena aveva sempre fatto da tiranno, trascorreva viceversa i suoi giorni a lasciarsi tiranneggiare dalla prole numerosa, dal capocomico, dalla moglie, dai creditori, dai compagni, da tutti insomma.
 Cosa ne pensa lei della tragedia?  domandava Salvatore, dopo aver pagato.
Lartista guardava con occhio di cupidigia gli spiccioli gettati dallaltro sul vassoio, poscia empiva daria le gote, gettava indietro il cappello verso la nuca, aguzzava lo sguardo e finiva per crollare il capo in atto dubbioso. Ecco! In fatto di tragedie, egli annetteva grande importanza al tiranno e qui il tiranno vero e proprio non cera. E poi, ad essere schietto, in Remote sorgenti mancava la scena classica della congiura e una tragedia senza congiura somiglia a una minestra senza sale. Comunque, il pubblico si entusiasma di frequente per le strampalerie, e considerata sotto questo punto di vista la nuova tragedia era un capolavoro.
Bei versi! Magnifici versi! Era lecito anche fare assegnamento sulla danza guerresca del primo atto, la gazzella, il gigante, la foresta, gli abiti bianchi dei bramini, i pastori vestiti di pelli... Tutto sommato cera da sperar bene!
Luca disperava invece, ondeggiando in uno stranissimo mare dincertezze. Appena libero correva a passeggiare per le vie del suburbio. Camminava a passi precipitosi, col bavero del soprabito rialzato fin sopra le orecchie e andava in estasi, ripetendo mentalmente la sua tragedia dalla prima allultima battuta, riedificandosela nel pensiero, rivivendola con gioiosa intensit. Che splendore di tragedia! Gli rideva lanima nel contemplare i personaggi, nellascoltarli colla fantasia! Le imprecazioni del re Dasarata gli scrosciavano alle orecchie sonore, spumeggianti, iridate come una massa dacqua cadente dalla cima di una montagna in pieno meriggio; le amorose lamentazioni di Sita avevano il murmure sommesso e dolce di una fontana che gema nella notte in giardino chiuso; i versi con cui Ravana insidiava la purezza di Sita gli si svolgevano davanti agli occhi rutilanti, simili a rubini e topazi uscenti a onde da scrigni miracolosi. Non dava alle parole il loro valore genuino, ma largiva ad esse un valore ipotetico incomparabilmente superiore alla realt e i personaggi gli apparivano integri, roridi di ambrosia, destinati alla vita perenne dei numi, perch li mirava attraverso il prisma della immaginazione concitata. Il sipario calava; il pubblico delirante acclamava con grida furibonde; gli artisti lo trascinavano alla ribalta ed egli contemplava sotto di s un essere animato ed ibrido, che lo avvolgeva nel calore del proprio alito ardente e di cui il cuore, formato di mille cuori, aveva un solo palpito di ammirazione appassionata.
Il petto di Luca si dilatava, le tempie gli battevano, girava locchio intorno trionfalmente, si asciugava il sudore, si sbottonava il soprabito e tornava a casa agitatissimo per giurare a Cloe che nessuno mai aveva scritto niente di simile alla sua tragedia.
E quando si ritrovava lindomani sul palcoscenico e vedeva quella gente muoversi, udiva materialmente risuonarsi allorecchio i suoi versi, uno sgomento insostenibile gli schiacciava lanima, un vuoto tetro si scavava nella sua mente, un gelo umido lo intirizziva, era stretto dallansia, trovava stupide le situazioni, stupidi i personaggi, stupidi i versi e giudicava s pi stupido e meschino di tutto il resto. Guardava allora furtivo la platea muta e vuota, donde torceva lo sguardo come dallarena del suo martirio e camminava agitato per vincere il freddo. che gli serpeggiava fin dentro le midolla. Lo irritava sino alla esasperazione il non sentirsi pi arbitro di s. Gli sfuggiva il dominio dei propri pensieri ed il nobile equilibrio spirituale che egli aveva conquistato con metodo tenace, gli si scompaginava ad ogni tratto, obbligandolo alla fatica di riedificarsi moralmente per opporre la saldezza della sua volont allurto delle circostanze. Ma le circostanze erano pi forti di lui ed egli misurava con dolente ironia quanto effimere siano le basi dei metodi che il nostro orgoglio intellettuale architetta nelle ore di placida meditazione e che gli avvenimenti travolgono, come lalta marea travolge sulla spiaggia il castello di sabbia edificato da un bimbo per ispasso.
Negli ultimi giorni precedenti la rappresentazione, Luca era quasi ammalato. Sedeva a tavola e non riuscita a mangiare, perch una palla di piombo gli gravava sullo stomaco, contraendogli lesofago. Arrigo Bolivan sorrideva di piet e domandava canzonando, se Remote sorgenti, oltre che remote, fossero anche avvelenate.
La sera Luca si coricava sfinito e gli tardava di potersi trovare disteso per chiudere gli occhi e sommergersi nelloblo. Ma il sonno fuggiva dalle sue palpebre ed egli contava le ore suonate dallorologio a pendolo nellanticamera. Temeva di avere la febbre; sentiva freddo e si rannicchiava; poco dopo sentiva caldo e sollevava le coltri con atto rabbioso.
Allora Cloe allungava il braccio e gli afferrava una mano che si metteva sul cuore, acciocch egli sentisse che anche il cuore di lei palpitava per ansia.
Cominciavano a parlare e discutevano dei personaggi di Remote sorgenti, come di persone vive, legate a loro da vincoli di sangue e da consuetudini familiari.
Perch mandare Sita al rogo? Ci ho pensato molto e mi pare una ingiustizia. Sita non ha fatto niente di male.
Luca difendeva Rama con accanimento.
 Sita non ha fatto niente di male, questo  vero; ma guai se Rama non agisse cos. Non sarebbe pi lui; perderebbe ogni personalit  e, poich Cloe seguitava a tacere, non sembrando convinta, Luca insisteva preoccupato:
 Non ti pare? Dimmi francamente, non pensi che Rama abbia ragione?
Cloe, senza discutere le buone ragioni di Rama, trovava che mandare Sita al rogo era una ingiustizia e che le ingiustizie non si devono commettere.
 Vedi  ella osservava  io ho notato che quando sopra il palcoscenico finiscono tutti collessere contenti, anche il pubblico diventa di buon umore.
Luca la interrompeva con violenza. In quel momento, nella sua stanza, dentro al suo letto, nel buio e nel silenzio, egli sfidava il pubblico, lo contava meno di zero, era prontissimo a gettargli in faccia il suo disprezzo.
Il pubblico non significa! Larte sola vale e larte ha le sue leggi immutabili che bisogna rispettare a qualsiasi prezzo.
Egli alzava la voce nel suo zelo apostolico per la religione dellarte e sulla parete si sentivano colpi irosamente battuti.
Era la signora Mantucci, impazientita dal bisbiglio delle voci e che non trovava giusto di perdere il sonno per la tragedia del genero. Quella maledetta tragedia la tormentava gi abbastanza durante il giorno. Luca e Salvatore non prendevano pi i pasti allora consueta e bisognava tenere la tavola apparecchiata da mattina a sera come in un albergo; Cloe aveva i nervi oscillanti, rapidi a scattare per un s, per un no; Arrigo Bolivan disapprovava tacitamente, non immischiandosi nei fatti altrui, ma considerandoli dal di fuori con occhio di osservatore: i quadri statistici glinsegnavano che la gente poco metodica e squilibrata finisce sempre collemigrare e la signora Mantucci fremeva di collera allidea che Cloe potesse emigrare un giorno, trascinata dal marito alla perdizione. Caterina stessa approfittava della baraonda per manipolare i suoi affarucci; dimenticava la met delle provviste, scompariva, si dileguava e non tornava pi. Frattanto il campanello della porta suonava senza interruzione. Telegrammi, espressi, lettere a mano, cartoline raccomandate, tipi buffi che si presentavano a chiedere di Luca Faltri, facce losche, giacche logore, scarpe squinternate, certe bocche fameliche, tutto un formicaio di persone ignote, che si presentavano con fare obliquo, ostentando ossequio ed a cui la signora Mantucci chiudeva la porta in faccia, infilando poi subito la catena di sicurezza. Ella non afferrava il nesso fra la tragedia di Luca e landirivieni di quella gente sospetta; ne chiedeva indignata al genero, il quale non ne sapeva nulla e non conosceva nessuno.
Glinquilini parlavano tutti di Remote sorgenti e quasi tutti ne parlavano con dileggio. Essi vedevano ogni mattina la domestica del poeta salire le scale con le foglie della verdura uscenti dal canestro, un grosso cartoccio stretto nella mano e un fiasco di vino appoggiato al fianco. Perbacco! Mangiava dunque il poeta. Mangiava come loro, anzi forse peggio di loro e questo li faceva ridere, li teneva, senza sapere il perch, in diffidenza ostile.
A scuola il fermento degli animi era dissimulato, ma doppiamente ostile. Il professore ditaliano arrivava sempre con qualche minuto di ritardo e il preside aveva dovuto in quellultima settimana alterare lorario delle lezioni, acciocch il professor Faltri potesse assistere alle prove della sua tragedia e tale alterazione temporanea aveva suscitato un vespaio nel corpo insegnante del liceo. Ciascuno amava le proprie abitudini, ciascuno aveva i propri affari ed appariva enorme che per favorire un professore se ne disgustassero cinque o sei.
Daltronde il preside Otto Per voleva mostrarsi longanime con Luca. Ammetteva le esigenze dellarte, era moderno, era disinvolto, odiava le pedanterie, ed i suoi studi pedagogici, dei quali aveva dato saggio recente con un articolo fatto pubblicare da Luca sopra una rivista, lo inducevano a rispettare lingegno in tutte le sue manifestazioni. Se le cose fossero andate male, se la tragedia fosse caduta, allora, naturalmente, egli si riserbava il diritto di comportarsi con altri metodi.
In mezzo agli alunni erano volati pugni tra i partigiani ad oltranza del professore Faltri e due isolati dissidenti, adoratori infelici di Ludovica Nori, la quale cresciuta, abbellita, con le vesti lunghe oramai, i capelli rialzati, le gote velate di cipria, aveva minacciato quel burbero ingenuo di suo padre di farsi suora missionaria, se egli fosse tornato a parlarle di un progetto di matrimonio con un giovane e ricco ufficiale del reggimento. Maritarsi non voleva; si professava stanca della vita, adorava i dolci, odiava le vivande sane, si stringeva forte nel corsetto, si profumava, rideva, piangeva; e teneva chiusi i libri di studio deliberatamente per non venir promossa allesame e ripetere cos il terzo corso di liceo. Avrebbe preferito la fine del mondo alla fine de suoi studi liceali.
Il colonnello, preoccupatissimo, si era consigliato col medico di casa, che aveva crollato le spalle sorridendo. Lasciassero sbizzarrire la signorina; ella attraversava il suo periodo di lattime sentimentale. Lasciassero che si sbizzarrisse e intanto le preparassero il corredo. Presto presto si sarebbe sposata con lufficiale scelto dalla famiglia.
Per il momento Ludovica Nori era assorbita dal pensiero del suo abito di tulle bianco, fatto apposta per la prima recita di Remote sorgenti, a cui avrebbe assistito da un palchetto di proscenio.
Di tutto questo armeggo fra il preside, il collega, gli alunni, Ferruccio Tandi faceva le matte risate. Egli prendeva in giuoco Luca, la tragedia, Giovanni Cetrarpa, il chiasso della stampa, leccitata curiosit del pubblico, e intanto dava al collega mille preziosi consigli e gli rendeva piccoli, inestimabili servigi. Era gi diventato amicissimo di tutti gli artisti e Luca lo contemplava ammirato, allorch, neglintervalli delle prove, dispensava lodi che includevano biasimi, e metteva in evidenza una pecca dinterpretazione, complimentando lattore o lattrice che laveva commessa.
 Sicuro! Sicuro!  egli diceva a Gemma Daddi, allacciandole un guanto, ovvero aiutandola ad annodarsi la veletta intorno al cappello.  Lei, mio caro Uccellin belverde,  semplicemente deliziosa. Vede, per esempio, nel primo atto? Unattrice meno squisita di lei farebbe chiss quali versacci, alzandosi dal posto per collocarsi al fianco di Rama. Lei invece si alza, non batte ciglio ed a piccoli passi si avvicina allo sposo.  niente ed  tutto! Lei  inarrivabile in quel momento.
E Gemma Daddi che aveva viceversa escogitata tutta una mimica per quella scena, afferrava a volo il consiglio nascosto negli elogi non meritati e ne faceva suo pr.
Anche Giovanni Cetrarpa lo ascoltava con deferenza e Ferruccio Tandi, in pochi giorni, era diventato sul palcoscenico un personaggio autorevole. Non dava nulla a nessuno, prendeva da tutti, sorrisi dalle attrici, sigarette dagli attori, bicchierini di fine champagne da Giovanni Cetrarpa, corse in vettura da Luca, e ciascuno lo ringraziava, ciascuno gli si mostrava riconoscente.
Luca un giorno glielo disse con meraviglia:
 Come fai? Sembri altruista e, in fondo, sei un egoista autentico. Come fai?
Ferruccio enunci con modi superficiali un aforisma profondo.
 Caro mio, dare lusinga lamor proprio assai pi che ricevere e, in genere, la vanit  anche pi potente dellinteresse. Chi d umilia, e questo  piacevole; chi riceve  umiliato, e questo  spiacevolissimo. Io sono un originale. Mi sacrifico per laltrui vanit e mi trovo benone. Sicuro! Sicuro! Mi trovo benone! Divertente baracca luniverso! Tutto sta saperci vivere.
Gi, tutto stava nel saperci vivere; ma Luca, pur comprendendo in virt di quali fili agiscono le marionette formicolanti sulla crosta del globo, preferiva studiarne il meccanismo ed osservarne le mosse, anzich farle ballare a suo vantaggio.
Daltronde egli dovette convincersi che nellimpasto ond formato il cuore umano, c di tutto, compresa una certa dose di bont, giacch allultima prova della tragedia i comici apparivano trasfigurati.
Si mostravano solidali con lui, tormentati dalla stessa ansia, impensieriti, umili, remissivi, compresi della loro responsabilit, ripassando la parte affannosamente, stringendosi intorno al poeta per farsi ancora spiegare il senso di una parola, per pregarlo di ascoltare la recitazione di un brano, per supplicarlo di tagliare un verso difficile, per confortarlo e farsi confortare.
Si sapeva che il teatro era tutto venduto a prezzi raddoppiati e ci elettrizzava lambiente.
La prima attrice, nel fondo della scena, si esercitava col maestro di ballo per le evoluzioni del secondo atto; un branco di brutti ceffi, esalanti odore di pipa, aspettavano di essere istruiti per fare da bramini; i guerrieri seguaci di Rama, reclutati dallamministratore non si sapeva in quali bassi fondi, battevano i piedi in cadenza sotto la direzione di un antico capo corista; il trovarobe andava in giro, interrogando a destra e sinistra, per essere certo di avere tutto preveduto.
Luca, digiuno, barcollante, se ne and prima che la prova generale fosse terminata, e nelluscire vide presso lo sportello del botteghino un signore dalla faccia arcigna che, estratti dal portamonete due pezzi in argento da cinque lire, faceva suonare il metallo sul banco e ritirava due biglietti di poltrone, gi prenotati.
Luca rabbrivid ed ebbe precisa in quellattimo la coscienza della sua responsabilit.
Chi spende il denaro delle proprie tasche ha il diritto di sentenziare, e Luca volse altrove gli occhi per non vedere il manifesto ed allung il passo per allontanarsi in fretta dal teatro.
Provava la sensazione di aver commesso una frode e gli pareva che quel signore dalla faccia arcigna dovesse erigersi a giudice contro di lui!
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Capitolo 3.
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 Addio, Luca, addio e buona fortuna  disse Cloe, ridendo nervosamente per nascondere la intensit dolorosa della commozione.  Ricordati che, durante il primo intervallo, devi venire in palco a salutarmi. Lo hai promesso  e gli teneva strette le mani, senza decidersi a salire nella vettura che aspettava e che doveva portarla a teatro insieme al padre.
La signora Mantucci aveva preferito di andarsene in galleria e Arrigo Bolivan si era comperata una poltrona, visto che il cugino non aveva pensato a regalargliela.
 Nel tornare a casa resteremo insieme, non  vero?
Luca ebbe uno scatto dimpazienza, ma si domin subito. Voleva tenere in briglia i suoi nervi; guai se gli avessero presa la mano! Sentiva che sarebbe bastato un attimo di concessione a se stesso, perch egli diventasse preda, anche esteriormente, del turbine che dentro lo travolgeva. Si era imposto di restare per tutta la serata seduto a tavola con tranquillit, si era imposto di mangiare pi del solito, si era forzato a parlare di cose futili, a prestare attenzione ai minimi episod del suo abbigliamento, aveva insomma premuto per lintiero pomeriggio sopra i suoi nervi, con la forza con cui si preme su di una molla pronta a scattare.
Tale esercizio di volont lo aveva rinvigorito; la vigilanza sopra se stesso, concentrandogli in uno sforzo unico tutte le energie del pensiero, lo aveva distratto dalla visione terrificante del prossimo cimento e, per alcune ore, aveva dovuto talmente concentrarsi e raccogliersi, che la ragione del suo smarrimento gli era sfuggita ed egli aveva dimenticato lorigine della propria ansia, assorbito dallidea fissa di misurare il senso di ogni parola e la portata di ogni atto. Ma oramai provava il bisogno di restare solo, perch la tensione della volont troppo a lungo esercitata lo faceva soffrire, quasi che unaltra persona lo avesse atterrato, lo tenesse ferocemente avvinto in ceppi per impedirgli di agitarsi. Era necessario chegli si svincolasse, sia pure per un attimo, che si sgranchisse per cos dire, che si abbandonasse alla violenza scomposta delle sensazioni discordi.
Spinse egli stesso Cloe nella vettura, accenn al cocchiere di mettersi in moto, e prov un sollievo indicibile nel trovarsi finalmente solo in mezzo alla strada deserta.
Il dispendio esorbitante di fluido nervoso, a cui in quegli ultimi giorni aveva dovuto sottostare, faceva s chegli vivesse come in unatmosfera di sogno. Gli pareva di trovarsi isolato sopra uno scoglio e gli pareva che loceano della vita rumoreggiasse intorno a lui. Vedeva salire le onde gigantesche, ne udiva il ruggito fatto di mille tuoni e guardava immobile, ascoltava immobile, sapeva bene che qualunque sforzo sarebbe riuscito inefficace contro lonnipotenza di quella massa fluttuante, minacciosa intorno a lui. Camminava frattanto e labitudine lo sospingeva a tenersi sul marciapiede, a scansare i fanali, ad evitare lurto dei passanti, ad attraversare la strada per seguire il consueto itinerario. A un certo punto si arrest; un faro brillava in lontananza, ma poi si accorse che un faro non era; gli parve invece locchio acceso di un ciclope e scorse il mostro che si approssimava con vertigine veloce. Ne ud il grugnito sordo, ebbe appena il tempo di spiccare un salto per uscire dal binario e il carrozzone elettrico spar, seminando scintille al suo passaggio.
Luca si scosse e comprese. Si trovava invia Nazionale piena di luce e di moto, simile alla galleria di un palazzo, dove ferva una cerimonia gioconda.
Guard lorologio; mancavano venti minuti alle nove. Era presto; voleva arrivare a teatro che lo spettacolo fosse cominciato per evitarsi lo spasimo dellattesa. Tutta quella gente che passava spensierata e affrettata, chiacchierando tranquilla, gli faceva rabbia.
Comprendeva con tristezza che ciascunanima vive isolata, chiusa nella cerchia dei propr moti, inaccessibile, separata dalle altre anime da un fossato profondo che nemmeno il ponte dellamore vale a superare. Luca pens a Cloe. Ella soffriva certo in quel momento, soffriva forse pi di lui, ma egli non poteva misurare sino allinfinitesimo la sofferenza di Cloe, nella guisa stessa che Cloe non poteva misurare la sofferenza di lui. Anche strette nei vincoli dellaffetto e della solidariet, anche avendo acquistato quasi un sincronismo di sensazioni per la spirituale promiscuit giornaliera, anche tormentate dalle medesime ansie, col desiderio appuntato verso lo stesso obietto, le loro anime rimanevano divise, turbinando ciascuna dentro unorbita separata.
La coscienza di tale isolamento indistruttibile e fatale trasfuse in Luca vigore.
Poich isolati ci si aggira nellambito del proprio dominio spirituale, a che pro chiamare aiuto? Gli altri accorrono pietosi, stendono le braccia, credono di aiutarci e non aiutano, rimanendo sempre al di fuori del limite che sarebbe necessario varcare per trarci a salvamento. Noi soli possiamo toccare il fondo delle nostre miserie; noi soli possiamo gettare lncora della nostra salvezza.
Torn indietro per via del Quirinale. Una mitezza soave si diffondeva nellaria e, sulla piazza, i corpi prestanti degli aurighi divini, collocati nel centro la guardia della fontana, sembravano usciti allora dalle mani dellartefice tanto essi ringiovanivano sotto il chiarore lunare; i cavalli marmorei, eretti sulle zampe e frementi, attendevano forse un cenno per lanciarsi col dorso teso e la criniera al vento a conquistare nel circo la palma della corsa; le balaustre, onde il circuito della piazza  tracciato, interrompevano con oblique liste dombra luniforme bianchezza del suolo; una sentinella si teneva immobile col fucile al piede presso il portone ampio della reggia; una carrozza stazionava chiusa davanti al palazzo della Consulta.
Luca guard gli aurighi trionfanti di giovinezza eterna e simboleggianti la forza e limpeto del mondo pagano, bello e possente; guard la mole della reggia, entro cui erano venuti a concretarsi in un magnifico fatto storico, il martirio e lanelito di tanti secoli ed ebbe la percezione rapida, orgogliosa, e dolorosa ad un tempo, della rinnovatrice tenacia che anima la specie e della caducit cui lindividuo  soggetto.
Lesistenza propria, la sua tragedia, le sue ambizioni, le ansie, i dolori, le sconfitte, le gioie, gli si smarrivano nella concezione vasta del passato e del futuro.
Gett via il fiammifero col quale aveva acceso la sigaretta e fece un gesto sprezzante di noncuranza. Chi penserebbe mai a cercare una stilla di pianto caduta nella immensit delloceano? Chi si curerebbe di scrutare che cosa avveniva in quellattimo fugace dentro i recessi di unanima fuggente?
Meglio valeva dunque non rifletterci pi e recarsi direttamente allArgentina, senza contare che le scarpe nuove gli costringevano forte il piede, infastidendolo enormemente.
Entr, non veduto, in palcoscenico e sedette, verso il fondo, sopra una cassa, col cappello in testa e le mani nelle tasche del soprabito.
Aveva riconquistato assoluta padronanza di s e provava una gioconda meraviglia nel constatarsi tranquillo. Era inconcepibile, ma era cos. Aveva sentito tremarsi vene e polsi, immaginando il pericolo di quellora e adesso ne rideva quasi.
Le voci degli attori giungevano a lui indistinte. Tese lorecchio per capire a che punto fossero; ma non arrivava a intendere bene. Certo parlava il re Dasarata con la sua voce cavernosa di tiranno alfieriano. Luca stava per alzarsi, quando il respiro gli manc ed egli ricadde sopra di s, pesantemente. Uno scroscio di applausi echeggiava. Chiuse gli occhi e attraverso le palpebre calate miriadi di fiammelle guizzarono.
 Alla porta la claque  egli ud una voce gridare.
Qualche applauso si trascin ancora, poi tutto ripiomb nel silenzio.
Luca, a punta di piedi, si avanz presso la scena e si trov alle spalle di due individui mal vestiti, forse due macchinisti, che cercavano di vedere sporgendo la testa.
 Era lapplauso di saluto per Giovanni Cetrarpa!  disse uno.
 C aria di burrasca  disse laltro.
A Luca cadde in terra il bastone, che teneva ancora in mano. I due si volsero, riconobbero lautore e si scansarono placidamente per cedergli il posto.
Di sghimbescio Luca vide Rama, il quale stava in posa umile davanti a suo padre, di cui la voce monotona declamava la sfilata delle benedizioni. Gli augurava la forza del leone, la saggezza dellelefante, lagilit del leopardo.
 Abbiamo capito. Diventer un serraglio.
Un urlo di protesta sorse dalla platea.
Evidentemente latmosfera era satura di elettricit e Luca esal un sospiro lunghissimo dal cuore oppresso.
La passeggera serenit di pocanzi sintorbidava come lacqua di una gora sintorbida, quando un sasso vi piomba. Ascolt con animo sospeso le parole della matrigna accusante Rama e vide il vecchio re che, senza parlare, si alzava col petto dai cuscini e dardeggiava sul figlio terribili occhiate. Il viso di Rama esprimeva ira, disprezzo, terrore della paterna autorit; Sita snodava le membra serpentine e si avvicinava allo sposo, mentre Giovanni Cetrarpa aveva trovato il promesso atteggiamento superbo.
I sensi acuiti fecero percepire a Luca che la sala palpitava in quellattimo sotto la forza evocatrice del suo pensiero. Egli ebbe limpressione di chiudere nel pugno tutti i cuori e si conficc le unghie nelle palme per tenerli stretti, per non lasciarseli sfuggire.
Il re Dasarata, investito anche lui da quel soffio caldo, scagli con bellimpeto la sua maledizione. I versi uscivano fluenti e sonori dalle sue labbra come il suono di un inno pastorale dalle canne argute di Pane.
Rama tremava; Sita gli metteva, guardandolo fiso, la mano dentro la mano, e i due giovani si allontanavano dalla reggia perseguitati dalla tremenda ira paterna. I guerrieri intrecciarono le danze; la matrigna si era prosternata; i bramini con le palme aperte e sollevate al di sopra delle teste, imploravano sui fuggiaschi la collera di Visnu.
Il sipario cal; un grido unanime di ammirazione sinnalz formidabile! Luca si sent afferrato, travolto, credette di trovarsi in faccia al sole tanto abbaglianti splendevano i lumi della ribalta e prov un senso di stupore pauroso come se Briareo gli stesse di fronte, allungando verso di lui i suoi cento tentacoli. Il sangue gli si gelava e il cuore frattanto gli diventava immenso per lorgoglio: egli era sopra un altare e turbe adoranti bruciavano mirra ai suoi piedi. La tenda ricadde, voci amiche gli suonarono dintorno, ma il pubblico gridava e per tre volte ancora la tenda si aperse, per tre volte ancora Luca si credette deificato.
Una falange di ammiratori invase il palcoscenico, facendo ressa davanti al camerino di Giovanni Cetrarpa, il quale abbracci il poeta con ostentata commozione. Dopo di che lattore si dette a parlare e gesticolare, pontificando.
 La poesia sola  vera nella vita! Tu solo, o Ideal, sei vero!  egli esclamava, intingendo biscotti dentro un calice di vecchio Malaga. Il verismo lo nauseava; la prosa era linguaggio da mercanti; i soli versi erano al pensiero degno paludamento! Si entusiasmava sulla profondit simbolica dei miti; avrebbe voluto vivere in Grecia per recitare intiere giornate le trilogie di Eschilo, davanti ai portici del Partenone, circondato dalle statue di Fidia, alto sul coturno, con la voce rimbombante sotto la maschera, contemplando tra il pubblico guerrieri reduci da Maratona e donne in deliquio per la tragica onnipotenza del suo gesto.
Lamministratore fece capolino alluscio, ammiccando, e Giovanni Cetrarpa si trasse con lui in disparte, corrugando la fronte e abbassando la voce.
Luca stava accasciato sopra una poltrona.
Non vedeva, n udiva, n giungeva a discernere se il viluppo che gli si attorcigliava intorno al cuore fosse di spasimo o gioia. Forse aveva la febbre e tutte quelle persone erano larve create dal suo delirio. La voce di Ferruccio Tandi gli arrivava come di lontano.
Che cosa diceva egli?
 Sicuro! Sicuro!  Ferruccio mormorava lentamente, giudicando opportuno non isbilanciarsi.  Il primo atto  andato a vele gonfie. Gli amici al posto; nel palco del colonnello Nori mezza lufficialit del reggimento e la signorina non aveva nemmeno i guanti per battere le mani. Il cavaliere Otto Per appariva sconcertato e rideva di un riso piuttosto giallo. Questo  buon segno. Non parlo di tua moglie. Credo sia svenuta di gioia in fondo al suo palco. Sicuro! Sicuro! Il primo atto  andato magnificamente!
Si capiva peraltro che non era convinto e che sentiva circolare nellaria qualche cosa di dubbio. Forse quattro atti di genere indiano erano troppi, forse troppi studenti stavano ammassati nel loggione, forse la critica gli sembrava arcigna. Ugo Baldei aveva una faccia di carnefice. Poi talune frasi colte a volo negli ambulacri! Roba fantastica, pletora di metafore. A conti fatti era savio il non pronunziarsi e concluse, largendo a Luca la sua frase prediletta:
 Comunque, cadrai sempre dallalto di una torre!
Il secondo atto sinizi sotto cattivi auspic. I nomadi pastori della remota India somigliavano obbrobriosamente a pecorari della campagna romana; le querimonie di Sita per ottenere la gazzella erano lunghe, interminabili, quantunque espresse in dolci versi armoniosi.
Un sonoro sbadiglio echeggi dal loggione e nessuno protest; anzi taluni risero ed allorch Rama si decise a internarsi nella foresta per dare la caccia alla bestia meravigliosa, ci fu nel pubblico un bisbiglio di soddisfazione ironica.
Finalmente! Era tempo! Se Rama avesse indugiato ancora un poco, il pubblico senzalcun dubbio sarebbe caduto in catalessi.
In Luca lebbrezza degli applausi era sparita ed egli misurava adesso con lucidezza angosciosa le infinite lungaggini del dialogo. La tela si era alzata da sedici minuti e gli pareva fosse da unora. Dio! Dio! Non finivano pi coloro di abbaiare versi?
Passeggiava a grandi passi nel fondo della scena, simile a leone chiuso dentro una gabbia e provava impeti di ferocia contro s stesso. Avrebbe voluto fischiarsi e bastonarsi; sopratutto avrebbe voluto che Sita la smettesse di piagnucolare! Non riusciva a stare fermo. Nutriva lillusione vaga che, accelerando il passo, anche gli artisti si sarebbero affrettati verso la fine dellatto. Il pubblico rise, schernendo, a una battuta del fratello di Rama e anche Luca rise, fermandosi di botto con le mani in tasca.
Ridessero, schiamazzassero, era il meglio che si potesse fare! Un odio acerbo contro lopera sua gli serpeggiava nel sangue; se i personaggi della tragedia fossero stati esseri vivi, quale gioia avrebbe gustato a martirizzarli!
Come li disprezzava. Come si disprezzava! Era in preda a tale esasperazione che se il pubblico avesse applaudito, Luca ne sarebbe rimasto indignatissimo, eppure quando il sipario cadde fra un silenzio ostile, egli ne prov uno schianto e ristette immoto cogli occhi sbarrati e fissi, come se indagasse il perch di quel silenzio.
I dannati dellultimo cerchio dantesco, confitti nella ghiacciaia, non dovevano soffrir pi di quanto Luca soffriva.
Giovanni Cetrarpa era furibondo. Nel suo costume indiano, sempre lo stesso in tutti gli atti, somigliava a un sacerdote di qualche rito scomparso.
Aveva il volto segnato di rosso, i capelli tirati verso le tempie, le gambe nude e villose, una breve gonna di seta a vivi colori interno ai fianchi, sul petto cadevan collane in giri molteplici, ai polsi ed ai malleoli cerchi doro brillavano. Un costume ricco e bizzarro da lui stesso ideato, non ostante la disapprovazione di Luca.
Giornalisti e letterati gli facevano corona, rimanendo perplessi. Non osavano biasimare; non volevano lodare, mentre Giovanni Cetrarpa inveiva contro lignoranza bestiale del pubblico. Larte? Parola vana per le masse. Bisognava dare in pascolo a quelle creature sciocche o Pulcinella o Maria Giovanna, la moglie del beone! Giurava di mettere in iscena I due sergenti per lindomani e si batteva il pugno sul petto, roteava gli occhi nelle orbite, pareva un despota orientale, cui la plebaglia ribelle profanasse il soglio o calpestasse il diadema.
Uno dei presenti obiett infastidito che non era giusto prendersela col pubblico. Senza mancare di rispetto a nessuno, Remote sorgenti, che dal lato letterario potevano anche essere un capolavoro, considerate dalla platea apparivano grottesche.
Giovanni Cetrarpa approv subito, investendo con foga il poeta, che ascoltava silenziosamente, bianco in viso, ma impassibile nel contegno.
S, era verissimo. La tragedia tendeva al grottesco! Giovanni Cetrarpa laveva capito al momento stesso della lettura; ma il grottesco, dopo tutto, confina col sublime, ondegli si era illuso. I caratteri magnanimi, le fantasie pronte al volo commettono di tali nobili errori ed il pubblico avrebbe dovuto rispettare la sua illusione.
Luca Faltri lo fiss coi chiari occhi dove un lampo di schernitrice piet brillava e Giovanni Cetrarpa tent annichilirlo sotto un fiero sguardo.
In quella, il cavaliere Otto Per si fece largo ossequioso, grave, col cappello in mano, ed egli aveva laspetto talmente decorativo con gli occhiali rilegati in oro, la barba brizzolata e fragrante, lampio torace prominente sotto lo sparato candido della camicia che Giovanni Cetrarpa, scambiandolo per un uomo politico, gli fece un inchino rigido, allinglese, in perfetto contrasto col suo costume.
Il cavaliere, dopo unauto presentazione, squisita per misurata sostenutezza, manifest con autorevole bonariet la sua opinione.
Egli sentenzi che la tragedia non era abbastanza educativa. Quel vecchio re che maledice il figlio in base a una semplice insinuazione era troppo impulsivo e ci gli pareva un oltraggio alla vecchiaia. Cit il libro di Cicerone De Senectute ed espose un esempio classico di rispetto ai vecchi.
Giovanni Cetrarpa, lusingatissimo, lo ascoltava con deferenza sincera ed approvava calorosamente anzi una lacrima gli spunt dal ciglio, alludendo a suo padre, rispettabile vegliardo, vivente da patriarca in un villaggio della Svizzera.
Lintervallo si prolungava, il pubblico batteva piedi e bastoni, il buttafuori aveva gi a pi riprese domandato a Giovanni Cetrarpa se pel terzo atto si dovesse dare il segnale; ma Giovanni Cetrarpa aveva risposto spazientito che cera sempre tempo a sentirsi rintronare di fischi le orecchie.
Finalmente si dette il segnale, quantunque la prima attrice, tormentata da violenta, improvvisa emicrania, stesse ancora chiusa in camerino con una compressa ghiacciata sulla fronte.
Il sipario si alz in mezzo a rumori ostili di vario genere.
Si era tanto scritto, tanto parlato intorno alle meraviglie della reggia di Ravana che la realt apparve una mistificazione. Il pubblico cominci a prendersela con le due schiave seminude, che agitavano ai lati di Sita grandi ventagli di piume. Si rideva di loro senza ragione. Se ogni spettatore avesse avuto ai fianchi qualcuno per fargli il solletico non avrebbe potuto ridere pi convulsivamente.
Per colmo di sventura la gazzella, quella famosa gazzella promessa e ripromessa, era mancata allultimo momento e Sita doveva far le viste che lanimale fosse a saltellare in luogo cognito a lei sola, tantoch tutte le espressioni dolci da lei rivolte alla gazzella provocavano urli di gioiosa indignazione.
 Vogliamo la gazzella! Fuori la gazzella!  si gridava con burlesca insistenza e si larg, per fare pi chiasso, uno speciale applauso alle schiave quando esse allapparire di Ravana se ne andarono.
Luca era entrato nel camerino della prima attrice e si contemplava inebetito dentro il grande specchio occupante il fondo della parete. Perch si trovava l, invece di trovarsi in cima alla rocca della sua San Marino a udire il rombo poderoso del vento tra le gole del monte, a mirare contorcersi, abbassarsi, innalzarsi, aggrovigliarsi i rami fronzuti delle quercie secolari, ad offrire la faccia con volutt superba alla pioggia sferzante lanciata con violenza dalle nubi turgide, a seguir collocchio i giri larghi dei falchi bruni, forti, liberi, gioiosi in grembo alla bufera? Luca provava quello che un barbaro prigioniero doveva provare nella cavea del circo, attendendo il minuto del suo martirio. Sulle gradinate urlava ebbro il popolo, ruggivano sotterra le belve digiune, mandavano gemiti di strazio i martiri dilaniati nellarena e il barbaro prigioniero volava con tutta lanima alle foreste ampie, dove sotto il chiaror della luna danzano in loro danze le scaltre lepri e dove i druidi dalle chiome prolisse celebrano riti al riparo degli alberi sacri. Volava tutta lanima del barbaro prigioniero ai liberi giorni, ai liberi luoghi e ripensava le cacce, i canti, i conviti, la gioia selvaggia di vivere selvaggiamente.
Due grosse lagrime piombarono dagli occhi di Luca e caddero sul tappeto. Vedendo nel cristallo piangere quel robusto giovane, rimase pieno di stupore, stese per istinto le braccia verso di lui quasi a soccorrerlo e il robusto giovane fece altrettanto, protendendo la faccia scomposta forse per bisbigliargli parole di conforto con le labbra tremanti e livide.
Luca indietreggi spaventato, volse altrove il capo, lasci cadersi le braccia e limmagine ripetette gli stessi suoi movimenti. Ma diventava dunque pazzo? Si gett sul piccolo divano e gli parve che il divano fosse un fragile schifo e che su quel fragile schifo egli si trovasse in bala del mare sconvolto. Simile infatti allululo delle onde sbattute era il rumore che gli giungeva dalla sala.
Luca reag violento contro la propria vilt. Si alz, gett indietro il capo, chiuse i denti, irrigid i muscoli delle braccia e strinse i pugni, quasich un nemico forzuto gli stesse di fronte ed egli si accingesse a sostenerne lurto disperatamente. Frattanto si accorse che un filo del suo pensiero, filo sottilissimo e isolato tra larruffo degli altri pensieri pi prepotenti, lo distraeva e lo guidava a osservare presso luscio qualche cosa che lo infastidiva, come una mosca pu infastidirci pur tra gli spasimi di una ferita. Gli parve che se quel fastidio cessasse, egli ne risentirebbe immediato benessere. Segu dunque collocchio il filo sottilissimo del suo pensiero e vide ammucchiato in terra un asciugamano umido. Lo raccolse e lo distese accuratamente sopra la spalliera di una seggiola, provando subito per lumile atto una dolce rilassatezza in tutta la persona. Lasciugamano faceva una grinza ed egli stir quella grinza pazientemente, con la palma della mano. Volle indagare perch da ci gli era venuta la calma e suppose che il lembo umido di tela, sciorinato cos sopra la spalliera della seggiola, gli rievocasse lava quasi centenaria, allorch ella dinverno sciorinava davanti al camino il tovagliuolo prima dei pasti per riscaldarlo.
Comunque, era tranquillo e usc con placidezza dal camerino.
 Bravo! Viva il gigante! Basta! Finiamola! Evviva le marionette!
Queste grida furiose del pubblico erano provocate dallapparizione di Anuman. Lex-corazziere produceva in verit un effetto disastrosamente ameno; dovendo simulare uno scimo, ossia un essere di mezzo fra luomo e il quadrumane, Luca aveva ad ogni costo voluto chegli si facesse un muso scimiesco e si allungasse le orecchie con due pelose appendici. A ogni mossa del capo di Anuman le due appendici pelose si dondolavano e ci mandava il pubblico in visibilio.
Come se questo fosse poco Anuman, vista landatura delle cose, corteggiava la platea, esagerando la toscanit della sua pronuncia.
 Dio ane  si urlava dal loggione  gli  giunto or ora da Firenze codesto indiano.
E lex corazziere accennava col capo di s, facendo spenzolare in avanti le orecchie posticce.
Gli annali del teatro non serbavano memoria di consimile baraonda.
Giovanni Cetrarpa, nellentrare in iscena pel finale dellatto, si urt con Luca e gli si volse inviperito, dardeggiandogli uno sguardo velenoso. Perch non si sprofondava sotterra colui? Aveva dunque la faccia di bronzo e lanima di pomice?
Luca sostenne quello sguardo e si avvicin indifferente per divertirsi. Era nel suo diritto. Aveva preparato agli altri uno spettacolo; gli altri invece offrivano spettacolo a lui e voleva goderne. Chi lo avesse veduto in quel momento, lo avrebbe scambiato per un estraneo tanto egli se ne stava impassibile col fianco appoggiato alla intelaiatura di una scena. Se le scarpe nuove non lo avessero torturato si sarebbe anzi spassato moltissimo. Rideva fra s, a scatti, e si volse animoso nel sentire qualche cosa di lieve e di vivo tremare al suo braccio. Guard e vide Cloe, di cui gli occhi erano dilatati pel terrore, ma di cui tutta la persona fremeva per la collera. Si capiva che, potendo, avrebbe schiaffeggiato tutti coloro chiamandoli:
 Vili! Vili! Vili!
Ugo Baldei, che si era inebriato a contemplarla, non laveva trovata mai cos bella, di una bellezza terribile che gli suscitava in cuore odio e paura. Aveva osservato il viso di lei illanguidirsi per tenerezza durante il primo atto, poi sfavillante di tripudio, mentre Luca si presentava tra gli applausi alla ribalta. In quellattimo, allorch ella in piedi nel palco batteva le mani e irraggiava sorrisi dalla bocca dischiusa, dalle fossette delle gote, dal palpito lieve delle brune ciglia tra cui scintillavano di amoroso giubilo le pupille, lanima di Ugo Baldei era insorta a tumulto, chiedendo imperiosa pascolo di vendetta pei lunghi strazi sofferti. Poscia egli aveva veduto la faccia di Cloe scomporsi durante il secondo atto e gli era parso che i neri capelli di lei, alti sulla fronte, dessero a quel viso atterrito lespressione crudele di una Gorgone. Attraverso lanima del marito ella gioiva, attraverso lanima del marito ella soffriva e Ugo Baldei si domandava perch le consolazioni e le afflizioni di Luca Faltri dovessero, pel tramite del viso di Cloe, giungere a lui e sconvolgerlo fin dentro i pi reconditi penetrali del pensiero. Sentirsi cos legato inestricabilmente da vincoli spirituali a quei due esseri che di lui non si curavano, che ignoravano la morale servit di lui, gli trasfondeva il desiderio tormentatore di liberarsi a qualsiasi costo e riconquistare la propria libert. Loccasione propizia si presentava e ne avrebbe tratto partito. Avrebbe schiacciato, annichilito per lungo tempo Luca Faltri sotto la sferza di uno di que suoi articoli distruggitori, profondi nellanalisi, rivestiti nella forma di umorismo feroce. Alz gli occhi verso il palco di Cloe per isfidarla con lo sguardo, ma ella era scomparsa. Si trovava gi presso di Luca, il quale nello scorgerla non mostr meraviglia, n le rivolse motto. Semplicemente, poich ella gli si stringeva sempre di pi con la persona scossa da tremito irrefrenabile e vinta da sussulto a ogni nuovo clamore, egli lallontano da s con gesto brusco.
Era stupido tremare e sussultare.
Egli preferiva rimanersene tranquillo a contemplare da spettatore lo schianto delle proprie speranze. Ledificio crollava perch egli non era stato valido a gettarne le basi ed a sovrapporne le pietre. Crollasse dunque ledificio, crollasse il mondo, gli piovessero sul capo le macerie, gli sfuggisse di sotto i piedi ogni appoggio, egli sarebbe rimasto impavido a mirare con occhio asciutto il cumolo delle rovine.
Il destino poteva stritolarlo, ridurlo in polvere, spargere la polvere di lui ai quattro venti, ma togliergli il sentimento della sua fierezza no, il destino non avrebbe potuto fino che nel petto di Luca alito di vita fosse guizzato.
Il telone cadeva e gli artisti si sparpagliavano esterrefatti. Quella non era una sala di teatro, quella era unarena di antico circo. Anche se il poeta avesse commesso un delitto a danno individuale di ogni spettatore, il pubblico sarebbe stato ad ogni modo troppo feroce.
La prima attrice ebbe un accesso di convulsioni; il vecchio re Dasarata fissava Salvatore Mantucci con tristezza meditativa, e Giovanni Cetrarpa mesceva champagne ad un gruppo di amici nel suo camerino. Affettava di parlare con disinvolta leggerezza della tragedia come di episodio insignificante nella sua luminosa ascensione di artista, come dun capriccio strano e puerile che aveva voluto concedersi il gusto di levarsi. Ne discorreva a guisa di avvenimento gi trascorso, quantunque ci fosse ancora un atto da recitare; alludeva allautore come a persona morta, crollava le spalle con impazienza quasi per liberarsi da un fardello incomodo ed esaltava Shakespeare, lautore degli autori, il nume dei numi, il solo poeta degno di riverenza. Gli altri? Oh gli altri erano formiche, erano polvere! E faceva latto con la mano di allontanare da s la folla dei pigmei.
Nessuno si occupava di Luca, nessuno era salito a cercarlo. Pareva che egli non esistesse pi e giacesse sepolto definitivamente sotto i rottami della sua tragedia. Daltronde erano presi tutti dalla febbre di chiudere la disgustosa parentesi e non sentir pi nemmeno parlare di Remote sorgenti. Recitarla di nuovo? Tentare la sorte in unaltra citt? Ah! no! Ah no! Perdio! Oltre tutto si buccinava che il poeta fosse jettatore.
Lintervallo fu brevissimo. I palchi si erano in grande parte vuotati, le poltrone apparivano deserte a met e solo il loggione rimaneva gremito di studenti e dilettanti in letteratura, decisi a spassarsela fino allestrema battuta.
In tre palchi centrali di seconda fila schiamazzavano sfrenatamente, giubilando senza misura, una ventina di autori inediti giovani e vecchi. Si sarebbe giurato che ciascuno di essi avesse ereditato qualche milione. Ridevano, vociavano, si chiamavano per nome dalluno allaltro palco, si spenzolavano col busto fuori del parapetto, si sbracciavano, scalmanati, sudanti, gareggianti, felici di giuocare a palla col nome di Luca Faltri, che si erano sentiti per un anno suonare allorecchio e che adesso tripudiando, facevano rotolare nella polvere con alto clamore.
Le prime scene dellultimo atto passarono fra la noia, perch in nulla offrivano appiglio alla gazzarra, ma larrivo di Anuman dette il segno della battaglia finale. Gemiti, fischi, grugniti, invettive, lazzi, pestar di pugni sui parapetti, abbaiamenti, ululati, miagolii.
Oramai la tragedia, o bella o brutta, non centrava pi. Nessuno ascoltava, tutti gridavano. Listinto bruto, latente sempre nellanima collettiva di ogni folla, si era destato e impazzava. Due volte si tent di far calare il sipario; due volte il pubblico reclam, con voce formidabile, la integra recitazione della tragedia.
Luca, cedendo alle appassionate implorazioni di Cloe, era fuggito con lei dal teatro per lusciolino del palcoscenico.
Appena toccato il rifugio della sua stanza, si spogli in fretta e mand un lunghissimo, ineffabile respiro di soddisfazione nel sentirsi libero finalmente dalla morsa delle scarpe nuove.
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Capitolo 4.
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La mattinata era frizzante, ma limpida e Luca, appena varcata Porta Pinciana, sent accarezzarsi il viso dallaria densa per lodore di resina proveniente dalla pineta di villa Borghese. Era uscito di casa mentre ancora tutti gli altri dormivano e si trovava l, sotto il cielo aperto, in mezzo alla campagna aperta, circondato da cose umili e buone, gli alberi, la minuta erba del sentiero, le siepi fronzute il velo della brina, roseo nel bacio ancora incerto dei raggi solari, i cristalli delle finestre lontane corruscanti a guisa di giovanili occhi innamorati, e le cose tutte esalavano per lui il senso intimo della loro vita placida e ritmica. Lo spirito di Luca gust subito il benessere che un corpo stanco e polveroso gusta nel detergersi con fresco lavacro, e riacquist la libert di assurgere al di sopra degli avvenimenti per contemplarli dallalto, scernerli, indagarli e classificarli.
Infil, a sinistra di villa Borghese, la via campestre e sinoltr per lungo tratto senza voler pensare, lasciando che le idee gli si sbandassero, nulla facendo per richiamarle, cullato e riposato dai loro fantastici avvolgimenti. Le idee nel cervello gli volavano a sciami, a guisa di api uscenti con foga dallalveare. Volassero le idee a sugger nettare! Gli sarebbero tornate cariche di miele. Per allora egli si abbandonava giocondamente alle funzioni della vita animale, che nel suo organismo sano e giovane si svolgevano con meccanica regolarit. Procedeva in fretta, assorbendo ossigeno coi polmoni, luce colle pupille, benessere con ogni poro della sua cute, gaiezza inconsapevole con ogni sguardo gettato allintorno. Un velo di giocondit fluttuava trasparente e iridato, scherzoso e mobile come il sorriso dellinfanzia e, dovunque un lembo del velo fatato posasse, i fili dellerba scintillavano, i rami degli alberi oscillavano, mandavano fragranza le siepi, muggivano forte gli armenti, gorgogliava lacqua nei piccoli canali nascosti, frusciavano i canneti curvi, maliziosi e giulivi a intendere lamorosa canzone del ruscello.
Leco sonora di colpi battuti e ribattuti sul ferro scosse Luca dalla beatitudine del suo torpore ed egli vide presso il ciglio della strada solitaria sorgere una casetta piatta e davanti alla soglia due uomini nerboruti, che battevano con foga sopra il cerchio metallico di una ruota. Dalla porta spalancata si scorgeva la stanza buia, ingombra alla rinfusa di strumenti adatti al mestiere e nel centro della stanza il fuoco ardeva, innalzando lingue rosse tra le spire del fumo.
Luca rallent il passo e contempl il quadro con sospiro di rammarico, poi, ad un tratto, rise fra s per il sorgere di un bizzarro pensiero. Segli avesse detto a quei due uomini semplici, assorti nellopera alacre del loro braccio, che egli aveva scritto una tragedia, che la tragedia aveva suscitato la sera innanzi i clamori di circa duemila persone, chegli, ascoltando quei clamori, aveva creduto morire di spasimo e che lavvenimento, pur non tangendo in nessun modo la incolumit della sua persona, pur non ledendo in maniera immediata i suoi interessi, rappresentava per lui un disastro superiore alla rovina di tutti i suoi beni e che egli era attanagliato dal dolore, perch gente a lui ignota, di lui certo intellettualmente inferiore, gente mai veduta e che forse da vicino mai vedrebbe, aveva riso e schiamazzato nellascoltar parole vane da lui vanamente accozzate ad esporre fatti non veri, segli avesse ci narrato a quei due uomini sudanti intorno al cerchio metallico di una ruota, essi avrebbero sollevate le fronti per mirarlo attoniti e sarebbero tornati allopera loro senzaver nulla compreso.
Ci lo indusse a meditare sulla maggiore potenzialit di sofferenza onde gli uomini di pensiero sono dotati, osservando comegli fosse in grado di valutare la portata di ogni sentimento che avrebbe potuto colpire que due lavoratori, mentre essi lo avrebbero irriso per la sventura sotto la quale egli si contorceva.
 Chi si innalza si isola  Luca pens, poscia si domand, camminando adagio e spingendo avanti con la punta del piede un ciotolo rotondo, se val meglio assidersi in cerchio presso il desco comune, fraternamente attingendo alla coppa delle comuni vicende, ovvero assidersi sdegnosi in disparte e spezzarsi da soli il pane, da soli assaporarne la dolcezza o lamaritudine.
Croll il capo rassegnato. Siamo quelli che siamo. Si nasce, si vive, si muore portando ciascuno il proprio fardello, che  per tutti uguale, che contiene per ognuno la dose medesima di sostanze; ma, ad un certo momento, noi mescoliamo a nostro modo tali sostanze ed il fardello ci schiaccia o ci diventa leggero a seconda dei metodi adoperati nellamalgama.
Ecco tutto.
Luca scaravent lontano il ciotolo rotondo con impazienza, Meditando sarebbe tornato a reintegrarsi, ed egli voleva scindersi per vivere qualche ora lontano dalla personalit artificiosa creata dal suo pensiero; vivere della vita unica vera; vivere a somiglianza dellalbero, cui basta il succo della terra per vegetare ed arricchirsi di fronde; vivere della vita generica del bruto, che mangia e procrea nellesultanza libera dellistinto.
Egli subiva il fenomeno comunissimo alle persone sottoposte al lavoro continuo della ideazione: credono sottrarsi al dominio del pensiero e cadono frattanto nelle maglie capziose del sofisma.
Si accorse di questo e ne fu irritato perch, conoscendosi, sapeva che il sofisma lo avrebbe lasciato scontento di s, facile preda alle zanne della realt, che si teneva in agguato oltre la fragile barriera delle sue argomentazioni.
Guarda lacqua del mar com turchina,
La casa del mio amor com lontana.
Egli guard infatti e vide un villano adolescente in piedi sopra una scala a piuoli, tenendo il braccio immerso dentro i rami dellalbero da lui potato con gesti recisi. Le parole dello stornello volavano via, inseguendosi con molli cadenze, lacciaio della piccola ronca mandava lampi tra il verde giallognolo delle foglie.
Luca attravers il viale dei Parioli, ai lati di cui le fila degli arboscelli giovanetti si chinavano allaria agilmente, simili a corpi snelli di efbi e sinerpic pel viottolo che, rasentando il mandorlo sacro alla memoria dei fratelli Cairoli, conduce al prato dominante a foggia di terrazza il corso ampio del Tevere. Si assise sullorlo del dirupo, allungando le gambe fra gli sterpi, con la persona tutta immersa nel sole, con la fantasia smarrita per lazzurro tranquillo, le mani abbandonate nel viluppo dellerba, le nari accarezzate dallodore acuto della menta e del timo. Ebbe la gioia di sentirsi veramente libero, staccato dalle miserie della vita sociale, al disopra del danno che altri avrebbe potuto recargli, felice perch sereno, sereno perch in un attimo di equilibrio perfetto.
Il sole compiva, come da tempi immemori, lopera sua vivificatrice; il fiume correva instancabile dalla sorgente alla foce; i rami stormivano; i pruni pungevano; le erbe mandavano odori; la terra umida fumigava sotto il calore: glinsetti volavano; lacqua largiva allaria vapori; le pietruzze stavano immobili e immobili sarebbero docilmente restate sino a quando una forza esteriore non avesse trasfuso loro limpulso del moto; ogni cosa grande e piccola ubbidiva gioconda alle leggi della propria essenza e in tale sommessione placida ogni cosa esercitava la propria virt e si rendeva benefica. Lasciarsi vivere, questo  il secreto. Luca si distese, rilass le membra, chiuse le palpebre e si divert a vedere le ombre dei rami agitati danzargli davanti, attraverso il velo delle palpebre abbassate. Rideva da solo come un ragazzo, strappava a manate lerba odorosa, che si passava poi adagio sul viso, provando un senso smisurato di orgoglio nel sentirsi felice, nonostante tutto e tutti. Cosa facevano in quel momento coloro che la sera innanzi lo avevano martirizzato? Luca stese le braccia con atto pigro, sollev il busto, apr gli occhi, bevve luce, aspir odori, ascolt col respiro sospeso la divina armonia del silenzio campestre e si lasci ricadere voluttuosamente tra lerba. Sfidava ad uno ad uno i suoi carnefici di essere felici, completamente, assolutamente, comegli era felice in quel punto. Ricord quanto aveva sofferto poche ore prima e ne rimase stupito. Perch aveva sofferto tanto? Gli avevano forse strappato a brani la carne o lo avevano percosso? Era forse egli uscito da quel luogo di orrore senza pi occhi per ammirare la bellezza delle cose, senza pi udito per cogliere la ricchezza dei suoni, senza pi sangue nelle vene, senza pi vigora nei muscoli giovanili? Ma no! Egli era adesso il medesimo del giorno avanti a quella medesima ora. Nulla rimaneva alterato in lui e non capiva dunque la ragione del suo atroce soffrire. Si alz, lo strato spesso delle foglie morte scricchiolava sotto il suo passo energico e, poich la eco di una voce beffarda, quantunque timida ancora, sorgeva dal fondo dellanima, avvertendolo che il dolore sarebbe tornato pi struggente e cocente, egli ostentava baldanza e roteava il bastone in atto di sfida. Tornasse pure il dolore! Attendendolo egli avrebbe fatto colezione allosteria di Adigrat, rozzo casolare situato in vetta alla piccola collina che domina la strada dellarco oscuro. Era digiuno e lappetito lo stimolava. Placare lappetito era, per il momento, la cosa pi necessaria. Il resto sarebbe venuto dopo e Luca non sentiva lurgenza di preoccuparsene.
Mangi con gusto di quanto lostessa gli aveva preparato e, nel benessere dellistinto soddisfatto, rimase a dondolarsi sopra la seggiola a testa nuda e fumando.
Lostessa bionda e tonda, come un frutto giunto a completa maturit, andava e veniva a passi lenti, portando in braccio un poppante turgido di latte; altri due bamboloni, forse gemelli, mandavano grida inarticolate, trotterellando presso di lei, un altro pi grandetto si rotolava piangendo; una chioccia larga e bianca si aggirava per lo sterrato, passeggiando con la gravit austera di una matrona, voltandosi a sorvegliare la nidiata dei pulcini irrequieti, fermandosi per isnodare il collo fra le piume e raccogliere col becco le briciole cadute; un maiale grugniva, frugando col grifo tra gli avanzi dellerba gettata via; un asino brucava cespugli derba e Luca avrebbe voluto rimanere eternamente a dondolarsi su quella seggiola, a centellinare quella pace rusticana indefinitivamente. Sentiva peraltro che sarebbe stato disposto a pagare qualche grandissima cosa perch i suoi fischiatori si fossero trovati presenti a stupirsi della sua placidit.
Tale desiderio sorto in lui furtivo gli fece paura e Luca tent fiaccarlo, scorgendo in esso i prodromi del male non gi vinto, ma sopito appena sotto la virt placante delle benigne cose esteriori.
Attraversato larco oscuro, percorse in fretta via Flaminia dalle fontane di papa Giulio a Porta del Popolo.
Si guardava intorno come impaurito ed affrettava il passo anche di pi; ma il dolore gli galoppava accanto, sostando con lui, con lui affrettandosi, senza ghermirlo ancora, graffiandolo a ogni poco per avvertirlo della sua presenza e non lasciargli illusione.
Luca, gi in preda al terrore sacro di un colpevole in bala delle Erinni, balz sulla tramvia che veniva da ponte Milvio e la deit malefica non sal con lui, perch egli pot accendere una sigaretta e fumare nel refrigerio dellaria che la corsa vertiginosa della carrozza rompeva ed agitava.
Luca trionf della parte vile di s ancora una volta; e, quando si trov a piazza del Popolo, frug collocchio a sinistra fra gli alberi del Pincio, aguzz le ciglia a destra verso lampiezza soleggiata del ponte Margherita, alz lo sguardo alla cima dellobelisco centrale, poi si frug cauto nel cuore ed esult nel riconoscersi libero nuovamente. No, lErinni temuta non era in lui, n fuori di lui, ed egli poteva camminare a guisa di uomo franco, eretta la testa, sicuro il passo. Infil via del Babuino e a un tratto si arrest come se il sangue di tutte le vene gli si fosse impietrito.
Sul muro, il brano di un grande manifesto lacero spenzolava. La parola Remote non cera pi; la parola sorgenti era tagliata a mezzo e Luca mirava spenzolare quel foglio lacero con viso di attonita disperazione, quasich fino allora avesse dormito e taluno in quel punto lo destasse per narrargli la catastrofe della sua tragedia. Si accorse che lErinni lo aveva preceduto, lo aveva atteso rigida vicino a quel muro ed era guizzata in lui con la rapidit agile di un serpentello, annidandoglisi in petto e dandogli in ogni poro della cute un senso insostenibile di fastidio.
Luca abbass il capo rassegnatamente e riprese a camminare, ma a passo stanchissimo tanto era greve il fardello che portava dentro di s. LErinni parve un istante diventar pietosa e gli comand: Prendi i giornali, forse troverai lenimento.
Luca rinvigorito si affrett verso piazza di Spagna e comper al chiosco tutti i giornali del mattino.
Non li aveva ancora spiegati che sent le dita adunche, pian piano, prendergli il cuore, stringerlo sempre pi forte, sempre pi forte e il cuore gli sanguinava.
Salendo la scala della Trinit dei Monti e leggendo i giornali, pens a Cristo quando saliva il Calvario fra scherni e battiture. Per ogni gradino raccoglieva una frase irrisoria o una ingiuria animosa lanciata contro lopera sua.
Taluno metteva umoristicamente in burla i personaggi, taluno montava in pergamo a sermoneggiare con accento irosamente biblico.
Bisognava abbattere le glorie improvvisate; era assurdo che un autore ignoto, o quasi, lanno prima, assurgesse, nel giro di pochi mesi, agli onori della grande celebrit. Il pallone volava, volava, gonfio daria, poi precipitava, cencio di carta senza vigore.
Uno fra gli altri si accaniva con volutt di cannibale, straziando il lavoro, negando allautore la pi minuscola favilla dingegno, ricominciando da capo allorch pareva che dovesse aver vuotato il sacco delle contumelie, trinciando sentenze, esponendo assiomi, alludendo a lavori suoi, che nessuno conosceva, astioso, tripudiante, perdendo il senso della misura cos da chiedere se quel professore di liceo possedesse almeno una licenza elementare.
Luca si ferm e rivide la faccia sbiancata e barbuta dellarticolista; un autore mancato, di cui le scialbe commedie morivano di anemia nelle pagine di qualche rivista compiacente.
Interrogandosi, Luca pot giurare a se stesso di non aver mai nociuto a colui, di non essersene occupato mai n per lodarlo, n per biasimarlo. Donde veniva dunque simile accanimento personale?  anche vero che tutti trattavano con livore il poeta di Remote sorgenti. I pi benevoli esponevano lallegra cronaca dellinsuccesso piramidabile e ne attribuivano le cause alla bizzarria grottesca dellargomento e alla nebulosit dei personaggi.
I versi? Nessuno ci aveva badato in mezzo a quella sfrenata baraonda; ma pareva che la rettorica abbondasse e che le immagini di strano sapore si accumulassero senza discernimento.
Insomma un pasticcio condito male, cucinato peggio, insopportabile al palato, insostenibile per lo stomaco. E dellesecuzione scelleratissima silenzio completo.
Anzi Giovanni Cetrarpa, se veniva biasimato con austerit per avere ceduto Dio sa a quali pressioni nel mettere in iscena la tragedia, era poi lodato come artista pieno di originalit vigorosa. Tutte le mani si alzavano furibonde sul capo esecrato dellautore, poi, allorch avrebbero dovuto cadere sopra le spalle di Giovanni Cetrarpa, diventavano amorosamente carezzevoli.
La caduta di Luca Faltri significava un concorrente di meno; lapparizione di Giovanni Cetrarpa significava un capocomico di pi.
Un solo articolo parve equo a Luca, quantunque anchesso ostilissimo e larticolo era scritto da un critico di professione, che non era stato, n mai sarebbe stato autore drammatico; un critico arcigno, nervoso, forse di limitata cultura e di ruvido ingegno; ma onesto almeno e sincero.
Il buon senso e la pratica gli avevano permesso di scorgere ci chera sfuggito alle arzigogolature letterarie degli altri. E poi Luca stimava, senza volerlo, quellorsacchiotto mal leccato, col quale aveva scambiato appena poche parole in diverse occasioni, che gli riusciva antipatico ed a cui riusciva antipatico.
Ecco: Luca trovava che le cose stavano proprio come quel critico le aveva vedute.
Lautore aveva, immaginando il lavoro, avuto la visione ampia di un quadro scenico meraviglioso. Certe situazioni solcavano di bagliori il nebbione greve della tragedia; alcuni squarci di dialogo mostravano lanima dei personaggi, anima primitiva, elementare ancora, ondeggiante fra lintuito e il raziocinio; certe sfumature delicate, un tramite sospeso, a guisa di ponte aereo, fra il sogno e la realt, un sussurrio appena sensibile di voci soffocate dal tempo, un fluttuare incerto nellaria di possenti azioni scomparse; ma la visione, certo radiosa nella fantasia dellautore, si era deturpata per abuso di biacca; le situazioni si succedevano aggrovigliandosi; il dialogo si slabbrava in prolissit nauseabonde; il tramite ideale oscillava nella vertigine di troppo rapidi passaggi e si capiva che lautore si era abbandonato al proprio temperamento pletorico, senza disciplinarsi, senza frenarsi, sterpando fiori, schiantando rami nei giardini della sua fantasia. Il lavoro era precipitato, si era sgretolato, ed era giustizia che questo fosse avvenuto, ma lautore doveva lasciar assai pensose le menti spassionate, perch egli possedeva una di quelle fibre di artista che non possono fallire.
Questultima frase era la sola che in tante colonne di prosa non suonasse insulto allindirizzo di Luca. Egli se landava ruminando lungo via Sistina, allorch un giovanotto gli pass accanto col cappello gittato allindietro, la fronte spianata, lo sguardo corruscante, le labbra inarcate di tacito riso sotto i baffi biondi e arricciati. La gioia sfavillava in lui cos limpida che Luca si gir a guardarlo e vide s quale sarebbe stato in quel punto, qualora la buona sorte avesse arriso alla sua tragedia. Si vide camminare orgoglioso nella parte soleggiata della via, fissare ardito i passanti, avvolgerli nel fluido della sua gioia, sorridere a tutti senza volerlo, stringere trionfante nelle mani i giornali, dove squillava la fanfara della sua vittoria.
Lo spasimo dellantitesi fra quanto avrebbe potuto accadere e quanto realmente era accaduto fu tale che Luca attravers la strada per rifugiarsi nellombra.
Gli pareva che la facciata delle case, le finestre, le vetrine dei negozi, le pietre del marciapiede avrebbero assunto aspetto diverso, qualora la catastrofe non gli fosse piombata addosso. Quel fenomeno ottico delle cose avviluppate per lui di tetraggine sotto la folgoreggiante luce del sole, gli permise di scandagliare la profondit della sua disperazione. Ebbe paura di s e vol con lanima a Cloe.
Ella sola, posandogli sul capo le fragranti piccole mani, avrebbe saputo lenirlo. In pochi minuti si trov nella casa, entr difilato nella sua stanza, trov Cloe che, vedendolo, respir a lungo, come liberata dallincubo. Luca volle parlarle, narrarle il suo martirio, e invece lanima fiera gli suggell di silenzio la bocca.
Cloe, pallidissima, chiuse la porta ed accost le persiane della finestra, perch il sole non entrasse a turbare la quiete raccolta di quellasilo, poscia, mentre Luca stava fermo nellatteggiamento smarrito di un sonnambulo destato allimprovviso, ella gli tolse di mano il bastone, gli tolse di dosso il pastrano, gli spinse accanto una poltrona e rimase in piedi vicino a lui, guardandolo fiso con occhi aperti e supplichevoli. Lesile persona tremava, la fronte ella teneva aggrondata e intanto le sue labbra si aprivano, palpitavano lentamente, forse pel fremito di una parola irosa, forse per un sorriso, giacch in Cloe turbinava lodio sordo contro i martirizzatori e tremava a un tempo la piet ineffabile verso il martirizzato.
 Hai letto?  egli chiese, porgendole il fascio dei giornali.
Cloe li butt in terra e vi pose sopra i piedi.
 S, ho letto, ho letto, non parlarmene. E una infamia.
 No, no,  giusto! Io sono un imbecille  esclam Luca con amarezza.
Ella protese impetuosa il busto, chinandosi verso di lui, che stava accasciato sulla poltrona.
 Non calunniarti, non rinnegare il tuo ingegno. Non voglio che tu commetta simile sacrilegio; non voglio, Luca. Piuttosto rinnega me che ti adoro; ma il tuo ingegno no; devi rispettarlo  e gli cadde in ginocchio davanti, cingendogli con le braccia la vita e sollevando il viso dove un religioso fervore brillava.
Brillava tra il pianto lardore della sua fede amorosa, come fra il tepido gocciolare di nube vagante, mandano raggi le stelle nel silenzio ansioso delle notti estive, allorch di lontano la procella si annunzia.
Sotto la mollezza di quelle parole e di quelle lacrime il ghiaccio che fasciava il cuore di Luca si sciolse e lira, fino a quel momento sopraffatta dallumiliazione e dal dolore, scatt terribile:
 Non piangere e non cercare di consolarmi. Io sono finito, finito! Io sono come se mi avessero calato dentro una fossa e palate di terra si accumulassero da ieri sopra di me!
Limmagine di Luca giacente dentro una fossa colpi Cloe di terrore pazzo.
Ella gli si strinse addosso, gli si avviticchi con tutte le membra e cominci a singhiozzare, quasi che ladorato davvero fosse morto.
 No, no, basta. Mirriti  egli disse, tentando svincolarsi dalla sua stretta; ma ella gli si avviticchiava sempre pi tenace, perch, conoscendo Luca in tutte le ripiegature dellanima e del pensiero, sapeva che solo nella cerchia delle sue braccia, egli era lui, senza orgogli, senza falsi pudori intellettuali, nella espansione violenta di tutto il suo essere.
 Lasciami, lasciami ti dico  egli insisteva, respingendola.
Ella invece gli cadde tutta distesa sul petto, si aggrapp a lui e gli appoggi la fronte sopra la fronte, la bocca sulla bocca, bagnandolo del suo pianto, infiammandogli le gote col calore delle sue gote, trasfondendogli con lalito fragrante lenergia della propria fede. Se Luca doveva venir sepolto, se palate di terra dovessero cadere sopra di lui, ella almeno gli sarebbe rimasta cos eternamente, raccogliendo sopra di s il peso della terra, accioch Luca potesse riposare in pace. Non piangeva pi, respirava piano, senza fare un gesto, senza pi dire una parola, rimanendo immobile per lenirlo!
Infatti Luca prov come se le pareti dei loro due petti si aprissero, come se i loro due cuori si fondessero, e come se il pianto di Cloe avesse fatto rinverdire per lui il fiore delle illusioni.
Le sollev il busto con cautela tanto fragile ella gli sembrava. Non era forse la persona di Cloe pari ad urna di cristallo squisito e fragile, entro cui il prezioso liquore del sentimento ferveva?
La baci a lungo, a lungo sulla bocca, chiudendo gli occhi per isfuggire la visione del passato recente, ma la visione fu pi forte di ogni blandizia di amore e un singhiozzo di spasimo scosse con violenza il petto di Luca.
Egli dom la commozione rabbiosamente, balz in piedi e disse con accento reciso:
 Adesso basta, basta. Se hanno ragione gli altri devo rientrare nella schiera comune, senza inutili ribellioni; se ho ragione io devo attendere lora della mia rivincita senza querimonie vane.
Cloe accenn di s, e dopo avere esitato, disse con falsa pacatezza, coprendosi in volto di rossore:
 Daltronde lultima parola non  stata ancora detta. Bisogna aspettar questa sera per sapere come ti giudicher Ugo Baldei.
La fiaccola della speranza arse rapida nel pensiero di Luca. Certo, bisognava aspettare la sera per sapere come avrebbe giudicato Ugo Baldei. Egli era un lucido intelletto, abile nello scrutare lopera darte e nel misurarne la portata essenziale, anche attraverso le manchevolezze esteriori e Luca si cull in quella nuova illusione, parendogli che se la critica dellIdea fosse stata austera, ma equa, se il monito di Ugo Baldei avesse suonato rampogna per lopera compiuta, ma incitamento al poeta per le conquiste dellavvenire, egli avrebbe potuto rialzarsi, riprendere il cammino aspro, fissare ancora con occhio ardente di fede il tempio della gloria.
Volle rientrare subito nel binario delle abituali occupazioni; scrisse due lettere; si rec a scuola, dove fra il silenzio impacciato ed attonito degli scolari, impart placido la sua lezione e discusse tranquillo di provvedimenti disciplinari col preside Otto Per, il quale lo fissava curioso, mentre ogni muscolo della faccia gli tremava di beffarda ilarit contenuta.
Luca osserv, non cur; sostenne impavido gli sguardi ironici dei colleghi e le fredde occhiate disilluse di Ludovica Nori, che si considerava frodata dal professore ditaliano per lammirazione largita a lui durante molti mesi.
Egli non si accorse di ci, fermo oramai nel proposito di avanzarsi fra lo sciame delle piccole invidie soddisfatte, dei piccoli rancori trionfanti, delle piccole malignit sghignazzanti, delle vanit piccole vagolanti a guisa di ombra, delle impotenze gi inasprite per lesercizio della sua forza, oggi esultanti per la sua disfatta, delle volont fiacche umiliate per la vigile costanza della volont sua. Egli avrebbe avanzato oramai tra il viscidume di tante piccolezze e di tante bassezze con lindifferenza superba dellangelo dantesco, allontanando sdegnoso da s col gesto della mano laere spesso e greve davanti alla citt di Dite.
Ci Luca meditava nel suo orgoglio e frattanto il cuore gli sostava nel petto a ogni minuto, la mente gli si ottenebrava di rimpianti, un velo di fuliggine gli copriva lo sguardo; tutto gli appariva fosco e in mezzo alla vacuit della sua vita spirituale, i personaggi della tragedia, Sita, Rama, Ravana, Dasarata, gi cos vivi nella sua anima, scomparivano adesso dispersi, informi, quali avanzi di naufragio sulle onde grige di un morto mare. E quando lesse larticolo spietato di Ugo Baldei sullIdea, articolo meditatamente feroce, implacabilmente lucido pi della scure che il carnefice lascia cadere sopra il collo di un condannato, Luca ebbe prima il senso di sommergersi dentro la terra, poscia tornato alla superficie delle sue sensazioni, sent battersi intorno alle fronte lala del mistero. La malafede dellarticolo appariva evidente e Ugo Baldei non era uomo da accanirsi in tal guisa senza perch, contro un lavoratore stimabile e chegli aveva mostrato altravolta di stimare. Perch? Perch dunque? Luca coi gomiti appoggiati al davanzale della finestra e il capo stretto nelle mani, rimase a meditare, non badando a Cloe, che immobile dietro di lui, stringeva i pugni, stringeva i denti, sollevata e travolta da un desiderio turbinoso di vendetta. Luca soffriva, ma Ugo Baldei lindomani avrebbe sofferto di pi, cento volte, mille volte di pi. Lo giur a se stessa e il giuramento mantenne.
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Capitolo 5.
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Dal cielo velato sembrava piovesse cenere; una cenere bianca e impalpabile che rendeva opachi tutti gli oggetti e obbligava a chinare il capo tristamente come se un fato gravasse e lo scirocco calasse languido con le penne vischiose ad avvolgere lesistenza di accidia.
Cloe si aggirava incerta pel salotto di Ugo Baldei e sfiorava i mobili con la punta delle dita guantate. Era colpa della veletta grigia, calata sul viso, o i mobili avevano veramente mutato di colore, coprendosi della tinta sbiadita, che immusonisce gli oggetti delle vecchie case abbandonate?
Era per lumidit dello scirocco o veramente le cortine delle finestre piangevano in rare lacrime tacite come per un dolore stanco? E il tempo si era veramente dimenticato di fuggire o per lei sola non passava mai? Accost il minuscolo orologio allorecchio, credendo che si fosse fermato, e ne sent invece il tic-tac. Attendeva da appena sette minuti? Avrebbe asserito di trovarsi l da pi ore. Sedette e si abbandon alla tristezza floscia di quella giornata sciroccale. Tutto era di ovatta intorno a lei ed ella non sentiva pi lurto della collera, che laveva sospinta in quella casa. Anche la collera pareva snervata dal tedio e Cloe se ne sarebbe andata, incurante di Ugo Baldei, se per andarsene non fosse stato necessario fare atto di energia.
La fiacchezza medesima tratteneva frattanto Ugo Baldei. Quando la cameriera gli aveva porto il biglietto da visita di Cloe, aveva risposto che lo ricevesse sua cugina; ma la cugina non era in casa, ondegli aveva fatto cenno che stava bene, sarebbe andato in salotto fra poco.
E invece non si moveva. Restava a contemplare con occhio di astio le cartelle ammucchiate sul tavolo di fronte a lui.
Cosa volevano ancora quei fogli di carta candidi e tesi quali sudari? Non aveva, egli forse, per anni, stillato ogni giorno lessenza vitale del proprio cervello su quei rettangoli volanti e il suo cervello non si era forse evaporizzato intieramente, acciocch le cartelle si sparpagliassero pel mondo, gaie, pungenti, iridescenti, fragranti di sentimento, succose di pensiero?
Perch dunque esse non finivano mai e si rinnovavano ogni giorno sopra il suo tavolo?
Comerano crudeli quei fogli bianchi di carta! Avevano sete della sua forza, chiedevano col loro frusco il fluido de suoi nervi, gli facevano male agli occhi con la loro immacolatezza ed egli, fissandoli, provava alle tempie il dolore che si prova mirando una distesa di neve intatta.
Non poteva scrivere pi, non aveva pi nulla da dire e, ostinandosi, capiva di girare intorno a s a guisa di cavallo attaccato alla ruota di un mulino.
Gli oggetti danzavano e le idee si arruffavano.
Da mesi la composizione di ogni nuovo articolo costituiva per lui una sconfitta e, sedendosi davanti al tavolo di lavoro, egli vedeva sorgersi accanto uno scheletro, con le aperte occhiaie ed il costato aperto. Laria passava attraverso quella spolpata ossatura e la luce filtrava senza riflessi di tra le orbite vane. Ugo Baldei guardava e si riconosceva; ma, non importa, in tipografia aspettavano e lo scheletro doveva muoversi, dal cranio secco e asciutto qualchecosa doveva spremersi. Ugo Baldei udiva lo scricchiolo delle tibie che si urtavano sotto la sferza della sua volont, vedeva oscillare il cranio lucido e lorribile scheletro rideva, mostrando intere le mascelle e ripeteva di no, di no, con le oscillazioni grottesche del capo.
Ugo Baldei scriveva lo stesso, le cartelle andavano lo stesso in tipografia, ma rileggendosi, rideva anchegli di riso schernitore e anchegli si ripeteva di no, di no, con moto sconsolato. Avesse almeno in s lillusione, che inganna talora i decaduti del pensiero; ma no, il senso autocritico permaneva lucidissimo in lui e, mentre le parole vuote si allineavano, eseguendo le evoluzioni del periodo con correttezza automatica, egli vedeva dileguarsi lontano lidea che a quelle parole avrebbe dovuto trasfondere vita. Accusava Cloe di tanta rovina, pensando che lamore di lei avrebbe potuto almeno galvanizzarlo, se non guarirlo, e aveva scritto larticolo contro Luca Faltri a sfogo di livore geloso, eppure turbato in secreto dalla speranza che lumiliazione avrebbe potuto sullanima di Cloe quanto lorgoglio soddisfatto non aveva potuto.
E adesso che Cloe lo attendeva, a lui mancava il coraggio di affrontarne lo sguardo.
Egli anche interrog lorologio per vedere da quanto tempo la faceva aspettare ed egli anche rimase stupito che appena sette minuti fossero trascorsi.
Si alz deciso. A che indugiare? Era meglio affrettare il colloquio, da cui forse la sua vita dipendeva, perch lidea del suicidio assai volte gli aveva gi picchiato al cervello.
Spinse con forza il battente delluscio e si ferm, inchinandosi, di faccia a Cloe, che nel vederlo ebbe un lieve sussulto.
Tacquero lungamente; sentivano a vicenda le passioni ribollire come londa ribolle, minacciosa, silenziosa, increspandosi senza spumeggiare, sommovendosi dagli abissi avanti di sfrenarsi nella tempesta.
Ugo Baldei ruppe primo il silenzio con una frase insulsa.
 Oggi abbiamo fatto colazione pi presto del solito e, dopo, mia cugina  uscita.
 Ah! s? Forse perch oggi  domenica  rispose Cloe, avvolgendo le mani nelle code del suo lungo boa grigio.
 Gi,  vero, oggi  domenica. Non ci avevo pensato  disse Ugo, parlando come fra s  poi le sedette accanto e lasci che il discorso cadesse.
Entrambi avevano paura di avvicinarsi allargomento essenziale del loro colloquio e sindugiavano cauti su di ogni parola.
Egli avrebbe voluto scrutarla in viso, ma il viso di lei fasciato dal velo fittissimo, rimaneva impenetrabile e anche gli occhi, i grandi neri occhi stellanti, avevano lo sguardo enimmatico, colmo dimmoto stupore, ond suffuso il ciglio meditativo delle sfingi marmoree.
La cameriera entr, porse a Ugo un telegramma e scomparve.
 Permette?  egli chiese, spiegando il telegramma.
 Prego  ella rispose  ed Ugo la fiss, interrogando, perch gli pareva che quellunica parola racchiudesse un senso recondito, di cui limportanza gli sfuggiva; ma Cloe si avvolse ancora di silenzio ed ancora egli fu vinto dal terrore di abbattere gli argini e lasciare che il sentimento irrompesse.
 Una seccatura  disse poi gettando con disprezzo il telegramma.  Vogliono che vada a Torino per assistere alla prima rappresentazione di una commedia.
Largine era stato abbattuto senza che egli volesse.
Cloe disse a voce bassa, ma con labbra tremanti:
 Perch si  schierato anche lei contro mio marito?
Egli rimase interdetto a una interrogazione tanto precisa; ma, lasciandosi travolgere dallira latente, rispose con esagerata noncuranza:
 Forse perch la tragedia mi  sembrata assurda.
 No, no  Cloe insistette con pacatezza fredda, mentre intorno alle mani aggrovigliava il boa nervosamente.  Dir male della tragedia era nel suo diritto; accanirsi con quellacredine lei non doveva. Il lavoro non centra.  ben altra cosa! Ben altra cosa. Lei ha scritto cedendo a un sentimento astioso  e, dopo un attimo di silenzio, aggiunse:
 Dio mio! Dio mio! Quanto lei  stato vile!
Ogni baldanza di lui cadde e balbett spaurito:
 Chi  stato vile?
 Lei! Lei!
 Ma perch dice questo?
 Perch  vero! Lei sa che  vero. Neghi se pu, che lei  stato vile!
Ugo Baldei chin la testa, simile ad un accusato, cui si mostri la prova irrefutabile del suo delitto.
 Io soffro!  egli disse rialzando il capo e parendogli che in quel solo grido stesse tutta la giustificazione della sua condotta.
Ella, sempre pi impetuosa, esclam:
 Quale colpa ha di ci mio marito? Se io mi sono recata a cercare di lei agli uffici dellIdea; se poi sono tornata qui; se ho commesso sciocchezze sopra sciocchezze, la colpa  mia, tutta mia! Luca non deve portare la pena di errori che ignora.
 Io soffro! Lei non sa quanto soffro!  egli ripet con voce di strazio; ma Cloe non voleva comprendere, ostinata, implacata, chiusa nella sua logica egoista, che le mostrava un lato solo della questione. Le pareva il colmo dellingiustizia che la passione da lei accesa involontariamente nel cuore di quelluomo dai capelli brizzolati, si ritorcesse a danno di Luca ignaro, a danno di Luca estraneo alle sue mene.
 Dica, dica, in che cosa mio marito  colpevole verso di lei?  ripet Cloe, che si era alzata in piedi fremente.
Egli rimaneva seduto e la contemplava ansioso, disperato, come larabo moribondo per sete tra le sabbie del deserto contempla la carovana che passa a breve distanza, inconsapevole di lui.
Qualche stilla di acqua basterebbe a salvarlo; ma la carovana scompare e la sabbia infuocata turbina e gli entra gi nella gola.
 Oh! Se lei mi amasse!  egli mormor con voce di nostalgia accorata.
 Io? Io?...  grid Cloe sfavillante dindignazione.
 Solo un poco; solo per misericordia.
Essa rimaneva inebetita dal fatto che Ugo Baldei potesse profferire una simile bestemmia.
 Io? Io? Amare lei? Io?...
Ugo, sempre pi umile, supplicava:
 Un poco, solo un poco. Non gi come lei ama suo marito; no, no  egli soggiunse in fretta  no, non chiedo questo, capisco anchio che questo lei non pu; ma una parola pietosa, un minuto di dolcezza. Chiedo poco ed  un anno che io soffro! Lei non sa! Da quando la vidi mi  entrata nelle vene! Non laccuso  egli diceva smarritamente, timoroso di offenderla, timoroso di vederla fuggire.  Lei non ha colpa e nemmeno io. Lamore mi si  imposto terribile. Lei sa, lei sapeva e avrebbe dovuto allontanarsi per non annientarmi cos.
E, diventando improvvisamente collerico, sorse dalla poltrona e si avanz minaccioso di un passo verso di lei col respiro breve e una fiamma livida a sommo delle gote. Aveva la faccia attonita e feroce di un alcoolizzato, quando agisce sotto lazione del veleno.
Cloe indietreggi e, appoggiatasi al pianoforte verticale, che divideva la stanza quasi a met, sollev con moto ardito la veletta, acciocch la faccia si denudasse intera, e conficc, in atto di sfida, le pupille fiammanti nelle torbide pupille di Ugo Baldei
 Bella! Bella! Bellissima!  egli diceva a bassa voce, mentre un riso di volutt spasmodica gli contraeva la bocca e le nari gli si gonfiavano come a un levriero per lodore della selvaggina.
Cloe prov sulla fronte un senso di bruciore e rovesci il capo per evitare lalito affannoso di Ugo, il quale non osando avvicinarsi ancora, piegava in avanti lalta persona.
 No, non si muova  egli impose con accento di comando.  Lei  magnifica in questa posa. Somiglia a una regina barbara prigioniera. Lei  mia prigioniera e non uscir senza che io voglia.
 Io lodio!  disse Cloe, abbassando la voce, per paura che un atomo dellodio suo evaporasse nel suono delle parole Io lodio!
 E io lamo!  esclam Ugo con giubilo superbo.  Lei mi odia e io lamo!
 Quante inutili parole!  Cloe disse beffarda e fece latto di voler uscire, ma Ugo non gliene lasci il tempo.
Punzecchiato, sferzato, col cervello annebbiato dalla passione, il sangue in fermento pel desiderio, super ad un tratto la paura del ridicolo, squarci il velo che fino allora aveva circonfuso di misticismo il suo amore tormentato, afferr Cloe alla vita, la sollev fino a livello della sua faccia e, mentre ella tentava divincolarsi furiosamente, egli la teneva stretta e sentiva un tepore di giovinezza rinnovata solcargli il petto; sentiva un fluido rigeneratore salirgli dalla punta delle dita ai polsi, dai polsi allavambraccio, poi per tutto il sangue, fino a che il cuore gli si allarg di gioia orgogliosa. Lesultanza di tutti i sensi fu tale chegli credette svenire. Le gambe gli si fiaccarono e dovette allentare la stretta delle braccia, lasciandosi cadere in ginocchio sul tappeto.
Cloe, per istinto, si aggiust in fretta i capelli scomposti, si guard intorno pazza di terrore e, poich Ugo le si aggrappava alle vesti, balbettando sconnesse parole, protendendole il viso affilato, scomposto e livido, essa lo colp due volte sulle gote col rovescio guastato della piccola mano.
Ugo si alz dal tappeto immediatamente.
Lubbriacatura era svanita ed egli, strano a dirsi, provava un sentimento di tenerezza raddoppiata verso quella creatura cos fragile e cos imperiosa, di cui sentiva tuttavia sulla bocca la fragranza delle labbra e sulle gote lurto della piccola, energica mano.
Cloe cercava con affanno il boa scivolato in terra durante la lotta, allorch si ud il rullo del campanello elettrico.
La cameriera entr e disse:
 Un signore prega di essere ricevuto.
 Chi ?  domand scattando Ugo Baldei.
 Ecco il suo biglietto  rispose la cameriera.
Ugo respinse il cartoncino, senza volerlo prendere.
 Non posso; oggi non posso. Torni; chiunque sia.
La cameriera sindugi esitante; poi, rivolgendosi a Cloe, disse con fare di mistero:
 Credo che si tratti di suo marito, signora.
 Mio marito?  Cloe interrog stupita, ma senza timore, sicurissima di un equivoco.
La cameriera le stese il biglietto ed ella vide infatti il nome di Luca Faltri fiammeggiarle davanti allo sguardo.
Una bufera di idee la invest e perdette la testa.
Corse alluscio del salotto, lo spalanc, chiam due volte:
 Luca! Luca!  e poscia, quando Luca fu entrato, ella si meravigli di vederlo e il suo primo, netto pensiero fu di cercare il boa per raccoglierlo; ma il boa giaceva in terra nel lato opposto del salotto, spiccando chiaro e lieve sul fondo bruno del tappeto.
La cameriera usc ed Ugo Baldei si avanz ad incontrare Luca, il quale fissava Cloe con meraviglia placida, nellattesa chella gli spiegasse il perch della sua presenza in quel luogo.
Ed ella avrebbe potuto volgere le circostanze in qualsiasi modo a lei pi propizio, tanto lombra, anche fugacissima, del sospetto era lontana del pensiero di Luca. Se gli avesse inventato un qualunque pretesto, arzigogolato in qualunque maniera, Luca sarebbe rimasto pago ed egli avrebbe spiegato come si trovasse da Ugo Baldei allunico scopo di chiedere e dare spiegazioni lealmente a proposito dellarticolo apparso sullIdea; s, era disposto a confessarlo, quellarticolo menomava in lui il rispetto che da tempo nutriva per lingegno e il carattere di Ugo Baldei. Luca avrebbe spiegato ci e sarebbe rimasto pago di ogni pretesto di Cloe, ma Cloe stava sempre ferma al solito posto e non pronunciava una parola, ipnotizzata dalle spire lievi e chiare del boa sul tappeto bruno.
Il silenzio scendeva sui tre, lentamente, rendendo grevi i loro respiri.
Nel placido stupore di Luca elementi oscuri cominciavano a circolare, ondegli segu gli occhi sbarrati di sua moglie e osserv in terra il boa; la guard in viso, tuttora incerto, e ne osserv lo smarrimento angoscioso; volse il capo dalla parte di Ugo Baldei e not subito che la corretta impassibilit di lui appariva troppo completa per essere sincera. Non riusciva a comprendere e non riusciva nemmeno a sospettare. Una parola che Cloe avesse detto, un sorriso che gli avesse rivolto e gli elementi oscuri sarebbero di nuovo calati al fondo dellanima sua fiduciosa.
Invece parl Ugo Baldei:
 Mentre la signora dava lezione a miss Ellen e accenn collindice al piano superiore  lho fatta pregare di favorirci un minuto. Ho in casa una mia vecchia parente, che voleva proporle una lezione.
 Non  vero! Non  vero!  grid Cloe con impeto irriflessivo, cedendo allimpulso di strappare Luca alla ridicola posizione di marito ingannato e rinnegando con furia pazzesca ogni complicit di menzogna che lunisse ad Ugo Baldei. Il grido echeggiava ancora nellaria pesante ed ella ne aveva gi misurate le conseguenze terribili.
Gli occhi di Luca, freddi e limpidi, la frugavano adesso oltre le parole, ostinatamente.
 Sta bene  egli disse.  Per il momento usciamo; poi si vedr.
Ugo Baldei, forzandosi al riso e volendo tentare un salvataggio in favore di Cloe, disse con tranquillit cortese:
 Io lho tartassata un po rudemente iersera sullIdea; ma non conta. Io ammiro il suo ingegno eletto e ne parlavo anche poco fa, quando lei  giunto con la sua brava signora.
Luca, senzaver laria di ascoltarlo, attravers il salotto col suo passo forte, si chin, raccolse il boa, lo porse alla moglie e ripet:
 Per il momento andiamo.
Ugo Baldei li precedette e sollev la portiera del salotto, rimanendo immobile. Le due rughe parallele del volto gli erano diventate profonde come solchi e gli occhi erano opachi per una inguaribile stanchezza di tutto.
Sul punto di varcare la soglia, Luca lo guard bene, a lungo, in faccia; poi, timoroso di eccedere, deciso a volere a ogni costo vederci chiaro prima di tracciarsi una linea di condotta, apr da s la porta dingresso e, sceso in fretta, si dette a divorare la via a grandi passi, accompagnato da Cloe che gli correva accanto, portandosi a ogni poco la mano agli occhi per non vedere la ridda che i muri delle case facevano. Dio! che supplizio il capogiro! Le pareva che la terra mancasse e che i fanali si chinassero verso di lei roteando, poi facendole burlesche riverenze. Se avesse potuto riprendere fiato un momentino, forse le case, la terra, i fanali, sarebbero tornati immobili e i grandi farfalloni gialli che le svolazzavano davanti alla faccia si sarebbero dileguati; ma Luca camminava con furia crescente, ed ella gli teneva dietro, simile a un piccolo fiorellino travolto nei solchi polverosi della bufera. Salendo le scale, si aggrapp alla ringhiera e implor con affanno:
 Luca, tienimi! Io cado!
Egli le si volse con occhi terribili e impose:
 Andiamo!
E Cloe, rapinata da quel soffio di tempesta, si trov sul pianerottolo, entr nellappartamento, vide come in sogno, attraversando il corridoio, sua madre in salotto da pranzo sparecchiare la tavola con Caterina, varc la soglia della propria stanza e si appoggi a un mobile, tremando in tutte le fibre. Poteva almeno respirare finalmente. Butt via il boa, butt via il tocco di velluto e spinse le dita fra i capelli per sollevarseli. Il cranio era vuoto, eppure le pesava.
Luca aveva spalancato la finestra per respirare anche lui e dominarsi; poscia laveva richiusa con fracasso: si era avvicinato alla porta per assicurarsi che fosse ben serrata e, dopo, fermandosi davanti a Cloe, le disse calmissimo:
 Spiegami adesso.
Nella calma di quella voce Cloe ud ruggire la collera a guisa di boato sotterraneo; onde trem pi forte e non rispose.
 Adesso spiegami  egli insist.
Gi, era logico; Luca aveva centomila ragioni. Bisognava spiegargli, ma spiegargli che cosa? Ella, in verit, non sapeva e aveva laria di chiederlo a lui, mentre gli teneva spalancati in viso gli occhi neri pieni di terrore.
 Quellindividuo ha mentito, dicendo di averti fatta chiamare?
Cloe accenn vivamente di s col capo.
 Perch allora ti trovavi l?
 Cero andata  Cloe rispose e la spiegazione le parve esauriente.
Luca strinse il pugno e fece latto di alzarlo sopra di lei; Cloe abbass il capo, rassegnata a ricevere il colpo; ma Luca mosse per la stanza alcuni passi e torn subito a piantarsele di fronte.
 Non era la prima volta che tu entravi in quella casa. Non negare  egli grid minaccioso.
Cloe non aveva nessunissima intenzione di negare; anzi conferm il fatto pienamente.
 No, non era la prima volta.
 Da quando conosci Ugo Baldei?
 Dal volume dei versi  ella spieg con docile candore.
Luca non cap.
 Il volume? Quale volume?
Cloe misur, in confuso, labisso di umiliazione in cui Luca sarebbe precipitato se ella gli avesse detto che larticolo elogiativo di Ugo Baldei, lappoggio morale dellIdea, forse la rappresentazione stessa di Remote sorgenti, tutto, tutto era conquista della sua bellezza. Ebbe spavento di umiliare il marito, unonda di tenerezza ineffabilmente pietosa le strinse il cuore ed ella si mise a piangere.
 Non piangere! non voglio lacrime!  comand Luca, chinandosi a denti stretti verso di lei.
Cloe si asciug le gote e non pianse pi.
Egli voleva procedere con metodo nel suo interrogatorio, ma la ragione gli si andava smarrendo e un drappo rosso gli ondeggiava intorno, aizzandolo alla ferocia. Prov il bisogno fisico di sfogare la sua rabbia e, preso dalla scrivania il grosso spolverino di cristallo di rocca, lo scaravent in terra, ma si pent immediatamente dellatto inconsulto e raccolse loggetto, mentre la sabbia azzurra scivolava per la stanza in sottile rigagnolo. Sedette davanti alla scrivania, ammucchi meccanicamente, con mano febbrile, alcuni fogli sparsi, poi si rivolse, a Cloe, rimanendo seduto.
 Cosa andavi a fare da quelluomo?
 A dargli lezione dinglese  disse Cloe dun fiato, decisa a mentire pur di non dirgli la verit umiliante per lui.
Egli sent la menzogna e, battendo il pugno sul tavolo, grid:
 Bugiarda! Bugiarda!
Ella giunse le mani e supplic:
 Non gridare, Luca! Sentirebbero di l. Non devono sapere!
 Cosa andavi a fare da quelluomo?
 Cera la cugina; sempre cera la cugina  ella disse, evitando una risposta diretta.
 Cosa andavi a fare?  egli chiese per la terza volta, alzandosi e sollevando con impeto la seggiola dal suolo.
 Niente di male, Luca; niente di male!
Anche di quella frase egli percep il sottinteso restrittivo e si avanz come per annientarla:
 Non voglio rigiri! Voglio sapere!  e, sovvenendosi a un tratto, esclam con beffe irosa:
 E il tuo boa, perch stava in terra sul tappeto?
Ella mir con occhio di rancore spaurito il boa pendente dalla spalliera del divano e ruppe in singhiozzi, nascondendosi il viso nel gomito alzato.
 Dunque  vero?  egli disse a denti stretti e si gett sopra di lei, lafferr ai polsi, squassandola, sollevandola, sbattendola al muro, non sapendo che cosa farle di male tanto lira del maschio frodato insorgeva furiosa dallintimo della sua natura selvaggia.
 Luca! Luca! Cloe balbettava, soffocando la voce, soffocando i singhiozzi pel terrore che gli altri sentissero.
Luca, in un lampo di lucidezza, ebbe paura di ucciderla e labbandon.
 Mi fai orrore! Mi fai nausea! Sei stata lamante di un vecchio...
Cloe non lasci chegli finisse.
 Io? Tradire te? Io? Ah! che infamia! E tu puoi pensarlo?
La schiettezza appassionata di questo grido non ammetteva la possibilit di alcun dubbio. La gelosia di Luca ne rimase disfatta; ma il labirinto gli apparve anche pi inestricabile. Si asciug il sudore e volle diventare persuasivo.
 Andiamo, Cloe, non torturiamoci pi. Spiegati in poche parole. Bisogna che io sappia come contenermi contro quelluomo.
Cloe si era buttata sul divano e seguitava a ripetere di no, col capo, col gesto della mano, con monosillabi tronchi, con lespressione indignata del viso.
 No, no, non  vero. Luca! Non  vero!
 Ti credo! Non piangere e rispondimi invece. Tu lo conosci da un anno, hai detto?
 S.
 Come lhai conosciuto?
 Sono andata io a cercarlo.
 Perch?
Cloe implor cogli occhi misericordia.
 Perch?
 Per il volume.
 Quale volume?
 Quello de tuoi versi  e giunse le palme in atto di chiedere perdono.
Luca riflette un istante e tutto gli apparve chiaro come se fasci di luce si proiettassero dimprovviso sugli avvenimenti, grandi e piccoli di quellultimo anno.
 E tu pregasti per ottenere larticolo di Ugo Baldei?
 No, non pregai che scrivesse. Pregai che leggesse.
 Taci! Taci!  egli rugg, colpito nella sua integra coscienza di artista fiero e probo, indomabilmente sdegnoso.
Cloe vide lampeggiare odio e disprezzo negli sguardi di lui ed egli infatti la considerava quale un piccolo essere abietto, entrato nella sua vita per insozzarla.
 Mi hai prostituito. Mi hai trascinato nel fango. Ugo Baldei mi lodava per conquistarti! E io non sapevo niente, io camminavo a testa alta, senza vedere il letame. Che vergogna! Che nausea!
Le si volse contro formidabile:
 Chi ti ha accordato il diritto di far questo? Lopera del mio ingegno  mia! Io solo posso disporne.
Cloe si alz dal divano e mosse verso di lui con le braccia protese per domandargli perdono e spiegargli chella aveva agito senza riflettere; ma Luca la respinse, prese il cappello, fugg ed ella si lasci cadere sopra una seggiola, quivi restando senza pensiero, finch la madre entr per narrare le sue disavventure.
 Unaltra adesso! Arrigo Bolivan prende moglie.
 Ah!  rispose Cloe, torcendo il capo, acciocch sua madre non le osservasse gli occhi gonfi di pianto.
 Sicuro! Prende moglie; me lo ha annunziato oggi a tavola. Naturalmente ci lascia  e attese che la figliuola esponesse qualche idea sullargomento; ma Cloe si limit a crollare il capo e si alz per accostarsi alla finestra.
 Sposa la figlia di un deputato. Devessere brutta, ma  ricca! Oh! quello sa far bene le sue faccende!  ella prosegu con amarezza piena di rancore.  Arrigo non guarda i rondoni volare. Non si perde a scribacchiare versi lui!
Cloe appoggi la fronte ai vetri e non rispose.
Pensava dove Luca poteva essere andato e quando sarebbe tornato.
 Cos ci cade addosso una camera  disse Maddalena.
Cloe la guard fugacemente, senza comprendere.
 Sicuro! Ci cade addosso una camera!  esclam Maddalena con impazienza.  Arrigo Bolivan paga, non  vero? Quando Arrigo non pagher pi sopra chi andr a cadere lintero peso dellaffitto? Mi par chiaro!  e, dopo aver chiesto irosamente se, per caso, anche lei avesse cominciato a navigar tra le nuvole, and via sbattendo luscio.
Allora di pranzo Luca non si present, e Cloe, con la morte nellanima, dovette mentire, asserendo chegli laveva prevenuta della sua assenza e dovette ascoltare i progetti che Arrigo Bolivan esponeva con parola prolissa.
Egli avrebbe fatto in Belgio il suo viaggio di nozze e, forse, avrebbe approfittato della circostanza favorevole per tenere a Bruxelles una conferenza di statistica comparata sullemigrazione italiana. Poteva anche succedere, da un momento allaltro, che il suo futuro suocero diventasse ministro e, in tal caso, Arrigo Bolivan sarebbe stato in grado di attingere i suoi dati statistici a fonti dirette e genuine, componendo una magistrale opera ponderosa. Insomma lavvenire si presentava ad Arrigo Bolivan decorativo, comodo, insignito di parecchie onorificenze, installato con savia dignit sopra una cattedra universitaria.
Cloe rispondeva sempre di s, torturandosi frattanto nel pensiero dellassenza di Luca; ma il vero supplizio di lei cominci sulla mezzanotte, quando in casa tutti dormivano e Luca non tornava ancora.
Cloe si coric, volendo ingannare la sua impazienza, e tent di addormentarsi.
Infatti la realt si smarr nel sonno per un momento e tocc, fugacissimamente, il fondo delloblo; ma Cloe si ridest subito e, illudendosi di avere dormito a lungo, guard lorologio.
Aveva dormito appena dieci minuti.
Da quel punto lattesa divenne di una intensit martirizzante. Cloe sent, a poco a poco, illanguidirsi e poi spegnersi i rumori della citt; il rotolar delle carrozze nella strada diveniva pi raro, finch cess; le voci dei passanti suonavano a intervalli, isolate; ogni rumore cedette alla invasione lenta e muta del silenzio, che imper sovrano, avvolgendo uomini e cose dentro le pieghe ovattate del suo manto.
I minuti cadevano sul cuore di Cloe, simili a pallini di piombo e il cuore oramai stava inerte a subirne il peso.
Una disperazione rassegnata la teneva avvinta: Luca non sarebbe tornato e il giorno non sarebbe arrivato mai pi. Lidea che il tempo si arrestasse le dette un senso di sollievo. Rimase immobile, supina, a guardare la fiamma della candela danzante sulla parete e quella piccola fiammella oscillante le produsse leffetto di una mano che si posasse sopra le palpebre e gliele chiudesse.
Tent sollevarle, a pi riprese faticosamente, poscia simmerse nel sonno. Appena risvegliata, allung il braccio, sent che il posto di Luca era vuoto e bagn di lacrime il guanciale, finch, allimprovviso, spronata dal terrore di passare una giornata simile alla nottata trascorsa, raccolse le sue forze e si abbigli per uscire.
Era luned, sicch Luca, alle nove, doveva trovarsi al liceo. Decise di andare a cercarlo e vi and, regolandosi in maniera di giungere quando le lezioni fossero cominciate. Poich Luca la sfuggiva, ella non voleva imporgli il fastidio della sua presenza. Le bastava ottener di lui notizie precise.
 E a scuola mio marito?  ella domand al custode, che la conosceva.
Il custode interrog il quadro dellorario e rispose che il professor Faltri a quellora aveva infatti lezione, ma che non gli pareva di averlo veduto. Comunque, sarebbe andato a informarsi. Torn pregandola in nome del preside, di favorire un momento in direzione.
Cloe segu il custode in preda a un orgasmo che le paralizzava qualsiasi facolt di raziocinio e, quando si trov di fronte al cavaliere Per, fresco, disinvolto, soddisfatto di s, con la barba a ventaglio arricciata e lucida, coi capelli brizzolati ancora folti, pretensiosamente divisi verso la tempia, sent rinascersi in petto la speranza. No, un uomo cos pettinato e cos ben vestito non poteva darle cattive notizie, ondella rispose al cortesissimo saluto di lui ed attese che le dicesse qualche cosa.
 Sta ammalato il professor Faltri?
 Ammalato!  ella esclam atterrita e spaurita.
 Domando a lei!  dissegli, meravigliato a sua volta per la meraviglia della signora  non essendosi presentato a scuola, supponevo che fosse ammalato.
Cloe, pur fra, lo scompiglio di tutti i suoi pensieri, cap che bisognava ricomporsi e simulare.
 Gi, gi,  ella disse, stentando a staccar dal palato la lingua arida.  Ieri Luca non si sentiva bene, e nemmeno stamani quando  uscito. Anzi, per questo, son venuta a domandare sue notizie.
Il cavaliere divenne paterno. Ecco, il professor Faltri aveva sbagliata la sua strada. La via spinosa dellinsegnamento non era per lui. Lindipendenza delle proprie azioni  una cosa buona, ma la disciplina della scuola  una cosa sacra. Quanto ai romanzi, alle tragedie, a tutte le forme dellarte rappresentativa, era preferibile abbandonarle agli spostati della penna. Per gli educatori  e la sua voce divenne qui di una religiosa untuosit  c tutta una letteratura pedagogica, dove lintelligenza del maestro si pu nobilmente esercitare. La pedagogia ha, per suoi cardini, la filosofia, la fisiologia, la psicologia, anche la psicopatia adesso, e uno scrittore di cose pedagogiche  sempre uno scienziato, sempre un pensatore, che pu squadrare bene dallalto romanzieri e drammaturghi. Egli, il cavaliere Otto Per, aveva appunto, tre giorni prima, mandato al ministro dellistruzione lomaggio di un suo lavoro serio  sulla parola serio calc inarcando le ciglia  e sua eccellenza gli aveva risposto una letterina di proprio pugno, chiamando il lavoro: operetta assai garbata di una mente speculativa.  Alla Minerva gli avevano assicurato, quantunque egli non ci sperasse, anzi non ci tenesse, che presto sarebbe stato insignito della commenda.
 Cosa vuole, signora mia  egli conchiuse con gioconda umilt, fregandosi le mani  siamo lavoratori modesti; a noi non arridono i grandi trionfi; ma nemmeno ci colpiscono le grandi disillusioni  aggiunse con aria confidenzialmente protettrice, stringendo nelle sue la mano ghiaccia di Cloe.
 E solleciti suo marito di guarire presto  le disse con una risatina colma dironia sottintesa  lo solleciti sopratutto a non trascurare il suo dovere, altrimenti io dovrei fare il mio.
Cloe liberatasi dal preside, prese la vettura per giungere pi rapidamente a casa, dove sperava trovare Luca.
 E mio marito?  ella chiese ansiosa, incontrando Salvatore che scendeva le scale.
 Non so, non  tornato  Salvatore disse e lafferr per un braccio, vedendola barcollare:
 Che? Ti senti male, Cloe?
 Oh! pap, pap! tu solo puoi aiutarmi! Cerca di Luca e digli che io morir, se non torna. Cercalo, diglielo. S, morir se non torna  e si abbandon singhiozzando sul petto di Salvatore.
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Capitolo 6.
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In seguito alla scena tremenda avuta con sua moglie, Luca si dette a percorrere strade e strade per sedar col moto il tumulto dei pensieri e la collera che gli ribolliva nel, sangue. Voleva uscire da quel viluppo immondo, uscirne a ogni costo e riconquistar lindipendenza assoluta della volont, che da alcune settimane turbinava in bala di circostanze da lui non preparate, anzi in gran parte ignorate. Uno strappo deciso e i fili si sarebbero schiantati! Ma non si doveva transigere, nulla si doveva concedere allo spirito di adattamento ed a vanitose o interessate considerazioni.
Ci voleva il coraggio di uno strappo immediato e definitivo per uscire dal ginepraio e vedersi di nuovo solo e incolume nel mezzo di una pianura selvaggia, dove lo spazio non avesse confini. Vivere di poco, ma sentirsi vivere a ogni minuto, lontano dalle tormentose costrizioni, dalle transazioni snervanti, dalle concessioni perenni che ciascun singolo temperamento fa inavvertitamente a scapito della sua forza. Una ebriet di solitudine lo invadeva. Oh! la dolcezza dei lunghi, interminabili silenzi, quando lanima posa! Durante gli ultimi anni vissuti nella citt, che numero incalcolabile di parole inutili! Si trov in via Conte Verde, oltre piazza Vittorio Emanuele, e in quellampia strada alberata rallent il passo. Il tumulto dei pensieri scomposti si era andato sedando e la collera si calmava. Sempre gli accadeva cos, quando era solo. Bastava chegli fosse tra gli alberi in compagnia di se stesso, per sentirsi forte e buono. Contempl la sua esistenza avvenire quale voleva foggiarsela. Giacere allombra di una quercia, evocando le battaglie sempre sonanti nel verso di Omero, o meditare i sottili precetti del Machiavelli, stando seduto presso lalto camino dove i ceppi si consumano lentamente, o al lume benigno di unarcaica lampada ad olio aspirare la fragranza mite dei Fioretti di San Francesco o mirare lombra austera di Dante passar sui nembi e sparire, lasciando per laere suono di fosche ire ed eco di melodie celesti, ovvero lanciare ai clivi, allaria, ai torrenti, al monte vicino, al mare lontano le strofe del Carducci suo poeta e suo nume. Se poi vaghezza di parlare lo cogliesse, sarebbe sceso allora nella piazzetta, davanti al palazzo della libert a mischiarsi nel crocchio degli uomini pensosi, che vagliano in tarde parole le cose della repubblica o accennano, profetizzando, ai raccolti futuri delle loro terre.
Luca nover con disprezzo i meschini beni che avrebbe abbandonati dietro di s. La notoriet? Egli la conosceva oramai. Spuma di acqua; pennacchio di fumo. E quante fatiche per conquistarla! Bisogna piegare la schiena, i ginocchi, il pensiero per poi guardarsi intorno e non trovare pi nulla. La gloria sta in alto e per accostarsele bisogna attraversare vie romite, tagliate nella roccia, l dove il piede sanguina, ma dove il cuore pulsa gagliardo per la purezza dellaria ossigenata.
La scuola? Egli amava i suoi giovani, ma la scuola cos comera non poteva soddisfare lo spirito suo intollerante e indagatore.
Lo stipendio? A San Marino si vive con poco; avrebbe egli stesso sorvegliato il suo pezzo di terra e avrebbe dato lezioni di latino ai figli de suoi compaesani pi agiati.
Rientr in citt deciso irrevocabilmente a presentare le dimissioni e ritirarsi a vivere nella sua piccola repubblica.
Gli rimanevano da risolvere alcune lievi modalit pratiche necessarie alla immediata attuazione del suo piano e prefer dormire allalbergo, poich sentiva che, rivedendo Cloe, avrebbe dovuto ricominciar da capo a discutere ed arrabbiarsi. Quanto alle ansie della moglie per la ingiustificata assenza di lui non ci pens neppure. Un punto solo era quello che lo teneva incerto. La condotta da seguire con Ugo Baldei.
Riflett, poi stabil che prima di partire sarebbe andato da lui per una spiegazione esauriente.
Lindomani, mentre usciva dalla scuola, dovegli stesso aveva portato al preside la sua lettera di dimissione, incontr Salvatore, che, vedendolo, si aggrapp a lui per timore che gli fuggisse. Parl di Cloe, supplicandolo di tornare a casa ed evitare scandali; ma Luca, quantunque nutrisse particolare predilezione per lanima schietta e le innocenti manie del suocero, non si lasci smuovere dal suo proposito. Passivo e testardo, opponeva a tutte le preghiere due uniche frasi, ripetute ostinatamente a guisa di ritornello: Si vedr in seguito! Da San Marino scriver.
Tutto quanto Salvatore pot ottenere fu che Luca indirizzasse una letterina a Cloe per tranquillizzarla.
Luca non aveva ancora fissato con certezza il giorno della partenza; ma un episodio accadde che lo sconvolse nel pi profondo dellanima e lo sospinse a fuggire da Roma, come da una fossa dove i leoni ruggissero o da una fornace dove si liquefacessero i metalli delle anime pi saldamente temprate.
Egli stava sorbendo il caff dentro una piccola liquoreria suburbana, allorch il giornalaio entr, offrendogli lIdea chegli prese e cominci a percorrere sbadatamente. Lesse prima di Giovanni Cetrarpa, venuto in piena strada a colluttazione col suo amministratore, il quale lo aveva piantato in asso, indirizzando ai giornali una lettera che lIdea riassumeva sommariamente. Luca sorrise. Gi si sgretolava largilla dei piedi e il colosso dalla testa doro avrebbe presto fatto un bel tonfo!
Poscia Luca fu attratto da un articolo di Ugo Baldei Lultimo dei romantici.
Percep subito laroma strano, come di un fiore velenoso, esalante da quelle righe in cui labituale lucidezza del pensiero appariva annebbiata dai vapori di sentimenti troppo intensi. Talvolta il pensiero si affacciava vigile ancora a scrutare il turbamento della coscienza e in quei punti Ugo Baldei sembrava un chirurgo abile nella diagnosi delle altrui piaghe e che, piagato egli stesso, si chinasse a contemplare il suo male e lo giudicasse inguaribile. Egli studiava in s la tara del romanticismo, ereditata dalla generazione letteraria a lui di subito anteriore e dimostrava come il romanticismo, che per i suoi predecessori era stato un buon diavolo chiassone e spavaldo, ma innocuo, si fosse in lui inasprito pel cozzo di nuovi elementi, che ne turbavano lespansione verbosa e ne alteravano le ostentate melanconie.
I romantici del buon tempo vivevano allegramente, pure empiendo di gemiti le carte, e invece Ugo Baldei aveva sempre fatto sfoggio di scetticismo per celare la sua tristezza incurabile; i romantici del buon tempo invecchiavano con serenit, pure invocando la morte allasciolvere e al desinare e invece Ugo Baldei aveva spesso intonato il peana alla vita per istordirsi e non misurarne la vacuit spaventosa.
Larticolo si chiudeva con una invocazione bizzarramente beffarda alle ombre fraterne di Werther e Jacopo Ortis.
Luca non capiva bene e stava per rileggere quella strana prosa, allorch locchio gli cadde sul nome di Ugo Baldei scritto in grossi caratteri e chiuso tra due liste di lutto.
Ugo Baldei si era suicidato quella mattina stessa a mezzogiorno nel suo domicilio, con un colpo di rivoltella al cuore. La morte era stata fulminea. Le ragioni del suicidio andavano ricercate in una nevrastenia acutissima, che tormentava da tempo il critico illustre. Egli aveva troppo lavorato, forse troppo sofferto ed era stato vinto dalla nostalgia della morte! Seguiva una biografia apologetica, ma affrettata, dopo di che il cronista narrava con ostentato lusso di particolari le pi minute circostanze dellavvenimento luttuoso.
Luca usc dal negozio e si perd nella notte, punteggiata di stelle e di fanali. Due ubbriachi passarono, cantando a squarciagola una canzonaccia oscena.
Ferruccio Tandi, in piedi presso il binario, chiacchierava tranquillamente con Luca, il quale aveva preso posto nella vettura di seconda classe e stava affacciato al finestrino del vagone fumando una sigaretta.
 Sicuro, fai benissimo a ritirarti in cima alla tua montagna. Ridiscenderai al piano, quando avrai fatto nuova provvista dillusioni.
Luca neg col capo. Gli pareva gi di respirare meglio solo pel fatto di essere salito in treno.
Ma Ferruccio Tandi sollev le spalle, sprezzantemente.
 Ridiscenderai al piano, ti dico, e anche pi presto di quanto credi. Caro mio, la vita  cos. Tu stai a Roma e la gente ti d fastidio; allora tu prendi il treno per andare in campagna. Lass lo sbadigliare continuo ti soffoca e allora tu riprendi il treno e ti metti alla ricerca de tuoi simili. In virt di questo metodo la vita si sbarca!
 E questione di temperamento  Luca disse.
 Gi, gi,  questione di temperamento, Io, per esempio, sto bene dovunque. Sulla montagna me ne infischio della pianura; nella pianura me ne infischio della montagna, e tutto mi va dincanto. Per te il caso  diverso. Tu sei un artista nato; ossia un tormentatore di te stesso.
Luca mand in aria una boccata di fumo, quasi per dire il conto chegli oramai faceva dellarte e degli artisti.
Ferruccio Tandi lo guard con occhio di commiserazione.
 Tu? Non fare lo spavaldo e subisci in pace il tuo destino. Larte sta nella massa del tuo sangue e ti avvelener fino alla morte. Daltronde possono fischiarti con tutte le vaporiere delluniverso, arriverai ugualmente; ma tardi, perch tu non sei cavallo, sei bue! Tu non corri, tu scavi e quando sarai arrivato, avrai lasciato un solco dietro di te.
Luca guardava con simpatia lamico, gi punto in fondo al cuore da una leggera, assai leggera morsicatura di rimpianto.
 Ti scriver  gli disse.
 Sono promesse che si fanno al momento di partire. Io, ad esempio, non scrivo mai. Gli assenti per me non esistono.
 E quando gli assenti tornano?
 Un morto che risuscita si rivede sempre con piacere.
 Cosa dice il preside?  Luca domand, provando di nuovo interesse per luoghi e persone da lui volontariamente abbandonate.
 Il preside  gongolante. La tua fuga rappresenta lapoteosi della sua vanit. Tu gli davi soggezione ed egli rimane adesso lunico, grande scrittore del nostro branco. Stamattina  ricomparso lo spettro della busta gialla.
Luca rise di cuore e Ferruccio Tandi continu:
 Io ho agito da vigliacco e me ne vanto. Allo spuntare della busta gialla, ho ceduto allistinto della conservazione e sono scappato.... Ecco la tua signora  egli disse interrompendosi.
Cloe, in abito da viaggio, con la veletta azzurra rialzata sulla fronte pallida, arrivava, affannosa, accompagnata da Salvatore. Ella volgeva smarritamente gli occhi sbattuti dal pianto e stava per attraversare un binario, non raccapezzandosi in mezzo alla confusione febbrile che precede il minuto della partenza, quando Ferruccio la chiam ad alta voce:
 Per di qua, signora Faltri!
Cloe ud, riconobbe il Tandi, vide Luca affacciato e si precipit verso di lui, implorandolo tacitamente con lo spavento dello sguardo vitreo e lespressione desolata della bocca contratta.
Luca senza dirle nulla, quasich larrivo impreveduto di lei fosse cosa in precedenza stabilita, laiut a salire e prese la valigia dalle mani di Salvatore, il quale ebbe un sospiro di sollievo e sorrise con orgoglio.
Quella silenziosa riconciliazione era opera sua. Egli aveva carpito a Luca, distratto, indicazioni precise sul giorno e lora della partenza, ed era stato lui a preparare e spedire il bagaglio di Cloe, correndo, faticando, senza concedere un minuto di tregua alla sua malattia, che, nelle circostanze gravi, mostrava daltronde una discrezione di buon garbo. Ma, vedendo lorologio della stazione segnare il mezzogiorno e il conduttore passare di corsa e chiudere con impeto gli sportelli delle vetture, la pusillanimit risorse nel pavido animo di Salvatore al pensiero dellimminente colloquio turbinoso con Maddalena e la malattia riprese con disinvolta padronanza i diritti della consuetudine.
 Sono ammalatissimo  egli gem, battendosi il petto a piccoli colpi.
 Non ci pensi per il momento e vada a pranzo  gli sugger Ferruccio Tandi con bonomia, mentre Cloe fissava dolcemente in viso a suo padre gli occhi pieni di grata tenerezza e Luca gli stringeva forte le mani con espansione.
Il treno si mosse; gli ultimi saluti furono scambiati, la tettoia rimase indietro a guisa di antro fumoso e il metallico serpente nero si lanci, fischiando alla conquista dello spazio.
Poich erano soli nella vettura, Cloe lasci cadersi sul petto di Luca con uno schianto di singhiozzi. Aveva tanto pianto in quei tre giorni. La scomparsa di Luca, la fine tragica di Ugo Baldei, avvenimento orribile, di cui era rimasta costernata, poi gli anatemi di sua madre, imprecante contro il destino, poi le incertezze, le ansie... Dio! quali torture spaventose e con quale trepido abbandono si rifugiava adesso nelle braccia del suo diletto! Unicamente per lui aveva sofferto, unicamente da lui attendeva conforto. Rovesci la testa e il sole che entrava a torrenti dal finestrino, la stord, labbagli, veduto cos attraverso il velo delle sue lacrime!
 Luca, amore, delizia mia  gli susurr con accento di assorta adorazione.  Non mi lasciare pi, mai pi, nemmeno un minuto. Ho fatto il male per il troppo bene che ti porto e tu devi perdonarmi, se vuoi che io mi perdoni.
Egli con tenerezza pacata, le asciug il pianto e la depose sui cuscini, acciocch potesse riposare. Appariva cos stanca!
 Dormi!  egli disse e Cloe si addorment a poco a poco, col capo appoggiato sul ginocchio di Luca.
Il treno volava sempre pi veloce; Cloe dormiva sempre pi placida e Luca, bagnato dal blando sole di febbraio, mirava la fila degli acquedotti galoppare, come inseguendo il treno nella sua fuga, e vedeva le alte siepi affacciarsi, poi scomparire, quasi paurose. A un tratto egli fu scosso da stupore giocondo e la faccia gli sillumin di speranza. Un mare di luce gli aveva inondato allimprovviso il cervello e il mare di luce occupava tutto lorizzonte dellavvenire, accendendo raggi e faville. Che magnifico romanzo collultimo suo brano di vita! Situazioni, tipi, lembi di dialogo, schizzi dambiente, luoghi, persone, visi colti di profilo, lo scenario superbo di Roma eterna e in mezzo a tutto, sopra a tutto, lanima sua vigile. Egli vide ci tumultuariamente e si conobbe schiavo subito della nuova opera darte, non nata ancora e gi sovrana dellintiero suo essere. Era inutile ribellarsi.
Frug nelle tasche, da cui tolse un lucido cartoncino quadrato. Era la partecipazione ufficiale del fidanzamento di Ludovica Nori ed egli se ne valse per fissare il titolo del nuovo libro, titolo balzato fiammante insieme alla impetuosa concezione dellopera.
Luca ribevve allora a larghi sorsi nella coppa gemmata e ingannatrice del sogno, rivide con occhio attonito schiudersi ampio il velario delle illusioni, e mentre la campagna fuggiva verde e varia nella letizia meridiana, egli scrisse a matita sul cartoncino: Il volo dIcaro.
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FINE.